ALMAVIVA: storia di un disastro organizzato

 In questi giorni la vicenda Almaviva ha visto accadere qualcosa di assurdo se vogliamo credere alla narrazione corrente, o invece il dispiegarsi di una strategia criminale per gli interessi di lavoratrici e lavoratori di tutto il settore delle Telecomunicazioni, ma più in generale per tutti i settori se vogliamo considerare il periodo di rinnovi contrattuali ed il dibattito sul Jobs Act. Tema pienamente inserito nella prossima, ma sempre in corso, campagna elettorale.

Andiamo molto sinteticamente a riassumere.

Il 21 Dicembre scadeva il termine per i licenziamenti riguardanti le sedi di Napoli e Roma. Sotto il Mise, luogo della trattativa, un presidio di lavoratrici/tori vedeva una buona rappresentanza arrivata da Napoli con i pullman e poche decine del personale di Roma. Come se la più che reale minaccia di licenziamento non li riguardasse. Poco dignitoso.

Le Rsu, durante la trattativa, non comunicavano nulla ai manifestanti, rispettando il diktat dei vertici confederali. Dando dimostrazione di una certa fedeltà, ed è rilevante pensando a quello che avverrà dopo.

Il giorno precedente il Ministro aveva contattato direttamente i vertici nazionali dei sindacati confederali per raggiungere un accordo. Questo per sottolineare la valenza della trattativa.

Il verbale di accordo prevede che – qualora da qui a fine marzo non si raggiunga un accordo sul tema del controllo a distanza, dell’aumento di produttività (quindi dello sfruttamento) sulle sedi di Roma e Napoli e sulla riduzione “temporanea” del costo del lavoro – l’azienda avrà 15 giorni di tempo per dar luogo ai licenziamenti collettivi.

L' illusione di essere indispensabili per l' azienda

L’ illusione di essere indispensabili per l’ azienda

Come si capisce una trattativa a perdere per i lavoratori e le lavoratrici a cui però nessuna mobilitazione ha contrapposto una diversa piattaforma, insomma che il dibattito verta solo su temi peggiorativi è conseguenza del fatto che nulla di diverso è stato proposto con la lotta.

Ma dicendo no senza rilanciare alcuna mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori e anzi separando i destini dei dipendenti di Roma da quelli di Napoli si è praticamente deciso di andarsene senza chiedere nulla.

Se ciò appare folle in qualsiasi circostanza suona come beffa e presa in giro delle lavoratrici e dei lavoratori visto che a farlo sono quelle stesse Rsu che hanno firmato quasi sempre tutti i peggioramenti proposti da azienda e vertici sindacali. Il quasi lo potremmo però attribuire al gioco delle parti, poliziotto buono/cattivo, che stavolta magari ha visto un’inversione dei ruoli.

Dopo la bocciatura del referendum aziendale, sull’accordo di maggio tra azienda e sindacati, ne è stato fatto passare uno peggiore senza che venisse messa in piedi alcuna mobilitazione basata su rivendicazioni e proposte. Si è detto semplicemente no, come se di per se fosse una garanzia che le cose sarebbero rimaste immutate. Il tutto quando l’accordo stesso rimandava semplicemente i licenziamenti.

Ora chi può pensare che delle Rsu, prive della minima capacità di analisi, di spessore, di coraggio (lo scriviamo sulla base di anni e anni di pratiche e conoscenze dirette) possano prendere una decisione che sconfessi quella che arrivava direttamente dal Governo e dai vertici confederali? Prendendosi la responsabilità di 1600 licenziamenti. Pensiamo che il Ministro il giorno prima parli con la Camusso ed il giorno dopo il tutto venga azzerato da insignificanti (in termini di burocrazie sindacali) Rsu? Pensiamo veramente che Cgil, Cisl e Uil lascino questa libertà? Non lo fanno quando si tratta di accordi pesantissimi ma in questo caso si trattava solo di impedire un suicidio. Insomma non sappiamo quello che è successo, ma non è verosimile quello che ci hanno raccontato.

Inseriamo altri elementi. La vertenza su Almaviva si inserisce in quella più grande sui call-center e sul rinnovo del Ccnl delle Telecomunicazioni. In tal senso questa azienda è stata sempre, da quando si chiamava Atesia ad oggi, utilizzata come apripista.

Un elemento che dobbiamo tenere in considerazione sono le mobilitazioni dei Clat (collettivo lavoratori autoconvocati delle telecomunicazioni). Un movimento giovane ma forte e determinato che nasce dal rifiuto della disdetta della contrattazione di secondo livello e da un rilancio serio delle condizioni lavorative (tema del controllo in primo luogo) e dal respingimento dell’applicazione del Jobs act. I temi sono gli stessi della trattativa Almaviva.

