Intervento dell’Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Roma al congresso nazionale del Si.Cobas

Le lotte nella logistica: la (ri)nascita di un movimento operaio autonomo e conflittuale.

Da oltre 6 anni, a partire dalla Bennet di Origgio e dal Mercato ortofruttifero di Milano, si vanno
sviluppando le lotte nel settore della logistica, con una grande partecipazione dei facchini e numeri più ridotti di corrieri o altre figure professionali.
Tali lotte, che ormai abbracciano quasi tutto il territorio nazionale (specialmente nel centro-nord), si sono sviluppate grazie al lavoro di organizzazione dello Slai Cobas prima, poi Si.Cobas dopo la scissione dello stesso, a cui si è aggiunto il sindacato ADL Cobas (specialmente nel Veneto e in Emilia).
A fianco e a supporto del lavoro sindacale si sono sviluppate in diverse città esperienze di assemblee di sostegno che hanno assunto forme e ruoli diversi a seconda delle compagne e dei compagni che le animano. Lo sviluppo del lavoro di massa sindacale e delle assemblee di sostegno, ma soprattutto lo straordinario protagonismo dei lavoratori, hanno finalmente messo queste lotte all’ordine del giorno nell’agenda dei movimenti sociali e antagonisti di quasi tutta Italia.

Pensiamo che sia ora di costruire una riflessione comune fra tutti questi soggetti ed in primo luogo tra i lavoratori, per un’attenta valutazione della fase della lotta e di come alimentarla ulteriormente.
Le anime che compongono il sostegno alle lotte della logistica provengono – in parte – da esperienze di lotte e pratiche diverse e queste differenze hanno dimostrato di essere una ricchezza e non un problema. Hanno portato ad una riproducibilità delle vertenze che in altre situazioni conflittuali non si è stati in grado di creare e questo anche per una peculiarità dei soggetti e delle condizioni di lavoro tipiche del settore.

Si tratta infatti di lavoratori fra i meno pagati, con un contratto nazionale ambiguo e che nella maggior parte dei casi non viene applicato. Unitamente al fatto che la maggior parte di coloro che sono impiegati in questo ambito proviene da paesi terzi e sono quindi sottoposti al doppio ricatto del permesso di soggiorno che è strettamente correlato ad un (regolare) contratto di lavoro.
Queste lotte hanno rimesso al centro delle rivendicazioni generali il conflitto capitale-lavoro, senza trascurare la fondamentale voglia di autodeterminazione dei lavoratori in assenza dei quali staremmo tutti quanti ancora a cercare il soggetto operaio di riferimento o peggio a ricasco di sindacati metalmeccanici confederali che sposano istanze di movimento.

La risposta padronale e la resistenza del Movimento della Logistica.

Ovviamente di fronte a questa inaspettata offensiva (che pure è largamente iniziata con la richiesta del rispetto del contratto nazionale di lavoro), il padronato della logistica si è organizzato per una controffensiva. Fuso in quel blocco d’interessi che coinvolge cooperative “rosse”, capitali di origine poco chiara impiegati nelle cooperative e amministrazioni locali (e nazionali), associazionismo e sindacati complici hanno provato, a partire dal Febbraio dello scorso anno, la strada di accordi nazionali con i sindacati Confederali per modificare il ruolo delle cooperative e delle ditte in appalto nella fase strategica del processo produttivo della logistica, scambiando una finta morte del socio lavoratore, con un vero aumento dei carichi di lavoro.
Una mossa pienamente coerente con il Jobs act che di lì a poco sarebbe stato approvato. Se la licenziabilità assoluta e la flessibilità fuori da ogni regola diventano la norma per tutte le aziende, il sistema delle finte cooperative, messo già a dura prova dalle lotte dei facchini, non ha più ragione di essere indispensabile per lo sfruttamento nei magazzini.
Era questa la filosofia dell’accordo Fedit stipulato nel febbraio 2014 con i sindacati complici. I lavoratori organizzatisi nel SiCobas hanno fatto però valere la loro reale rappresentatività imponendo un primo argine ai tentativi padronali, sostenuti dai sindacati istituzionali, di recuperare il terreno perso a fronte delle lotte dei magazzini.
A questo si aggiungono gli interventi repressivi, che hanno colpito duramente con i licenziamenti e l’intervento delle forze dell’ordine ai picchetti, con i fogli di via ai compagni più esposti e che colpisce anche coloro che sostengono “esternamente”, una repressione che non è fatta solo dallo stato e dalle sue leggi che il padrone utilizza e fa applicare ma anche da quel sistema mafioso e di caporalato vecchio stile, ma sempre efficace, fatto di agguati e violente aggressioni a quei lavoratori e compagni che più si espongono nelle lotte dei magazzini.

