Alcune riflessioni su ciò che accade in Francia

Alcune riflessioni su ciò che accade in Francia

Una sincera premessa è d’obbligo. 

Da quando è iniziato il movimento di protesta in Francia contro la Loi travail abbiamo provato a leggere quasi tutto quello che si trovava, comunicati, articoli e appelli. Ma anche ascoltato con attenzione alcune corrispondenze radio sulle frequenze militanti e/o libere della penisola. Sinceramente non siamo riusciti a valicare i confini nazionali per provare a vedere e a confrontarci con quanto sta accadendo in Francia, ma un testo ci ha fatto ragionare su alcune cose.

Il testo di Una primavera senza sole (https://dl.dropboxusercontent.com/u/12909575/ACRP%20-%20Una%20primavera%20senza%20sole%20%5Bbozza%5D.pdf) ha messo in luce alcune ambiguità francia2.phpdelle attuali lotte in Francia sottolineandone due aspetti: la settorializzazione e l’interesse “particolare” che ne sta alla base.

Qualche ragguaglio in più sullo stato generale dell’economia francese potrebbe risultare utile a completare l’analisi di questi compagni francesi.

Detto in due parole la crisi del sistema Francia è giunta a un punto di svolta (niente di definitivo, sia chiaro) che non può più trovare soluzioni all’interno del pur efficiente apparato statale. Era già successo in Inghilterra, in Germania e Italia, ora tocca alla Francia la cui situazione è così riassunta dai porta brocche di MEDEF (la Confindustria francese): “Troppa spesa pubblica, troppe tasse, troppo Stato (che invade tutti i campi con una bulimia normativa), una classe politica pavida e senza visione incapace di varare le riforme strutturali di cui il Paese ha un bisogno vitale, un sindacato che sulla carta è uno dei più deboli dell’Europa occidentale (l’8% di aderenti, il 4% nel privato) ma che conserva un’enorme capacità di condizionamento (e di freno) alle trasformazioni, delle lobby corporative che badano solo a proteggere i privilegi acquisiti difendendo con le unghie e con i denti le barriere d’ingresso, una diffusa cultura anti-imprenditoriale e un’altrettanto diffusa concezione delle relazioni industriali come momento di conflitto e di contrapposizione piuttosto che di efficace dialogo sociale, un mercato del lavoro troppo rigido (con un codice di 3.500 pagine diventato incomprensibile). D’altronde non è certo un caso se persino i disperati che scappano dagli inferni africani e mediorientali vogliono andarsene in Germania, in Gran Bretagna, in Svezia e non certo (non più) in Francia”.

Ma andiamo con ordine. Tra il 2000 e il 2011 (poi le cose si sono stabilizzate al peggio) l’industria francese ha perso costantemente in competitività: ancora nel 2000 la sua bilancia dei pagamenti con l’estero era in attivo (esportava più di quanto importava) mentre ora il deficit viaggia sui 70 miliardi/anno; aveva il 12% dell’export di tutta l’eurozona, ora ha il 9% (mentre la Germania che ne aveva il 20% ora è passata al 22%) mentre il rapporto debito/PIL ha raggiunto il 96,5% salendo di oltre 26 punti percentuali negli ultimi 8 anni. Ma quello che più conta -dal punto di vista dei numeri- è che la Francia è passata da un rapporto tra PIL industriale e PIL globale del 18% nel 2000 a poco più del 12,5% nel 2011 collocandosi al 15° posto nell’eurozona, superata da Germania (26,2%), Svezia (21,2%) e Italia (18,6%). Nello stesso periodo la Francia ha perso due milioni di posti di lavoro nel ramo industriale che nel 2000 rappresentava il 26% degli impieghi mentre oggi rappresenta il 12,6%, cioè la metà.

Ulteriore conferma viene dal tasso di disoccupazione che ai primi di quest’anno ha raggiunto il 10,6% (24% tra i giovani con meno di 25 anni) in leggero ma costante aumento da anni. Cosa sta ad indicare tutto ciò? Secondo le parole usate dallo stesso Gallois (ex presidente delle Ferrovie ed ex numero uno di Eads, chiamato da Hollande a guidare il Commissariato all’investimento) nel suo famoso rapporto di fine anno scorso, “la Francia si trova in condizioni prossime ad una soglia critica, superata la quale diventerebbe reale una minaccia di destrutturazione dell’apparato industriale”.

Questa criticità -dicono gli addetti ai lavori- è dovuta soprattutto (ma non solo) alla struttura del sistema industriale francese che si è sviluppato e consolidato su alcune grandi direttrici: industria aeronautica; industria nucleare; settore auto e settore trasporti. Con l’esclusione del settore auto (tripartito tra Renault, Peugeot e Citroen) gli altri comparti sono quasi esclusivamente dipendenti da un solo “marchio” ovvero da pochissime grandi società: Dassault e Consorzio Airbus (aeronautica); Areva (nucleare); Alstom (trasporti ferroviari ed elettromeccanica) che -nel tempo- non hanno provveduto ad adattare la loro struttura produttiva alle esigenze del mercato, soprattutto in termini di flessibilità operativa.

