La lotta del popolo Mapuche

Il primo dicembre nei locali dello spazio sociale Nido di Vespe è stata ospitata una iniziativa dal nome “la proprietà privata devasta e uccide“. Il tema centrale è stato quello delle lotte del popolo Mapuche contro le multinazionali (in particolar modo la Benetton ) e l’assassinio con relativa sparizione del compagno Santiago Maldonando.

Da questa iniziativa è stato prodotto il seguente opuscolo:

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LA LOTTA DEL POPOLO MAPUCHE IN ARGENTINA

I Mapuche, discendenti dei popoli che originariamente vivevano nelle terre del Sud del Cile e dell’Argentina, stanno portando avanti una dura lotta per recuperare una piccola parte dei territori dai quali sono stati espulsi, a causa della svendita, da parte dello Stato argentino, di sconfinate proprietà alle imprese multinazionali straniere latifondiste.
La loro intenzione è quella di vivere in comunità basate sul libero lavoro della terra, l’allevamento, la caccia e la raccolta. I Mapuche non sono interessati a vivere secondo i criteri imposti dall’organizzazione statuale nè cilena nè argentina. Rivendicano il loro diritto a gestire le comunità tramite la regolamentazione politica e sociale prodotta nelle cerimonie rituali, secondo le tradizioni ancestrali.
Individuano quindi come loro principale nemico la proprietà privata delle imprese multinazionali, soprattutto quelle che sfruttano le miniere, il petrolio e producono energia idroelettrica, e lottano per la loro espulsione dal territorio. Considerano la terra sia produttiva che sacra.
La loro concezione della vita è molto legata alla spiritualità e considerano la Madre Terra con un rispetto che non ha nulla a che vedere con i metodi di sfruttamento delle risorse naturali imposti oggi dal capitalismo.
Le loro comunità ed istituzioni non sono basate sul concetto di proprietà privata e lavoro salariato, come quelle degli Stati nazionali. Si riconoscono come nazione Mapuche – nel senso di estesa comunità che condivide rituali, lingua e cultura – ma questo non significa che abbiano come scopo principale la creazione di uno Stato con confini territoriali ed istituzioni basate sul criterio della democrazia rappresentativa borghese.
Ritengono, nelle loro rivendicazioni, che poter praticare il libero lavoro della terra, secondo i propri saperi ancestrali, rappresenti un miglioramento della qualità della vita rispetto al modello attuale di lavoro salariato con il quale sono costretti a relazionarsi a causa dell’invasività dello Stato capitalista, che vuole controllare ogni centimetro quadrato del territorio che ha conquistato militarmente. L’Argentina infatti si è accaparrata, a fine 1800, la Patagonia con la campagna del desierto, nella quale è stato praticato lo sterminio dei
popoli originari che abitavano questi sconfinati territori.
In Argentina poi lo Stato ha ceduto enormi porzioni di territorio alle imprese multinazionali a poco prezzo ed oggi assicura militarmente la difesa delle proprietà private con ogni mezzo ritenuto necessario.
I Mapuche stanno occupando alcune terre e vi stanno costruendo delle comunità, nel mentre portano avanti anche una battaglia, a livello di dialogo istituzionale, che tenta di strappare allo Stato alcune concessioni territoriali.
Il movimento di lotta infatti è frammentato riguardo obiettivi e metodi, come tutti i movimenti. Al suo interno ci sono differenti organizzazioni, da quelle che rivendicano un vero e proprio Stato con i confini nazionali a quelle che praticano l’azione diretta e il sabotaggio o l’occupazione delle terre.
Il movimento è radicato nelle cittadine del Rio Negro e del Chubut, a Bariloche, Esquel, El Bolson e lungo tutta la Ruta 40, la strada che passando da Neuquen percorre il sud dell’Argentina fino ad Ushuaia.

