Non siamo Almaviva, e neanche voi

Non siamo Almaviva, e neanche voi

1152208531_fL’hastag noi siamo Almaviva è salito agli onori della cronaca in quanto utilizzato per difendere migliaia di posti di lavoro, in riferimento all’annuncio dei licenziamenti da parte di Almaviva stessa. Ricordiamo infatti che il 31 Maggio scadevano i contratti di solidarietà e la società dichiarava di non riuscire più a mantenere il livello occupazionale date le condizioni del settore dei call center. Ampio spazio su mass-media mainstream è stato dato alla notizia. Da una parte potrebbe sembrare normale dato che si parlava di migliaia licenziamenti a livello nazionale, in particolare a Palermo, Roma e Napoli. Diciamo subito che ovviamente per noi nessuna/o debba perdere il salario per gli interessi padronali e che quindi i licenziamenti vanno sempre respinti. Partendo da qui possiamo provare ad analizzare quello che è successo e che succede.

La vicenda, per ora, è finita con un pessimo accordo. Peggiore di quello che era stato respinto tramite un referendum da lavoratrici/tori. L’unica cosa relativamente positiva dell’accordo sono 6 mesi di tempo. Forse bisognerebbe sfruttarli per prepararsi al meglio al momento in cui scadranno i contratti di solidarietà.

Quello che ci ha colpito è lo spazio dato e come se ne sia parlato e di cosa invece non si sia parlato.A marzo prima pagina di Repubblica online e servizi su trasmissioniRai per un primo sciopero a Roma “strano” ed unblocco di una strada periferica, dove passa una macchina ogni mezzora.

A Napoli abbiamo visto manifestazioni con bandiere di quei sindacati confederali che hanno firmato sempre accordi al ribasso, condividendo sempre le premesse degli accordi aziendali, che riconoscendo le difficoltà per l’impresa sono poi utilizzate per giustificare continui peggioramenti delle condizioni lavorative. Ci viene il sospetto che non essendo la lotta ad aver imposto la notizia, e sappiamo che quando le lotte sono determinate non godono di ottima stampa, forse sono altri i motivi della visibilità. Forse agitando l’allarme sociale per le migliaia di licenziamenti (che è reale, ci mancherebbe) si vuole fare pressione per ottenere “aiuti”. Una conferma ci viene dal fatto che le parole d’ordine sono quelle di Tripi e degli altri padroni del vaporetto. Il problema è la concorrenza sleale, la delocalizzazione e non certo quelli che partono dalle reali esigenze di chi lavora. Neanche si è fatto un ragionamento “dal basso” sul futuro dei call-center anche rispetto alle tecnologie o più semplicemente quanto sia nocivo lavorare in un call-center. No, ci si vantava della professionalità e dei sacrifici fatti per l’azienda.

In fondo una proposta, valida non solo per i call-center, che migliori sia le condizioni di chi lavora che la qualità del servizio ci sarebbe, ma al momento non conviene certo ai padroni di ogni risma, cooperative comprese: l’internalizzazione. Cambiando condizioni normative e salariali potrebbe convenire ai padroni in futuro, ma in questo caso sarà imposta dall’alto, e non sarà una buona notizia.

Intanto ricordiamoci che è dal 2007 che Almaviva si appropria di soldi pubblici per tagliare il costo del lavoro: prima per la stabilizzazione poi con sempre nuovi accordi per accedere agli ammortizzatori sociali e insieme peggiorare ulteriormente le condizioni di sfruttamento. Il meccanismo dal 2011 in poi (da quando cioè si sono ridotti i fondi per la stabilizzazione) è sempre lo stesso: si dichiara un numero cospicuo di esuberi, i sindacati presenti in azienda (in accordo da sempre con la proprietà) indicano ai lavoratori che la colpa non è del padrone ma di quei cattivoni che delocalizzano (sono arrivati a denunciare “delocalizzazioni” in Calabria…) e così creano quell’allarme sociale che gli permette di accedere ai finanziamenti pubblici e contemporaneamente impone ai lavoratori di accettare nuovi controlli e pressioni sul lavoro. Vedendo quello che ha prodotto l’accordo quindi nulla di nuovo, d’altronde fondamentalmente le mobilitazioni questo chiedevano, o no? L’interlocutore individuato è stato il Governo Centrale, ora in campagna elettorale verso il referendum, e gli si chiedevano fondi (per i padroni) ed il rispetto di leggi inutili come quelle sulle delocalizzazioni che non servono a nulla, soprattutto a chi lavora. Il mondo degli appalti spesso però ci ha mostrato la forza lavoro battersi affinché “il padrone” non perdesse le commesse.