In poche parole ciò che è mancato è lo sviluppo di filiere industriali che fossero in grado, da un lato, di soddisfare le esigenze dei grandi gruppi nazionali con linee di produzione multisettoriale (come la componentistica) e dall’altro di competere con la concorrenza (soprattutto tedesca e in qualche caso italiana). Ad esempio il settore nucleare, che ha una importanza enorme in Francia, non è in grado da solo di assicurare l’esistenza di una fabbrica dedicata esclusivamente a produzioni di questo tipo perché le commesse -per quanto di alto valore economico- sono diradate nel tempo (ci vogliono dieci anni per costruire un reattore e non se ne ordinano quasi più) mentre quelle di altri settori manifatturieri (auto, elettrodomestici, trasporti) sono decisamente più frequenti. Ciò si è tradotto in una scarsa diffusione di piccole e medie fabbriche e quindi di quella capacità produttiva flessibile che nell’attuale competizione globale è ritenuta necessaria (ma non risolutiva come si vede dal caso italiano che invece è basato solo su piccole e medie fabbriche) per affrontare le congiunture negative del ciclo economico.

Il caso emblematico c’è stato l’anno scorso con la vendita di Alstom power alla General Electric. Il gruppo Alstom era -insieme a Siemens- il più grande gruppo industriale europeo e uno dei primi al mondo nel settore elettromeccanico (treni, metropolitane, turbine, motori, pompe, eolico, fotovoltaico etc) più di 100.000 dipendenti in tutto il mondo. La General Electric ha comprato la divisione energia per 13 miliardi di euro nonostante il veto iniziale del governo francese e i tentativi di accordarsi con Siemens per dare vita al super polo energetico europeo. Oltre ad aver tolto un concorrente dal mercato, General Electric è ora in grado di condizionare il settore nucleare francese in quanto Alstom era partner naturale e fornitore principale di EDF (Electricitè de France) ed Areva nella realizzazione delle centrali e col tempo ristrutturerà l’intero settore produttivo europeo di Alstom (la prima avvisaglia c’è già stata con 179 licenziamenti alla Alstom di Sesto San Giovanni dove la General Electric non si è neanche presentata all’incontro con i sindacati presso il ministero dello Sviluppo). D’altra parte c’era da aspettarselo perché le commesse energetiche in Francia hanno cominciato a diminuire già dieci anni fa stante la crisi del settore nucleare europeo e quindi di Areva che è la vera palla al piede dell’economia francese. Areva infatti è rimasta l’unica impresa al mondo ad integrare tutte le attività della filiera nucleare: miniere di uranio (Niger, Mali); fabbricazione e ritrattamento del combustibile nucleare; costruzione dSchermata 06-2457565 alle 00.04.19i reattori nucleari e, in prospettiva, il ciclo dei rifiuti. Può sembrare una dimostrazione di forza e invece è un errore madornale perché tutte le altre grandi corporations del settore hanno scorporato le attività e hanno dato vita a Joint Venture: General Electric con Hitachi e Westinghouse con Toshiba.

Il risultato per Areva è un buco di bilancio enorme, perdita di commesse sul piano internazionale, contenzioso miliardario con la Finlandia per il reattore di Olkiluoto (raddoppio dei costi e dei tempi di costruzione) ma anche con EDF perché il reattore in costruzione a Flamanville (il primo dopo venti anni che si costruisce in Francia) è una fonte di guai, tanto che il settore progettazione e costruzione dei reattori è passato sotto la direzione di EDF con conseguente riduzione di personale. Se a questo si aggiunge che un terzo dei reattori francesi andrebbe sostituito subito per raggiunti limiti di età, il quadro è veramente fosco e solo la “benevolenza” della UE e della Germania hanno ridotto gli effetti di questa situazione: lo scorso aprile la Commissione Europea ha presentato il programma illustrativo per l’energia nucleare da qui al 2050 dove si prevede di allungare la vita utile degli impianti che sono in funzione in Europa (129 reattori con età media pari a 29 anni) a 60 anni in modo che l’apporto dell’energia nucleare sul totale impiegato da tutte le fonti non scenda sotto il 20% (oggi è pari al 27%). E’ un omaggio alla Francia che ha, da sola, 57 reattori nucleari con un’età media di 40 anni e che non ha risorse per rimpiazzarli in tempi adeguati nemmeno se fossero raddoppiare le tariffe dell’elettricità (l’ipotesi più ottimistica prevede un investimento di 120 miliardi di euro ma gli ultimi bilanci di EDF sono in sostanziale perdita per gli acquisti sconsiderati di società elettriche in varie parti del mondo). Inoltre la Commissione Europea propone di armonizzare le procedure di licenza alla costruzione dei reattori in tutti gli stati membri in modo che un reattore licenziato in uno stato sia automaticamente accettabile in tutti gli altri, una sorta di Schengen nucleare che favorirebbe Areva/EDF in quanto unico progettista europeo di reattori nucleari. Un altro aiuto della Commissione riguarda l’avventura di EDF in Inghilterra: nel 2009 ha consentito che EDF (industria di stato) si comprasse British energy per 12 miliardi di sterline, ora ha ignorato le proteste riguardo la costruzione di due EPR (ultimo modello di reattore francese) da 1600 MW ad Hinkley point (Inghilterra) dove esistono due vecchi reattori a gas. Il costo previsto di 18 miliardi di sterline (ma è ottimistico) sarebbe ripartito tra EDF (66%) e CGN industria di stato cinese e si configura come aiuto di stato come ha più volte denunciato il governo austriaco. La Francia inoltre è in procedura di infrazione per disavanzi eccessivi dal 2009. La data di rientro nel limite del 3% fissata adesso al 2017, è stata rinviata tre volte a testimonianza della profondità della crisi francese. Per questo Hollande non molla, e chi verrà dopo di lui farà anche peggio perché la struttura complessiva del sistema non regge la competizione internazionale e quindi serve ridurre subito il costo del lavoro e la spesa sociale (sono previsti 50 miliardi di tagli in tre anni), nella speranza di attutire l’impatto della ristrutturazione complessiva dell’apparato industriale che comunque arriverà.