PU LOF EN RESISTENCIA CUSHAMEN, CHUBUT

Nel 2015 il Movimento Autonomo del Puelmapu occupa delle terre di proprietà della Tierras del Sud SA, appartenente al grupo Benetton –che in Argentina possiede 900mila ettari- e vi comincia a costruire una comunità.
Nel 2016 le autorità argentine, soprattutto nella persona di Pablo Noceti, capo del gabinetto di sicurezza, cominciano a rilasciare dichiarazioni sulla pericolosità dei Mapuche e sulla presunta organizzazione clandestina Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), autrice di sabotaggi ed incendi, viene indicata come la principale minaccia terroristica per lo Stato Argentino ed i suoi abitanti.
La Pu Lof Cushamen viene direttamente collegata alla RAM dagli investigatori guidati dal giudice federale Guido Otranto.
A Gennaio 2017 il governatore del Chubut, Mario Das Neves, ha interrotto il tavolo di dialogo con la Pu Lof Cushamen riguardo il passaggio di un treno turistico all’interno della comunità, dichiarando i Mapuche “terroristi e delinquenti”. La gendarmeria ha chiuso gli accessi stradali, è entrata nella comunità e ha distrutto le abitazioni e tutto ciò che apparteneva agli occupanti, ha sparato pallottole di gomma e di piombo, provocando 3 feriti gravi. Ha picchiato, inseguito e arrestato più persone possibile, dando una
lezione esemplare sull’esercizio della violenza contro chi si oppone ai piani speculativi organizzati delle autorità provinciali e si appropria di qualche ettaro di terreno che crede gli spetti di diritto.

PROTOCOLO ANTIPIQUETES

A Febbraio è stato firmato a Bariloche, dal ministro federale Bullrich e da tutti i Ministri di Sicurezza delle province argentine, il Protocollo Antipicchetti.
Un vero e proprio regolamento per le forze dell’ordine su come comportarsi in caso di manifestazioni autorizzate o spontanee che blocchino delle strade.
Il metodo piquetero è il più radicale e combattivo mezzo di lotta praticato da chi protesta in Argentina e consiste nel bloccare autostrade, ponti o arterie principali delle metropoli, bruciando copertoni in mezzo alla strada e difendendo il picchetto in modo organizzato. Le gravi difficoltà di circolazione per i veicoli, in questi casi, causano paralisi e danni economici notevoli.
Il governo attuale sta cercando di debellare il fenomeno, proponendo tolleranza massima di 5 minuti prima dell’intervento, “graduale” ma deciso ed efficace delle forze dell’ordine nei confronti di manifestazioni non autorizzate, l’inasprimento delle pene per chi sia arrestato con il volto travisato o con un bastone in mano (“abbigliamento” tipico del servizio d’ordine del picchetto), abolizione del servizio d’ordine dello spezzone in caso di manifestazione autorizzata, creazione di un apposito luogo dedicato ai giornalisti dove esclusivamente ne venga garantita l’incolumità.

