Oltre le secche del referendum

Oltre le secche del Referendum. Per il rilancio di una prospettiva autonoma e organizzata

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La tornata referendaria appena passata segna la fine del primo governo Renzi e il rinvio del progetto di revisione costituzionale. A fronte del coro di giubilo di diverse forze politiche si è accostata una pletora di partitini e di piccoli sindacati e anche quella parte del movimento antagonista che ha declinato durante la campagna referendaria il NO in termini sociali, operai, popolari, ecc. La mobilitazione del 27 novembre, solo parzialmente riuscita in termini numerici, ha di fatto visto i pur apprezzabili tentativi di fare emergere un’alterità di movimento venire sommersi dal protagonismo di alcuni uomini politici come De Magistris, capace di utilizzare la piazza per rilanciare in termini finanche nazionali il suo “progetto” politico che così bene sembra aver funzionato a Napoli. Torneremo forse in altra occasione sui limiti di tale “progetto”. Intanto registriamo con sommo disinteresse l’avvicendamento Gentiloni-Renzi, tutto interno a logiche di ridefinizione delle regole elettorali e degli equilibri istituzionali e per nulla ascrivibile a una qualsivoglia spinta “dal basso”, sociale o di classe.

Rileviamo piuttosto con maggiore attenzione gli spunti di riflessione polemica emersi nei contributi di alcuni siti di movimento, oramai assurti a maitres a penser della politica antagonista: infoaut e militant. Tali spunti rivelano il coerente processo di revisionismo teorico che tali realtà stanno portando avanti. A partire dal successo elettorale dei movimenti demagogici e populisti di stampo evidentemente piccoloborghese viene esplicitamente proposta una sorta di lotta per l’egemonia, capace di conquistare alle ragioni di un movimento dai contorni non meglio definiti una galassia di soggetti uniti solo dall’insoddisfazione sociale. L’utilizzo di terminologie aclassiste come “popolo”, “potere”, “tecnocrazia”, “ordoliberismo”, “élite” fa da contraltare al mito di un sentimento diffuso ostile alle istituzioni e al capitalismo che è solo nelle menti di chi antepone il “voler che sia” all’analisi oggettiva dei fenomeni sociali. L’alta partecipazione alle urne viene persino vista come prova dell’interesse delle masse per temi costituzionali che solo la miopia di alcuni puristi impedisce di cogliere nella loro intima necessità.
In realtà tale riflessione non tocca temi fondamentali quali la crisi sistemica, il processo di definizione del potere continentale, la contaminazione proletaria, ma si limita a navigare a vista nel mare putrido e infido della politica rappresentativa. E, conseguentemente, si limita a proporre rimedi per uscire da una presunta marginalità militante individuandoli non nell’adeguamento e nel rafforzamento dell’autorganizzazione sociale o nella creazione di organizzazioni di classe, ma nell’ingresso nella sfera della rappresentanza.
Noi, che attraverso tre assemblee pubbliche e alcuni contributi scritti abbiamo spiegato i motivi tattici e strategici della nostra avversione a questa tornata referendaria e criticato con sincerità e franchezza coloro che hanno inseguito visibilità e rappresentazione puntando sulla campagna, abbiamo quindi a nostra volta ricevuto pungenti osservazioni. Con particolare riferimento alla realtà romana, si è peraltro rivelato una sorta di “congiura del silenzio”, tesa a non dare visibilità alla mobilitazione del 27. Si è detto che avremmo fatto un utilizzo strumentale della manifestazione “non una di meno” del 26 novembre, finalizzato a svuotarla dai significati referendari che poteva avere; si è infine accusata l’area dell’autorganizzazione di “autocompiaciuta marginalità politica” non aver compreso l’opportunità del NO sociale perché “rancorosamente alla larga da qualsiasi processo ambiguo perché ti ritieni troppo debole per potervi imprimere una direzione autonoma.”
Dal punto di vista concreto, tali osservazioni di senso vanno semplicemente ribaltate. Gran parte delle realtà femministe che hanno animato la giornata del 26 novembre, con centinaia di migliaia di donne in piazza, hanno ripetutamente espresso il fastidio di una paventata sovradeterminazione politica e referendaria al messaggio di autonomia, autodifesa e coscienza di lotta che intendevano veicolare.
Allo stesso tempo, ribadiamo di non aver voluto partecipare alla campagna e anzi di averne denunciato i limiti e le contraddizioni semplicemente perché la riteniamo interna proprio a un processo ambiguo, figlio di una concezione eminentemente reazionaria e demagogica della lotta politica. E, allo stesso tempo, non ci riteniamo troppo deboli per imprimere una direzione autonoma a tali lotte, perché, pur consapevoli effettivamente della nostra comune debolezza, proprio non ci passa neanche lontanamente nell’anticamera del cervello l’idea di dare “direzione autonoma” a un processo che riteniamo appunto ambiguo, reazionario e demagogico.
Le nostre posizioni, così come esposte nel documento finale delle tre assemblee suddette, non intendono né entrare in logiche egemoniche né rappresentare un’esaltazione della purezza rivoluzionaria. Consapevoli delle debolezze e delle miserie dell’antagonismo, si prende semplicemente atto del fatto che solo nella scissione dalla politica rappresentativa e dalla democrazia si può trovare il terreno conveniente a distruggere il populismo reazionario e trasformare il risentimento in coscienza e pratica di lotta di classe.
Siamo però pure consapevoli che tale orizzonte non è neppure inviso a molti che in completa buonafede hanno sostenuto le ragioni del NO sociale e sono perlopiù spaventati da tali fantasmi della marginalità e della debolezza, cercando scorciatoie istituzionaliste e mediatiche che negli anni hanno mostrato tutta la loro fragilità.
E siamo pure consapevoli di non avere la verità in tasca, ma solo un’ostinata tendenza a voler leggere la realtà con lenti scevre da tatticismi e politicismi. E crediamo che il confronto politico, schietto e corretto come dovrebbe essere tra compagni e compagne, anche quando assume tono di scontro possa risultare più fecondo dell’ottusa difesa dei propri orticelli e delle proprie verità. Specie a quei compagni e quelle compagne con cui abbiamo condiviso le ultime stagione di lotta, ma anche a quelle realtà da cui ci dividono analisi e ipotesi concrete, vorremmo dunque rivolgere un caldo invito ad approfondire la riflessione sul significato profondo del referendum, sui limiti della deriva populista di frange del movimento e sulla residualità degli strumenti della democrazia borghese. E, ovviamente, sulla stagione che ci attende, sulla necessità di una migliore qualificazione delle lotte, di un più adeguato percorso dell’autorganizzazione e di una migliore definizione delle prospettive autonome e organizzate.