Questo, sinteticamente, è l’ambito dei problemi economici (poi c’è l’immigrazione, gli attentati etc) che ci sono in Francia. Le lotte attuali ne sono all’altezza? Con tutto il rispetto, secondo noi no perché -come descrivono i compagni francesi- sono del tutto settoriali e non esenti da corporativismo. Tra l’altro il problema delle 35 ore non centra quasi niente con queste lotte perché nei settori dove questa legge si applicava, sono anni che i contratti di categoria hanno fatto carne da porco delle 35 ore e lo dimostra il fatto che non s’è mosso niente nel settore auto e in generale nel settore metalmeccanico. Scioperano i servizi per la paura di perdere i contratti a Statuto (come li definisce il documento dei compagni francesi) e della riduzione di personale che si annuncia come nel caso di EDF. A questo proposito tutte le narrazioni sui blocchi alle centrali nucleari sono del tutto infondate. Su 19 siti nucleari (per un totale di 57 reattori) ci sono stati scioperi in 9 siti con riduzione irrisoria della potenza che ha raggiunto un massimo di 4300 Mw (secondo un comunicato della CGT energia) e di 5000 Mw secondo la RTE (gestore della rete elettrica nazionale) e quindi con un abbassamento totale della produzione pari al 3% che non ha avuto alcuna conseguenza. Scioperi simbolici dunque, ben diversi da quelli del gennaio scorso (dove la riduzione di energia è arrivata in due occasioni al 28%) fatti contro la decisione di EDF di chiudere alcuni vecchi impianti termoelettrici.

francia_1Concludendo abbiamo l’impressione (ma veramente solo un’impressione dovuta al fatto di leggere quello che esce e non quello che viene vissuto) che in Francia ci sia una sottovalutazione della crisi e una sopravvalutazione delle lotte; che manchi una riflessione sulla fase (come diciamo noi) non tanto come esercizio intellettuale, quanto per orientare eventuali passaggi sul terreno dell’autorganizzazione del conflitto (ci sembra che questo tema manchi del tutto da ciò che ci arriva, ma può anche darsi che siamo noi a non esserne al corrente) e questo facilita (purtroppo e a nostro modo di vedere) le guasconate degli invisibili e degli autonomi diffusi di qualsiasi nazionalità sull’estasi del blocco totale (ponti, strade, ferrovie, centrali elettriche) cioè dell’infrastruttura (ma che cos’è?) come nuovo paradigma della società capitalista (“non bisogna più parlare di fabbriche ma di siti, di siti di produzione. La differenza fra la fabbrica e il sito sta nel fatto che una fabbrica è una concentrazione di operai, di competenze, di materie prime, di stock; un sito è solo uno dei nodi su di una mappa di flussi produttivi”. Ai nostri amici, cap.3).

Siamo stati presuntuosi a non provare a dare il nostro contributo al dibattito intorno al libro Ai nostri amici pur avendolo letto, magari questo sarà uno stimolo. E infatti nel silenzio generale anche simili cazzate hanno finito per trovare credito: “I marxisti possono mettersi l’anima in pace: il processo di valorizzazione della merce, dall’estrazione alla pompa di benzina, coincide con il processo di circolazione che, a sua volta, coincide con il processo di produzione, il quale, d’altronde, dipende in tempo reale dalle fluttuazioni finali del mercato. Il dire che il valore della merce cristallizza il tempo di lavoro dell’operaio fu un’operazione politica tanto fruttuosa quanto sbagliata” (come sopra)

Assemblea per l’Autorganizzazione