FACUNDO JONES HUALA E LA SCOMPARSA DI SANTIAGO MALDONADO

Il 26 Giugno 2017 viene arrestato Facundo Jones Huala, uno dei leader della comunità, la cui richiesta di estradizione in Cile era stata già negata l’anno prima dal giudice Otranto. Questi non aveva
ritenuto attendibile l’unica testimonianza prodotta contro di lui, in quanto rilasciata sotto tortura, e aveva rimesso il giudizio alla corte che non si è mai pronunciata.
Huala era stato quindi rilasciato ed ora un nuovo giudice sarà chiamato a decidere riguardo la sua estradizione in Cile, come fortemente voluto da Pablo Noceti. Gli avvocati di Huala dicono che sta subendo due volte lo stesso processo, ma il Capo del Gabinetto di Sicurezza invece afferma che non è mai stata emessa alcuna sentenza. Mario Das Neves ha denunciato il giudice Otranto al Consiglio della Magistratura per aver fatto rilasciare Facundo Jones
Huala l’anno scorso. E’ evidente quindi che Noceti e Das Neves siano tra i fautori della criminalizzazione e della demonizzazione, che passa attraverso i mass media, della lotta dei Mapuche, rendendosi così protagonisti della repressione del proprio nemico interno e assurgendosi a baluardo della difesa nazionale agli occhi dell’opinione pubblica.
Il 31 Luglio Noceti si riunisce segretamente con i governatori di Chubut e Rio Negro per coordinare azioni di difesa contro la RAM.
A Bariloche viene violentemente caricata una manifestazione, con vari arrestati e feriti, per il rilascio di Huala, detenuto nel carcere di Esquel.
Nelle cittadine della Patagonia, come Bariloche e El Bolson, le lotte dei Mapuche sono condivise e appoggiate da una parte degli abitanti, soprattutto da alcuni che sono di passaggio o che vi si sono fermati negli ultimi anni. Sono località turistiche dove molti giovani argentini vanno a lavorare durante le stagioni di maggiore afflusso. Molti di loro sono artigiani, che praticano uno stile di vita basato sulla condivisione, sull’autoproduzione, sull’apprezzamento e sul rispetto della natura.
Uno di loro era Santiago Maldonado, un compagno anarchico, artigiano, tatuatore, chiamato el Brujo, lo Stregone.  1 Agosto, Santiago Maldonado è l’unico “bianco” a partecipare al blocco della
Ruta 40 nei pressi della Pu Lof Cushamen in risposta alla repressione del giorno precedente. La Gendarmeria riceve l’ordine di sgomberare la strada dal giudice Otranto.
Nel vertice del giorno precedente Pablo Noceti ha insistito sull’uso della motivazione della “flagranza di reato” per giustificare azioni arbitrarie dei militari, rispetto a quelle preventivamente autorizzate dal giudice.
I gendarmi si presentano quindi in numero massiccio, invadono i territori della comunità armati di fucili e bastoni, rispondono al lancio di pietre, sparano, distruggono e danno fuoco a tutto ciò che appartiene ai mapuche e inseguono i manifestanti fino alle rive del fiume.
La comunità resiste quanto possibile, avendo le pietre come unica arma di difesa. In breve la situazione degenera in una vera e propria caccia all’uomo. Non si hanno più notizie di Santiago Maldonado. Pablo Noceti era presente sul posto a dirigire l’operazione, ed ha richiesto ed ottenuto a cose fatte l’autorizzazione del giudice ad entrare nella Pu Lof.
Il ministro della Sicurezza argentino Patricia Bullrich ha dichiarato che non è stata commessa alcuna irregolarità in questa operazione ed ha espresso il pieno appoggio alla Gendarmeria, negando che fosse avvenuta alcuna scomparsa, spostando l’attenzione sulla violenza dei Mapuche e proponendo ipotesi alternative infondate riguardo dove fosse finito Santiago.
Nei giorni successivi in risposta all’insistente domanda Donde està Santiago Maldonado? che comincia a circolare sul territorio nazionale, tramite El Clarin, una delle più autorevoli testate giornalistiche, cominciano a prendere corpo una serie di menzogne che parlano di avvistamenti di Santiago in villaggi del nord, passaggi che gli avrebbero dato mentre faceva autostop, che fosse passato in Cile illegalmente o che fosse direttamente passato alla clandestinità nelle file della RAM facendo perdere le proprie tracce.
Tra un dubbio e l’altro le ricerche si svolgono con molta calma e con metodi poco rispettosi nei confronti di chi abita il territorio. Il 5 agosto viene scandagliato il fiume dai sommozzatori ma senza risultati.
La perquisizione dei mezzi della gendarmeria avviene 10-15 giorni dopo i fatti e dopo che sono stati lavati. Dal sequestro di telefoni degli agenti emergono prove –foto e video- riguardo azioni illegali compiute dai militari, al contrario di quanto sostenuto da Ministro e dal Capo del Gabinetto della Sicurezza.

