PROPOSTA PER LA COSTITUZIONE DI UNA ASSEMBLEA CITTADINA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI AUTORGANIZZATI/E

Da giugno del 2000 si aggira per Roma un gruppo di compagne e compagni, inizialmente provenienti da CLaRO e dal CSOA I Po’, che con la sigla “Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà” interviene nei luoghi di lavoro o di accesso al mercato del lavoro per costruire vertenze e lotte contro il capitale.

Questa esperienza, spesso unica nel panorama di movimento, ha cercato, con esiti alterni, di promuovere organismi di lotta autorganizzati fra le lavoratrici ed i lavoratori dei settori a maggiore “densità” precaria della metropoli (dalle agenzie interinali ai call center, dagli alberghi alle cooperative sociali ecc.). Infatti la seconda metà degli anni ’90 ha rappresentato, in Italia, una forte accelerazione dei processi di precarizzazione del lavoro e con essi la soppressione di qualunque forma pubblica di accesso al mercato del lavoro: con la scomparsa degli uffici di collocamento e conseguentemente delle graduatorie dei disoccupati, il padronato ha raggiunto contemporaneamente sia l’obiettivo di rendere completamente disponibile per qualunque lavoro e ricattabile “l’intero esercito industriale di riserva” senza alcuna distinzione di formazione e “competenze”, sia l’obiettivo di ridurre drasticamente le possibilità di incontro e dunque potenzialmente di organizzazione per le disoccupate ed i disoccupati.

L’ACCCP ha dunque incentrato il suo intervento nel tentativo di costruire lotte e sollecitare la formazione di movimenti che ostacolassero i processi di precarizzazione a partire dai bisogni dei lavoratori e delle lavoratrici (per inciso sono lavoratori e lavoratrici sia chi ha un contratto a tempo indeterminato, sia chi ha un contratto precario, sia chi è disoccupato, sia chi è ancora in formazione ma non ha alcuna “posizione famigliare” a garantirgli un futuro). In questo percorso spesso abbiamo dovuto constatare l’assenza del “movimento” o perché inquinato da ideologie padronali sul “flessibile e l’autoimprenditoria (il famoso lavoro autonomo di 3° generazione) sono belli”, o perché “confuso” dall’idea che il rifiuto del lavoro salariato equivalesse all’abbandono dei luoghi di lavoro come terreno di lotta (come se si potesse sovvertire l’esistente dimenticando i terreni di produzione della ricchezza e l’egemonia dell’economico sulla società), o perché come nel caso del sindacalismo di base incapace di trovare le forme e le parole d’ordine per l’organizzazione dei lavoratori precari (salvo qualche eccezione nel settore pubblico). Malgrado ciò possiamo stilare un bilancio senz’altro positivo di questa esperienza per le tante micro iniziative che siamo riusciti ad organizzare, per la capacità di tessere confronti e diffondere le istanze dell’autorganizzazione fra tanti e tante precarie e naturalmente soprattutto per l’esperienza della lotta di Atesia: senza ombra di dubbio la più estesa, determinata ed efficace lotta di precarie e precari che abbia attraversato l’Italia.

Ma proprio la fine della lotta ad Atesia nel 2007 ha coinciso con l’innesco della “nuova fase” della crisi di valorizzazione del capitale e con il consolidarsi del processo di precarizzazione del mercato del lavoro (ormai anche l’art.18 è svuotato di senso e ristretto ad una minoranza di lavoratori), tutto ciò non poteva non influire sul lavoro dell’ACCCP e sulla composizione delle lavoratrici e dei lavoratori con cui entriamo in relazione.

Infatti a partire dal 2008 è diventata meno significativa la tipologia contrattuale delle lavoratrici e dei lavoratori con cui entriamo in relazione e più rilevante invece il settore merceologico di attività:

servizi del turismo, grande distribuzione, pulizie, logistica insomma con l’eccezione delle società in house, tutti settori fortemente operai e di lavoro manuale. Questa diversità porta molti cambiamenti: i settori del nostro intervento sono spesso attraversati da esperienze di sindacalismo sia confederale che di base, l’età media dei lavoratori e delle lavoratrici è spesso più alta e dunque con bisogni più consolidati, la paura di perdere il posto di lavoro è più profonda che nelle precedenti esperienze, ecc.