i social media e la rappresentazione della lotta, basta un hastag

i social media e la rappresentazione della lotta, basta un hastag

Movimento che ha espresso una fortissima capacità di mobilitazione autoconvocata direttamente dalla forza lavoro. I sindacati confederali sono visti come corresponsabili del peggioramento delle condizioni, che va avanti da decenni e come coloro che firmano sulla loro testa, senza ascoltare le loro ragioni e senza neanche dargli la possibilità di assistere agli incontri in cui si decide per loro. Ci riferiamo ai recenti incontri tra le associazioni padronali e confederali sul rinnovo del contratto di categoria. Al momento le trattative sono bloccate per la distanza fra le parti. Le richieste e la forza dei Clat non può essere ignorata. Nell’ultimo corteo a Roma la proporzione tra lo spezzone autoconvocato e confederale era circa di 10 a 1. Per questo i confederali hanno dovuto un po’ adeguarsi alle richieste. Temiamo però che si lavori sottotraccia per indebolirli e giungere ad un accordo tra soci. Diciamo questo non tanto come provocazione ma partendo dalla constatazione che il core business per i sindacati confederali sono i fondi pensione, la previdenza sanitaria, la formazione e la difesa del proprio ruolo istituzionale di mediazione. Questo per chi ancora pensa che il loro ruolo sia o dovrebbe essere quello di “difendere” i/le lavoratori/trici.

Fatte queste premesse analizziamo la situazione che si avrà da ora in poi e proviamo ad immaginare a chi convenga e chi quindi, probabilmente, si è adoperato per costruirla.

In Almaviva il rifiuto di firmare l’accordo ha smosso chi ha capito (tardivamente) che sarebbe stato licenziato in cambio di nulla. Sulla spinta di operatrici/tori Cisl e Uil hanno obbligato (?) le Rsu a firmare l’accordo e la Cgil (che ha il ruolo della democratica) farà un referendum.

L’esito è scontato, vincerà il sì all’accordo ma il significato politico è la cosa più preoccupante.

Ora avranno carta bianca nel firmare tutto, legittimati dalla richiesta disperata di mantenere il posto di lavoro. Passerà l’idea che o si accettano queste cose o non ci sono alternative. Vale per Almaviva e forse varrà da esempio per tutto il settore. I padroni avranno ciò che chiedono. I sindacati confederali avranno assunto il loro ruolo responsabile che garantisce la continuità del lavoro, ed un forte argomento da contrapporre a chi come i Clat cerca autonomamente di lottare per il miglioramento delle proprie condizioni materiali e portando una critica più complessiva ed interessante al mondo del lavoro rispetto a quella espressa negli ultimi anni in Almaviva. Questa la riassumiamo banalmente in abbiamo famiglia, vogliamo il lavoro. Puntando quindi sul caso umano. Il risultato prodotto è quello di una debolezza estrema, in cui si sta col piattino in mano.

997ea0fe-de5d-42f2-a668-b16ebd715743_1200x499_0.5x0.5_1_crop

Se il referente è il Papa …..

Il governo avrà adempiuto al ruolo di mediatore ed avrà dimostrato di essere vivo in questa fase di transizione pre-elettorale, in cui in fondo ribadisce l’importanza (per loro) del Jobs act.

Chi ne uscirà comunque malissimo sono lavoratrici e lavoratori Almaviva con un sicuro peggioramento di condizioni già pessime e senza escludere l’ulteriore perdita di posti di lavoro.

Per quanto riguarda invece i Clat tutto ciò costituirà un ulteriore ostacolo alle loro rivendicazioni e renderà necessaria da parte loro una maggiore determinazione nel portare avanti la lotta.

Per tutti gli altri, e qui siamo chiamati/e tutti/e in causa, bisognerà decidere se impegnarsi, nel sostenere vertenze reali, o accontentarsi di rincorrere la mediaticità. Interroghiamoci sullo spazio dato ad Almaviva a livello nazionale. Lo spazio dato quindi ad una “lotta debole”, e quanto sia ignorata una lotta forte, in termini di mobilitazione e contenuti, come quella dei Clat e di Tim.

Chi in questi giorni ha parlato di dignità dei lavoratori/trici ha sprecato un altra occasione per tacere facendo, nel migliore dei casi, la figura dell’inutile idiota. Non avendo neanche letto i documenti ma sbrodolandosi in una vecchia (questa sì), dannosa e stracciona retorica sui diritti. Categoria che se scollegata dalla materialità è dannosa. Non c’è nessuna dignità (categoria abusata) nel far licenziare in cambio di nulla (nessun ammortizzatore, neanche le miniere sono state chiuse così!). Non c’è dignità nel non fare nulla. Non c’è dignità in anni in cui le uniche cose dette erano quelle richieste dal padrone, inserendosi in un dibattito che riguardava la concorrenza (pure finta) tra padroni. Lavoratrici e lavoratori hanno tantissime colpe, come molti/e tra loro ammettono, non riconoscerle vuol dire semplicemente considerarli subumani da dover proteggere Allora c’è chi comunque cerca ed invoca il sindacato, come se potesse essere un’altra cosa…

ASSEMBLEA DI SOSTEGNO ALLE LOTTE DELLA LOGISTICA

ASSEMBLEA COORDINATA E CONTINUATIVA CONTRO LA PRECARIETA’

http://www.assembleaperlautorganizzazione.org/