Partiamo, dunque, dall’hastag in cui le lavoratrici (che sono la maggioranza) ed i lavoratori evidentemente si identificano nell’azienda #noisiamoalmaviva. Qualcosa non torna. Il nome Almaviva infatti non è un riferimento latinista ad anime vivaci ma è semplicemente l’acronimo delle iniziali della famiglia Tripi: Alberto, Marco, Vittoria, Valeria. Prima i maschi, anche perché il fondatore Alberto designò come erede Marco in quanto… maschio. Parlano di tecnologia in inglese ma sono un po’ antiquati evidentemente. Sono la famiglia proprietaria, i padroni. Quindi Almaviva è loro, altro che noi siamo almaviva! Questo però deve essere poco chiaro a tutti/e coloro che hanno frequentato amabilmente l’account facebook di Marco Tripi e che nel corso degli anni ne hanno condivisa la retorica aziendalista, perché siamo tutti sulla stessa barca. Se l’azienda va bene i vantaggi sono per tutti. Già sentito? Purtroppo sì e non solo dai padroni, dai governi e sindacati confederali. Se non ci liberiamo di questo le “agitazioni” (non sono lotte) sono funzionali ai padroni, anche se partono dalla sacrosanta richiesta di continuità di reddito, che invece diventa una semplice richiesta di lavoro a qualsiasi condizione, che i padroni sono ben lieti di trasformare in maggiore sfruttamento. Sempre con sovvenzioni pubbliche, regalando soldi ai padroni. Sarebbe gravissimo quindi non sottolineare questo ma purtroppo a volte ci si esalta per qualche agitazione a prescindere da quello che dice. L’ottimismo della volontà ed il desiderio di individuare ad ogni costo lotte e lavoratori/trici attivi e battaglieri possono far prendere delle cantonate. Con il rischio ulteriore di giocare con le persone trasformandole in casi umani, svuotando di ogni significato politico la vicenda. Di giornalisti ce ne sono già tanti, non ne servono altri.

Non faremo la storia dell’avventura imprenditoriale della famiglia Tripi, nella quale sono riusciti a comprare aziende (Atesia) molto più grandi della loro (Cos) o ad acquisire Finsiel senza presentare un piano industriale nonostante ci fossero offerte più ricche ed aver fatto i soldi con la raccolta dei giochi d’azzardo, settore che non convince neanche la Corte dei Conti e l’Antimafia. Non faremo neanche la storia di tutte le loro amicizie a destra e a sinistra (ricordiamo però che la sua “fulgida” carriera è iniziata a fianco di Prodi nel consiglio d’amministrazione dell’Iri). Insomma Almaviva sono loro e per noi è la controparte. Noi chi siamo? Siamo parte di quello che fu il Collettivo Precariatesia e di chi dall’esterno dell’azienda lo supportò. Un collettivo autorganizzato che è riuscito a far stipulare 20.000 contratti a tempo indeterminato nei call-center, partendo proprio dal call-center Atesia, che nel frattempo ha cambiato nome in Almaviva. Siamo ancora impegnati negli strascichi legali della vicenda. Ora siamo al Consiglio di Sato per richiedere i contributi evasi all’Inps, mentre i buchi dell’Inps vengono fatti pagare a lavoratori/trici e pensionati/e. In Tribunale Almaviva scrive che quello che è successo: ”…ha prodotto effetti extra ordinem che vanno ben oltre il normale accertamento di infrazioni in materia lavorativa: esso in realtà ha messo in discussione, e minato, la stessa organizzazione imprenditoriale di Atesia (poi Almaviva), producendo effetti sull’assetto di un intero comparto economico del paese”. Questo è stato il risultato della lotta, se vi pare poco.

1140031065_fRiassumiamo quella vicenda che è stata l’occasione per tutti di cambiare davvero il settore dei call center e che è partita dalle autonome elaborazioni, esigenze e richieste di lavoratrici/tori: il 13 maggio 2005 vi è il primo sciopero indetto dal Collettivo PrecariAtesia con adesione quasi totale degli oltre 4.000 addetti della sede di Roma (nelle altre sedi la lotta non c’è mai stata); da quel momento si sono susseguiti scioperi e iniziative di lotta che hanno imposto all’attenzione di tutti la questione dei call center (da quella lotta sono nati libri, articoli e film); contemporaneamente il Collettivo ha presentato un esposto all’Ispettorato del lavoro sostenendolo con iniziative di massa all’Ispettorato stesso che – dopo oltre un anno di indagini e malgrado le ripetute testimonianze dei sindacalisti a favore dell’azienda – ha potuto accertare la completa illegalità della situazione contrattuale degli addetti del call center e perfino l’illegalità di alcuni accordi sindacali; si è così stabilito che tutti (sia inbound che outbound) andavano assunti con contratto di natura subordinata a tempo indeterminato, che lavoratrici e lavoratori avevano maturato migliaia di euro cadauno di arretrati e di contributi previdenziali non versati e che Atesia sia nella gestione Tim/Telecom che in quella di Tripi aveva evaso gli obblighi con lo Stato. Per noi era la vittoria totale.