Il 13 agosto si svolgono le Paso, elezioni primarie aperte, simultanee e obbligatorie dei candidati per Camera e Senato di una parte del Congresso della nazione che si svolgeranno il 22 ottobre.
1 Settembre, la famiglia di Santiago insieme alle associazioni per i Diritti Umani e le Madri de Plaza de Mayo, convocano una grande manifestazione che porta in piazza 250mila persone nella capitale e decine di migliaia di persone in molte altre città del paese.
La manifestazione finisce con degli incidenti con la polizia, che si protraggono da Plaza de Mayo fino alla Plaza del Congresso. Vengono arrestate 31 persone, che verranno insultate, intimidite e picchiate durante la detenzione.
Per la stragrande maggioranza di queste non vi è alcuna prova di
coinvolgimento negli incidenti. Il segnale delle forze dell’ordine è però chiaro anche a Buenos Aires. Le prime pagine dei giornali parlano di devastazione e guerriglia urbana, ingigantendo l’entità di quanto accaduto e soffiando sul fuoco riguardo la violenza dei manifestanti.
Il presidente Mauricio Macri parla molto brevemente per la prima volta della vicenda di Santiago, dopo 35 giorni, dicendo che si sta facendo tutto il possibile per ritrovarlo e dichiarandosi dispiaciuto per gli incidenti avvenuti perchè “la violenza è l’unica cosa di cui non abbiamo bisogno in questo momento”.
Nei giorni successivi circolano forti convinzioni sulla presenza di
agenti in borghese infiltrati che avrebbero provocato gli incidenti.
Si comincia a generare un clima di diffidenza tra i manifestanti e tra
chi sta seguendo con attenzione il caso della desaparicion forzada di
un compagno.
Tutti i manifestanti comunque ritengono lo Stato responsabile e vogliono le dimissioni della Bullrich.
Desaparicion forzada, significa che una persona viene fatta sparire, e quindi uccisa, per effetto di un piano preordinato e sistematico dello Stato. E’ un crimine di lesa umanità per il quale non è prevista prescrizione.                                                                                         L’Argentina ha sofferto 30mila desaparecidos durante la dittatura militare ed ogni 24 marzo centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per ribadire un fermo Nunca Mas, mai più. Quello che  vivono gli argentini riguardo la scomparsa di Santiago è un forte richiamo a questa memoria storica, nonostante questo non sia il primo caso avvenuto dalla fine della dittatura.
1 ottobre. Alla fine della manifestazione per i due mesi della scomparsa, il clima è teso. Un gruppetto di “violenti” –hanno i cappucci e hanno tirato due petardi- risponde alle provocazioni di alcuni giornalisti. Vengono cacciati ed inseguiti da altri manifestanti. La macchina del dividi et impera sta cominciando a funzionare. Anche chi fa una scritta viene visto con sospetto.
Un mese prima i muri che andavano dal Cabildo a plaza del Congreso erano stati completamente ricoperti di scritte, stancil, stampe e manifesti.
Il giudice federale Gustavo Lleral avvicina la famiglia di Santiago e dialoga con la comunità Mapuche per trattare un ingresso rispettuoso, ovvero senza armi, all’interno della comunità al fine di effettuare le ricerche.
17 ottobre, viene ritrovato nel fiume, a poche centinaia di metri, il corpo di Santiago. I giornali danno notizie “certe” riguardanti l’autopsia ben prima che questa venga realizzata.
Mancano 5 giorni alle elezioni di un terzo dei senatori e della metà dei deputati che compongono il Congresso.
Il corpo non presenta segni di violenza, nè di colpi di arma da fuoco.
Si suppone che la morte sia avvenuta per annegamento e ipotermia.
I risultati degli esami saranno ufficializzati solo un mese dopo, ma le prime notizie servono a rassicurare gli elettori riguardo al fatto che non c’è stata desaparcion forzada nè pestaggio da parte della Gendarmeria e quindi che di fatto non è stato commesso un omicidio.
E’ invece evidente, per chi non si vuole far ingannare dalla propaganda, che in qualsiasi caso Santiago è morto a causa della persecuzione dei gendarmi perchè è finito, non sapendo nemmeno nuotare, nel fiume gelato, l’inverno lì il clima è durissimo. Inoltre la Gendarmeria aveva negato in un primo momento che i militari avessero inseguito qualcuno fino alle rive del fiume.
Fatto che poi è stato invece dimostrato dalle prove acquisite in seguito. Rimangono inoltre molti dubbi su come sia stato possibile non trovarlo per tutto questo tempo quando erano stati eseguiti già scandagliamenti con i sommozzatori. Gli esami eseguiti nell’autopsia, videoregistrati e con i periti di parte presenti, non hanno stabilito con certezza se il cadavere sia rimasto effettivamente in acqua per tutta la durata del periodo in cui non era stato
rinvenuto, 73 giorni. Tre prove diverse hanno prodotto tre risultati: più di 53,  più di 60 e più di 73 giorni.
La coincidenza del ritrovamento con la scadenza elettorale rende molto tiepide le reazioni di piazza. Nelle due manifestazioni successive c’è una sbrigativa fretta e molta paura che vengano provocati incidenti non desiderati da parte della grande maggioranza delle persone scese in piazza e dagli organizzatori.
Il governo conduce sondaggi telefonici nei giorni a ridosso delle elezioni su quanto possa incidere sul risultato il fatto che sia ricomparso il corpo. Le elezioni vengono vinte largamente da Cambiemos di Macri e compagnia.