Al piano politico della pura repressione si aggiunge poi la prospettiva di una forte ristrutturazione nel settore le cui prime avvisaglie sono date dalla ristrutturazione di TNT, che a partire dalla concentrazione con Fed Ex inseguirà probabilmente segmenti di mercato con un più alto margine di profitto, e dallo sviluppo dei processi di automazione del settore.
In questo contesto negli ultimi due anni si è andata sviluppando, accanto alle lotte nei singoli magazzini, una iniziativa volta inizialmente a riscrivere il contratto nazionale della categoria e poi incentrato sul contrasto all’accordo, di febbraio 2014, con cui Fedit e CGIL-CISL-UIL volevano ricacciare dai magazzini le conquiste realizzate in questi anni dai lavoratori. Una iniziativa efficace tanto che fra gennaio e marzo di quest’anno 4 dei principali vettori del settore (GLS, BRT, TNT e SDA – quest’ultimo non ancora stabilizzato) hanno firmato un accordo nazionale con il Si.Cobas e l’ADL Cobas sulla base della piattaforma costruita insieme ai lavoratori e presentata dalle citate OO.SS. e che di fatto respinge l’accordo Fedit.
Questo risultato è ascrivibile in primo luogo alla determinazione dei lavoratori e alla direzione sindacale degli stessi ma va anche a merito del forte movimento di sostegno che si è sviluppato su tutto il territorio nazionale. In particolare dallo sciopero generale del 16 ottobre 2014 si è rilevato un salto di qualità della partecipazione dei movimenti antagonisti all’iniziativa del settore.

Il valore aggiunto del supporto dei compagni e i diversi modelli sperimentati

Una parte importante dentro l’allargamento del conflitto della logistica è anche dovuta al fatto che dalle parti più diverse (collettivi politici, formazioni politiche autorganizzate, singoli militanti) si è deciso di investire su questa lotta riconoscendo il valore universale e la sua potenzialità di parlare al resto della classe.
Ogni territorio si è dotato di diversi strumenti. Esistono infatti assemblee di sostegno delle lotte, organismi in un certo senso nuovi come impostazione politica dove la presenza dei lavoratori è scarsa o nulla, assemblee dei delegati dei magazzini di una stessa area, assemblee di coordinamento e assemblee dei lavoratori di singoli magazzini.
E’ evidente che tutto questo è possibile grazie al lavoro che svolgono il SiCobas e l’ADL Cobas riconosciute dai lavoratori come strumento indispensabile per le loro vertenze, ma importante è anche la solidarietà attiva di militanti strutturati o meno che sono riusciti in certe situazione a dare maggior forza alle lotte e un sostegno che non si è limitato alla presenza nei momenti caldi, ma svolge un lavoro capillare e di diffusione quotidiano e questo se ci è permesso dirlo specialmente nel centro sud Italia dove le lotte sono arrivate molto in ritardo rispetto al nord. Ognun* ha fatto le sue scelte creando organismi di raccordo fra le lotte o entrando nel sindacato di riferimento: scelte che pur nella loro diversità attengono alla comune volontà di sviluppare la lotta.
Nello specifico della realtà di Roma questo ha significato, grazie soprattutto al lavoro di raccordo e confronto dell’assemblea di sostegno alle lotte della logistica, un processo costante di confronto e allargamento della lotta ad ampi settori e movimenti proletari, in particolare dei movimenti di lotta per la casa, delle reti antisfratto, degli studenti e di alcuni collettivi territoriali, con piccole ma significative partecipazioni di lavoratrici e lavoratori di altri settori merceologici.

A Roma è da oltre un anno che stiamo lavorando alla costruzione di organismi territoriali, nelle zone dove più sono presenti i magazzini, che facciano incontrare i lavoratori della logistica con altri settori proletari, in primo luogo gli occupanti di case, per ampliare la lotta per i bisogni proletari (molti facchini, anche non sindacalizzati, vivono all’interno delle occupazioni, e uno dei lavori che stiamo svolgendo è proprio quello di censire la presenza di facchini nelle occupazioni). Questo processo, in particolare nella zona della Tiburtina, sta iniziando a dare i primi segni di praticabilità.

Gli orizzonti di sviluppo della lotta.

Il clima è dunque inquinato dall’iniziativa governativa che va dal jobs act alla legge di stabilità, ad una miriade di provvedimenti amministrativi (vedi per esempio la riforma dell’ISEE) fino al lavoro gratuito all’Expo, passando per lo strumentale utilizzo della 146, che tendono a creare le condizioni più favorevoli alla produzione dei profitti ed all’impoverimento dei lavoratori e delle lavoratrici; appare dunque evidente la necessità di ampliare e rafforzare la lotta ragionando anche su quali siano i processi che possono permetterci di coinvolgere altri settori di lavoro e l’intera classe. Senza fretta ma con costanza e determinazione.
Sembra opportuno ricordare che anche se il motto vogliamo tutto e subito fa parte della nostra forma mentis è pure vero che non è bastato scriverlo sui muri per realizzarlo e per avere lo statuto dei lavoratori, peraltro all’epoca fortemente criticato dai movimenti, ma ci sono voluti anni di lotte che hanno investito tutti i settori della produzione. Questo per dire che non serve fretta ma serve strategia la più possibile condivisa e duratura e fatta propria dai lavoratori e dalle lavoratrici altrimenti continueremo a produrre lotte con la speranza di “formare” e di coinvolgere nelle nostre singole piccole organizzazioni politiche qualche lavoratore fattosi militante, pregevolissimo risultato ma sicuramente poco incisivo in un contesto e in una fase come questi.
Così come è bene aver presente che le lavoratrici ed i lavoratori hanno bisogno di concretezza e materialità per mobilitarsi e non di suggestioni o belle parole d’ordine, a cui invece purtroppo spesso riduciamo le nostre iniziative.