Lotta condotta contro la volontà padronale, politica (all’epoca dei fatti Governo di sinistra con Rifondazione Comunista), confederale (Cgil in primis) ed anche settori di movimento (non tutti ci mancherebbe) tra chi ha ignorato, chi si è defilato al momento politicamente meno adatto (anche per loro) e chi ha ostracizzato più o meno apertamente quella lotta perché non riconducibile a binari consueti e controllabili o perché ostacolava percorsi elettorali o perché ai loro occhi confliggente con un percorso “semi-lobbistico” per una legge sul reddito, che non sostenuta da lotte, ha avuto una vita breve e grama.

Quando nel 2005 è partita la lotta, la vulgata comune era quella che i contratti subordinati erano insostenibili per l’azienda (le cui esigenze vengono sempre prima) e che non si poteva avere qualcosa di diverso da contratti precari come co.co.co. e progetto. La lotta è stata dura, scioperi, licenziamenti denunce, un processo che ha visto imputati 15 compagne e compagni, insomma quella che possiamo ritenere la prassi di una lotta che aggredisce le contraddizioni e non si limita ad elemosinare, giocando sul caso umano tanto caro all’immagine mediatica del precario/a. E così tutti sono immediatamente scesi a supporto dei padroni dei call center (perché quanto da noi imposto in Atesia inevitabilmente cambiava tutto il settore). Il governo del ministro del lavoro Damiano e del presidente della camera Bertinotti: con circolari che interpretando fantasiosamente la realtà distinguevano fra inbound (subordinati) e outbound (parasubordinati); con lo stanziamento di centinaia di milioni di euro per condonare le evasioni contributive e finanziare per 3 anni le assunzioni (come ora Renzi per fingere che aumenta il lavoro stabile); con l’imposizione alle lavoratrici ed ai lavoratori di dover sottoscrivere la rinuncia a tutto il pregresso e accettare contratti part time a 4 ore (circa 550€ al mese di salario) per vedersi riconosciuto il contratto a tempo indeterminato. I sindacati confederali i cui segretari generali hanno sottoscritto un avviso comune con il presidente di Confindustria per recepire quanto stabilito dal governo prima ancora che il Parlamento lo approvasse. Sindacati che poi hanno tradotto il tutto anche in accordi aziendali. Sull’accordo in Atesia imponemmo ai sindacati di fare un referendum, il cui esito è stato naturalmente che a Roma, dove c’erano le lotte, è stato respinto l’accordo, ma i sindacati ci hanno invece raccontato che a Palermo su 1.500 addetti solo uno aveva votato contro e a Napoli le percentuali erano state simili: così l’accordo è passato. A causa di ciò in questi anni centinaia di lavoratrici e lavoratori sono stati costretti a dimettersi per le insostenibili condizioni lavorative e salariali ma nessuno dei responsabili (sindacati e famiglia Tripi) se ne è preoccupato e non c’è stata alcuna solidarietà verso quei nuovi disoccupati. E gli outbound che sono ancora precari?

Con questi presupposti, arriviamo all’attuale vicenda Almaviva: ribadiamo che la difesa del posto di lavoro è sacrosanta ma non sufficiente e soprattutto non la si può spacciare per lotta; spesso è solo un legittimo tentativo di cercare di sopravvivere. Affidarsi a chi ha prodotto ciò non è un buon auspicio per la vertenza attuale, ma anche ora ci si dimentica tutto e in piazza vediamo bandiere confederali e dell’ugl, e si canta: “noi siamo italiani”. Al padrone e ai confederali va bene ma a noi basta che ci sia l’illusione della lotta?

Così mentre il nuovo accordo di proroga degli ammortizzatori sociali fino a fine novembre (poi si ricomincia?) impone un’ulteriore intensificazione dello sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori, noi rimaniamo colpiti dal modo in cui questa vicenda è stata condotta.