LA REPRESSIONE A VILLA MASCARDI E L’OMICIDIO DI RAFAEL NAHUEL

Il 23 novembre un massiccio apparato militare si mobilita lungo la Ruta 40 all’altezza del Lago di Villa Mascardi, nel Rio Negro, a una trentina di km da Bariloche. All’interno del Parco Nazionale Nahuel Huapi è stata occupata una zona un paio di mesi prima dove è stata fondata la Lof (comunità) Lafken Winkul Mapu. Questa terra ancestrale è soggetta a piani speculativi immobiliari relativi a imprese turistiche e commerciali.
Il giudice Gustavo Villanueva ha dato l’ordine alla Polizia Federale di sgomberare l’occupazione. Gli uomini mapuche presenti scappano verso la montagna inseguiti dai militari. Vengono arrestate 5 donne e 4 bambini.
Anche in questo caso la Lof viene ricondotta alla RAM e le forze dell’ordine hanno scatenato una caccia all’uomo per effettuare più arresti possibili.
Non è stato fatto risparmio di colpi di arma da fuoco e nei pressi di Bariloche sabato 25 è stato ucciso con un proiettile 9mm, che lo ha colpito alle spalle, il giovane Rafael Nahuel di 22 anni e sono stati gravemente feriti un uomo e una donna. L’operazione militare è stata condotta dal Gruppo Albatros, della Prefectura (guardiacostiera) del lago di Villa Mascardi, che ha dichiarato,
mentendo, di aver aperto il fuoco solo in risposta ai primi spari dei Mapuche.
Attualmente le azioni dirette e di sabotaggio della resistenza mapuche non hanno mai provocato nessun morto e l’autodifesa è stata praticata al massimo con il lancio di pietre. Huala rischia l’estradizione in Cile con l’accusa di terrorismo. Lo Stato argentino solo quest’anno 2017 ha assassinato due compagni, ne ha ferito gravemente vari e ne ha arrestato decine senza motivo. Come hanno dichiarato i membri delle comunità in resistenza, avvenimenti come quelli di Villa Mascardi purtroppo si ripeteranno perchè la lotta dei Mapuche andrà avanti.

PROPOSTA POLITICA DEI MAPUCHE IN PUNTI

(dalla videointervista rilasciata da Facundo Jones Huala a Jorge Lanata de el Clarin, nel carcere di Esquel agosto 2017)
-Recupero del territorio e della terra produttiva e sacra
-Miglioramento della qualità della vita e dell’autonomia mediante il lavoro in proprio della terra
-Esercizio dei propri diritti politici e territoriali all’interno delle comunità
-Porre fine al latifondismo e allo sfruttamento
-Resistenza alle imprese capitalistiche multinazionali e loro espulsione dal territorio, soprattutto quelle minerarie, petrolifere e idroelettriche
-Ricostruzione del mondo Mapuche

 

 

a cura di
COMITATO DI LOTTA QUADRARO DICEMBRE 2017