Tutto ciò richiede un cambiamento nell’organizzazione dell’acccp, nella fase precedente il nostro lavoro aveva una dinamica abbastanza definita: molto lavoro d’inchiesta sulle tipologie contrattuali ed i sistemi di comando, poi una fase di informazione delle lavoratrici e dei lavoratori sulle norme che regolano il loro rapporto di lavoro e quindi finalmente l’individuazione dei terreni rivendicati su cui organizzare la lotta. Oggi il nostro lavoro comincia quando i terreni rivendicativi sono già stati individuati e spesso i lavoratori hanno maturato la delusione per l’intervento sindacale, da ciò il nostro necessario lavoro di inchiesta e informazione è costretto a svilupparsi nel corso della vertenza stessa e quindi con maggiore approssimazione rispetto alle precedenti esperienze; inoltre non ci confrontiamo solo con l’ostilità dei sindacati di regime ma spesso anche con quella dei sindacati di base (nella migliore delle ipotesi concorrenti o costretti a convivere per le esigenze della lotta) tutto ciò ovviamente va a discapito della chiarezza dell’opzione autorganizzata verso le lavoratrici ed i lavoratori. Anche l’impegno militante muta e mette le compagne ed i compagni dell’ACCCP a dura prova per quanto riguarda tempi, stress e capacità di autocontrollo. Non di meno possiamo dire che l’esperienza di questi 13 anni ci rende sicuramente più avvezzi e “preparati” a questo lavoro politico rispetto alla maggioranza del panorama di movimento, ma tutto ciò non è sufficiente: crediamo infatti sia necessario rifondare una assemblea cittadina di intervento sul conflitto nei luoghi di lavoro e di organizzazione dei diversi settori di lavoratori e lavoratrici (a tempo indeterminato, precarie, disoccupati).

Da qui nasce la nostra proposta alle strutture o singolarità che si riconoscono nell’autonomia di classe e quindi nell’autorganizzazione nella città di Roma.

Le compagne e i compagni dell’ACCCP nel presentare questa proposta hanno deciso di mettersi di nuovo in gioco e superare in avanti l’esperienza dell’assemblea coordinata e continuativa contro la precarietà per metterci a disposizione di questo nuovo organismo di massa, sollecitiamo altri contributi e riflessioni per costruirlo insieme ed in primo luogo ci rivolgiamo alle compagne ed ai compagni con cui condividiamo l’esperienza dell’assemblea di sostegno alle lotte dei lavoratori della logistica: anche con l’obiettivo di superare la semplice funzione di “sostegno” e renderci pienamente soggetto politico.

E’ una scommessa sicuramente non facile e per questo prima di entrare nel merito della proposta ci sembra doveroso porsi alcune, senz’altro non esaustive,  semplici domande:

 

Come ci si autorganizzata nei posti di lavoro?

Che rapporti avere con le forme di delega tradizionale?

Come porsi nei confronti dei residuali spazi di rappresentanza aziendale, come RSA o RSU?

Come conquistare spazi di agibilità fuori dai canali della delega sindacale?

L’autorganizzazione è praticabile in tutti i settori lavorativi?

 

Per individuare gli elementi necessari a rispondere a queste domande, non si può non partire dalla metodologia classica prassi – teoria – prassi e dunque dalla nostra esperienza.

Infatti come già detto abbiamo maturato una serie di esperienze estremamente indicative sulla pratica dell’autonomia di classe nelle lotte, da cui attingere importanti indicazioni e che rappresentano un primo elemento della prassi.

Il Collettivo Precari Atesia, Aci Informatica, il Comitato di Lotta degli appalti della Sapienza, il Collettivo Leroy Merlin, l’Assemblea cittadina delle società in house, Autorganizzati Lazio Service, Collettivo Autorganizzato Operai dello Spettacolo, sono situazioni reali di lavoratori e lavoratrici che hanno scelto la pratica dell’autorganizzazione, pur con diverse sfumature e altalenanti conclusioni delle loro vertenze, nonché degli organismi stessi.

Dunque, tornando alla prima domanda, su come ci si autorganizza sul luogo di lavoro, proprio per evitare i limiti del passato, abbiamo individuato alcuni elementi portanti per contraddistinguere un processo di lotta autorganizzata:

–       formare assemblee tra lavoratori e lavoratrici;

–       fare dell’assemblea il luogo preposto alla discussione e alle decisioni;

–       rifiutare ogni forma di delega;

–       rifiutare ogni forma di rappresentanza fuori dall’assemblea;

–       non appoggiarsi a forme di rappresentanza sindacale, che, di fatto, sono il primo passo per delegare le istanze dei lavoratori e delle lavoratrici a pochi singoli, oltretutto in un momento storico in cui accordi tra padroni e sindacati confederali, cancellano la residuale rappresentatività delle RSU;

–       utilizzare le varie possibilità che offre la rete come mailing list, blog, siti, come elementi di propaganda e comunicazione tra lavoratori, senza però mai surrogare al reale;

–       incontrasi se necessario fuori orario e luogo di lavoro;

–       costringere il padrone di turno a riconoscere l’assemblea autorganizzata come organismo trattante, attraverso la mobilitazione collettiva, scioperi autoconvocati, picchetti, campagne di boicottaggio mirate ecc. ecc;

–       cercare di diffondere le proprie esperienze in altre situazioni lavorative, per poi coordinare gli organismi dei luoghi di lavoro nell’assemblea cittadina ed alzare il livello del conflitto tra le classi, in sintesi ripartire da una nuova sperimentazione/prassi, per poi riverificarla nel dibattito/teoria.