La capacità di una lotta così importante che ha saputo indicare al resto dei settori antagonisti e della classe un modello d’azione e il recupero di alcuni principi fondamentali (solidarietà di classe, superamento della difesa meramente categoriale e dei limiti aziendali) deve quindi giocare gli ulteriori avanzamenti tra una prospettiva politica ed un arricchimento della piattaforma di lotta.
A partire dalle riorganizzazioni aziendali e dai tentativi di aumento dei carichi di lavoro, nonché del riconoscimento del danno che la fatica del lavoro (anche adeguatamente pagato) lascia, la nuova fase di sviluppo della lotta ci impone di superare l’orizzonte delle rivendicazioni di carattere puramente salariale e di riconoscimento della dignità dei lavoratori e delle lavoratrici ed aggredire decisamente il processo produttivo e l’organizzazione del lavoro (turni, carichi di lavoro, flusso delle merci ecc.).

Infatti quello che abbiamo rilevato, almeno a Roma, è il tentativo da parte del padronato di attenuare l’impatto delle conquiste salariali aumentando i carichi di lavoro con il conseguente aggravamento delle condizioni fisiche dei lavoratori (comunque soggetti ad una attività ed a orari estremamente gravanti e penalizzanti che richiederebbero assolutamente il riconoscimento della condizione di lavoro usurante).
Prendere in mano l’o.d.l., conoscere a fondo il processo produttivo e contrattare su questo, sono obiettivi ineludibili della nuova fase di lotta che si è aperta con la firma degli accordi nazionali.
Un altro elemento di criticità che abbiamo rilevato nella nostra esperienza quotidiana con i lavoratori è la difficoltà per gli stessi di comprendere contratti e normative a seguito delle carenze linguistiche dei facchini, in larghissima maggioranza stranieri, e per questo abbiamo inteso avviare esperienze di scuole di italiano per i lavoratori senz’altro da migliorare nell’organizzazione e nella sistematicità ma comunque utili ad una migliore fruizione del dibattito e del confronto nei magazzini.
Detto dei compiti che stiamo svolgendo come assemblea di sostegno alle lotte della logistica di Roma, vogliamo portare all’attenzione di questo congresso e delle realtà presenti una nostra proposta di lavoro.

La nostra proposta

Crediamo dunque che per sconfiggere davvero il jobs act e riconquistare nuovi rapporti di forza sia necessario un lavoro quotidiano, costante, paziente e determinato allo stesso tempo: è con questo spirito che vogliamo proporre a tutti i presenti, alle lavoratrici e ai lavoratori, alle compagne e ai compagni la costruzione di una assemblea nazionale che abbia al centro il conflitto capitale/lavoro per fine ottobre/novembre.
Ma non la immaginiamo come un incontro fra militanti, piuttosto che si realizzi attraverso un percorso di attivazione che coinvolga in primis quanti più lavoratori e lavoratrici possibili, che sia il prodotto di assemblee da svolgere nei luoghi di lavoro e nei territori proletari per coinvolgere tante e tanti lavoratori disoccupati o impossibilitati a fare assemblee sul luogo di lavoro, occupanti di case e sfrattati, studenti – lavoratrici e lavoratori del futuro, specialmente dopo le dichiarazioni dell’attuale Ministro del Lavoro Poletti sul lavoro degli studenti durante le vacanze estive – nelle città come nelle aree rurali.
Una assemblea nazionale che sia dunque esito di un processo di attivazione e lotta e sia aperta alle proposte di organizzazione e mobilitazione dei vari settori proletari avendo a riferimento gli insegnamenti che vengono dall’esperienza delle lotte della logistica e interrogandoci sulle pratiche dell’autorganizzazione per definire una piattaforma di lotta condivisa e duratura oltre le fasi delle campagne e delle ‘stagioni’.

E’ chiaro per quanto affermato precedentemente che una assemblea di questo tipo senza il protagonismo dei lavoratori sarebbe un fallimento se pur momentaneo ma pur sempre un fallimento.
Naturalmente questa nostra proposta è aperta ad integrazioni e modifiche per costruire una convocazione ed un appello condivisi e soprattutto che attivino un processo di mobilitazione.

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