Le lavoratrici ed i lavoratori di Almaviva (non tutti/e ci mancherebbe) si lasciano guidare dagli interessi aziendali e dei collaborazionisti sindacali nel richiedere il rispetto delle regole sulla delocalizzazione (che significa che quando parli con un addetto di un call center devi poter scegliere se chi ti chiama lo fa dall’Italia o dall’estero, la tipica logica per mettere lavoratori contro lavoratori) e questo lo comprendiamo anche se è assolutamente controproducente per i loro interessi (significa cascare nell’inganno); quello che invece è incomprensibile (se non pensando male) oltreché inaccettabile è che queste parole d’ordine siano veicolate anche nel dibattito di movimento; è poi normale che l’unico interlocutore diventano i sindacalisti. Gli stessi che in Almaviva hanno firmato gli accordi che citavamo e in tutto il settore (ma sarebbe più giusto dire ovunque) firmano accordi per il demansionamento di lavoratrici e lavoratori, recepiscono il jobs act e acconsentono al controllo a distanza (in cuffia) della prestazione lavorativa dei telefonisti.

Tutto questo è funzionale al padrone e dannoso per le mobilitazioni presenti e future. Sembra che per parlare di lavoro serva chi di mestiere vende fumo alle lavoratrici ed ai lavoratori (cioè i sindacalisti).

1159618462_fAllora ci si preoccupa più di un dirigente della Fiom che deve tornare a lavorare e meno di chi fuori dal sindacato confederale (con tutto ciò che comporta) viene licenziato e denunciato, magari proprio grazie all’azione confederale. Più in generale quando si parla di lavoro si “idealizza” la figura del lavoratore/lavoratrice come se abbia un valore di per se. Invece come tutti/e noi può essere opportunista, puntare solo alla mera e immediata risoluzione (illusoria e magari momentanea) del problema. Insomma quello che si dice è importante, non tutto va bene. Nel caso di Almaviva abbiamo sentito tante cose sbagliate (storicamente e politicamente) e poi come in tante situazioni sembra che l’atteggiamento costruttivo sia quello di azzerare il passato e ripartire dall’oggi. Non è costruttivo, è stupido. Così chi ti frega venti volte ti può fregare pure la ventunesima. E così la voce dei lavoratori Almaviva diventa un RSU CGIL di Napoli che senza minimamente indicare le responsabilità, i motivi e le prospettive della situazione di Almaviva, sorvola sull’infame ruolo della sua organizzazione e come al solito si atteggia a compagno per nascondere la realtà, dichiara che i licenziamenti rientreranno ma che probabilmente si dovrà cedere su altro. Tutto vero, ma allora si scioperava per questo? E ora, dato che l’accordo è brutto, si dice che la lotta continua, un eterno presente che capire non sappiamo?

In generale ci stupisce che compagni/e che si occupano delle questioni più disparate, su posizioni avanzate su molti campi, quando si tratta di lavoro si affidano al “sindacato” spesso pure confederale rinunciando a priori a costruire qualcosa. Capiamo che sia più semplice, la lotta costa. Se poi si vuole solo fare i cantori non c’è problema, si esalta qualcosa e poi si passa ad altro. Di sconfitta in sconfitta.

Un grosso limite che possiamo rilevare sulle vertenze lavorative è che ci si muove spesso solo in un’ottica difensiva: quando vengono annunciati i licenziamenti spesso è troppo tardi. Il tutto aggravato dal fatto che non sono licenziamenti improvvisi ma largamente annunciati, ma ci si muove solo in seguito all’azione del padrone manifestando ulteriormente una subordinazione ed una mancanza di autonomia.

In generale le lotte “offensive”, che producono risultati migliori, necessitano di più tempo ed impegno.

Quel che rimane, essendo molto brutali è la sensazione molto sgradevole che le cose spesso vengano assunte inconsapevolmente, ma colpevolmente, sull’onda di esigenze padronali/confederali. Manca la capacità di valutare quello che si muove e come si muove o manca la volontà ed il coraggio di lavorare sulle vertenze? Non abbiamo nessuna ricetta vincente ma alcune contraddizioni sono così evidenti che alcuni errori, questi sì, sarebbero facilmente evitabili. Si preferisce affidarsi a chi nominalmente “gestisce” lavoratrici e lavoratori per ritagliarsi un ruolo di cantori ed avere l’illusione di contribuire ad una sintesi politicamente matura? Si guarda ai grandi perché più semo mejo stamo?

Scelte.

Roma – giugno

Assemblea per l’Autorganizzazione