 

Ovviamente tutto ciò è frutto di una organizzazione vista come processo non come elemento statico acquisito dall’inizio alla fine, altrimenti non potremmo neppure stare nelle lotte della logistica che oggi non hanno tutte queste caratteristiche.

 

L’autorganizzazione è praticabile ovunque? In linea teorica si, ma l’esiguo numero di militanti, impone di scegliere settori di classe altamente conflittuale, individuando nei lavoratori immigrati impiegati nelle cooperative della logistica, un settore di classe potenzialmente trainante anche per la classe lavoratrice autoctona addormentata da anni di concertazione; senza però tralasciare ogni sforzo possibile per intercettare ogni conflitto che si sviluppa in ogni luogo di lavoro.

La rilevanza economica del settore della logistica ( circa il 13% del PIL nazionale ) e l’utilizzo in modo quasi esclusivo di operai stranieri, fa intravedere in questo intervento un potenziale ciclo di lotta a lungo termine, sia per gli interessi economici diretti ed indiretti (un padrone per potere usufruire del plusvalore estorto nella produzione, deve monetizzare la merce prodotta, sempre più sovente in luoghi diversi da quelli di produzione), sia per una maggiore propensione dei lavoratori immigrati alla lotta, allo scontro contro i sindacati visti per quello che sono, cioè servi del padrone e la non curanza delle forme di civile legalità, che li costringe alla semi schiavitù.

Da rilevare, inoltre che le loro lotte sono immediatamente politiche giacché non è possibile scindere la vertenza sindacale, con la questione del permesso di soggiorno, usato in senso di ricatto padronale dopo l’infame legge Bossi-Fini erede diretta della Turco – Napolitano (che istituì i CPT oggi CIE), e lo scontro con la proprietà privata o di Enti Locali, giacché soprattutto nelle grandi metropoli spesso vivono in spazi occupati o spontaneamente o con i movimenti di lotta per la casa.

 

Attualmente molti di questi operai hanno intravisto in un sindacato di base, uno strumento indispensabile di coordinamento e supporto alla loro lotta, sottovalutando però, che l’elemento portante della lotta è la loro volontà e capacità autonoma di mobilitazione, sono loro in definitiva che hanno aperto le porte della trattativa al sindacato e non il contrario; compito dei compagni e compagne per l’autorganizzazione è essere presenti in queste vertenze presentandosi come militanti autonomi e sottolineando la centralità dell’assemblea dell’autorganizzazione lavoratrice.

 

Ecco perchè la nostra proposta di modello organizzativo, cioè come essere efficaci ad affrontare le scommesse sopra elencate, è quella di creare una assemblea cittadina che superando il ruolo di supporto delle lotte autorganizzate nei posti di lavoro, ne diventi invece motore e luogo di elaborazione e diffusione dei processi di lotta.

Essere un contenitore aperto e di riferimento, per quanto riguarda l’intervento sul conflitto capitale/lavoro,  per le strutture e singoli che si riconoscono nell’autorganizzazione e quindi nella prospettiva dell’autonomia di classe nel territorio romano.

Avere come base il rigetto di qualsiasi forma organizzativa verticista, ma cercando attraverso corsi di autotutela, di essere tutte e tutti in grado di supportare, anche a livello di consulenza l’inizio delle vertenze; imparare a leggere una busta paga, una lettera di assunzione, un CCNL, cosa fare in caso di lettera di richiamo, ecc. ecc.

Cercare di dare respiro alla nostra azione, anche a livello nazionale, aprendo se possibile un confronto o magari un coordinamento, con compagne e compagni che hanno visioni simili alle nostre, dando come base del rapporto il comune intervenire su lotte reali, come ad esempio tra le varie strutture di supporto agli operai della logistica.

 

L’autorganizzazione è già programma di una società futura, su questo non si può prescindere, così come non si può prescindere dal rifiuto e lotta contro ogni forma di autoritarismo, sessismo, razzismo e discriminazione; il modello assembleare che auspichiamo nasca in ogni luogo, è già per noi attuale ed attuato, dunque in conclusione è utile ribadire che la funzione di coordinamento e supporto, non è per avere una sorta di direzione dall’alto sulla classe lavoratrice, ma bensì la ricerca della massima internità ai cicli di lotta che di volta in volta si sviluppano, così come del resto auspicio di massima è che ogni compagna ed ogni compagno, agiti il conflitto partendo dove possibile dal proprio posto di lavoro.

 

Questa la nostra proposta che sottoponiamo alla critica ed al giudizio delle compagne e dei compagni che riconoscono la necessità di investire i luoghi di lavoro e organizzare le lavoratrici ed i lavoratori sul terreno dell’autorganizzazione.

 

Roma, 14 novembre 2013

Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà