­Doparsi per vincere o per sopravvivere (parte prima)

Sport e lavoro ai giorni nostri

Mentre noi il passato ce lo immaginiamo alle nostre spalle, in Giappone il passato viene posto davanti agli occhi perché lo si può vedere. Non affronteremo dunque il caso Pantani, su cui il mistero rimane fitto. Allora senza fare previsioni o ipotesi, ci occupiamo di qualcosa che è successo una quindicina di anni fa. Non che tutta la verità sia emersa, ma molte cose le sappiamo e possiamo azzardare una descrizione del rapporto tra sport, doping, nuove tecnologie, business, produttività, alimentazione, salute. Aspetti che toccano la vita anche di chi non segue affatto lo sport. Lo facciamo partendo dalla vicenda di Armstrong, definita la più grande truffa nella storia dello sport. Non si tratta infatti del caso di uno sprovveduto che ricorre a qualche mezzuccio per strappare un piazzamento in una garetta tra amatori (questo statisticamente rappresenta la maggior parte della casistica legata al doping). Si tratta del Tour de France, il più grande evento sportivo al mondo con cadenza annuale. Che i risultati sportivi siano sempre stati utilizzati dal potere lo diamo per assodato.

Lance Armstrong festeggia un Tour De France vinto

Per rimanere all’attualità possiamo notare con quanta solerzia Renzi si affretti a twittare o a telefonare a qualsiasi sportivo/a italiana che vinca qualcosa. D’altronde data la totale assenza di risultati delle sue politiche sui problemi reali (i relativi successi elettorali sono decisamente un’altra cosa) è l’unico modo che ha per sentire il profumo del successo, e per blaterare le solite banalità sul genio italiano, l’abnegazione e sul fatto che rimboccandoci le maniche ce la possiamo fare. Tornando all’importanza dei risultati sportivi con l’avvento dello sport professionistico e con l’aumentare degli interessi economici in ballo la faccenda si complica ulteriormente. Fino agli anni ’90 il ciclismo rimane uno sport tendenzialmente europeo, popolare, non povero ma neanche ricco. Questo spiega anche perché sia stato scelto come capro espiatorio mediatico per la lotta al doping. Non che sia assente da colpe ovviamente, e sicuramente i ciclisti esagerano, il problema però sta nell’immunità di altri sport. Calcio in primis.

Si fa il ciclista sicuramente avendo una passione ma la speranza è quella di evitare la vita in fabbrica, nei campi, in miniera o la disoccupazione. A fine carriera si può aprire un negozio di bici, non si diventa miliardari. Diciamo che insieme al pugilato e sicuramente più del calcio è uno sport di sacrificio e di fatica e che trova quindi il suo naturale bacino di praticanti nel proletariato. La spettacolarità ed il glamour degli sport professionistici americani, ed anche del calcio, sono lontani ma non la sua importanza. L’Italia del dopoguerra è rappresentata molto meglio da Coppi e Bartali più che da qualsiasi calciatore o squadra dell’epoca. Ovviamente la situazione a fine anni novanta è mutata, si affacciano ciclisti da quasi tutto il mondo occidentale. Gli sponsor, una volta mobilifici a conduzione familiare, oggi sono le grandi banche. La tv rende più fruibile e visibile uno sport che ai massimi livelli è l’unico che va tra la gente gratuitamente. Ma per fare i veri soldi serve non solo il campione ma l’icona mediatica, il Michael Jordan o il Maradona.

E arrivano gli americani. Greg Lemond primo americano campione del mondo aveva già vinto 3 Tour de France, uno con un distacco di soli 8 secondi (dopo più di 3.000 km) sfruttando la tecnologia sotto forma di un’innovativa bici da cronometro, al contrario dei tradizionalisti europei. Lemond però correva con squadre europee. L’avvento di Lance Armstrong segna l’ingresso nel mondo del ciclismo di un nuovo modello di imprenditore/mecenate e degli interessi collegati al risultato sportivo. Ovviamente di Armstrong si è sfruttato appieno commercialmente la favola del sopravvissuto al cancro che torna dopo la malattia e fa qualcosa che nessuno aveva mai fatto, vince 7 Tour de France consecutivi che successivamente gli saranno tolti per doping. E questo smentisce un suo famoso motto “la fatica è momentanea la gloria è per sempre”. La perfetta storia americana del giovane che batte il cancro e che col duro lavoro diventa il migliore al mondo. Il suo mentore, tra gli altri, e sua guida finanziaria è Tom Wiesel, ricco banchiere della Silicon Valley, pioniere degli investimenti nell’industria tecnologica. Si considerava un atleta frustrato, avendo mancato le Olimpiadi del 1960 nel pattinaggio su ghiaccio. Convinto che il successo nello sport avrebbe portato successo nella vita. Se ci pensiamo è quello che la retorica ufficiale individua come il fine sociale dello sport, che deve educare i giovani a valori come quelli di lealtà, correttezza, rispetto ed impegno. Il successo però spesso mal si abbina questi valori. Per il potere lo sport serve a tenere i giovani lontani dai problemi, ma di eliminare i problemi non se ne parla proprio. E allora lo sport fatto da sacrificio, disciplina e competizione aiuta a preparare i futuri adulti al mondo del lavoro. Se andiamo a ben vedere, come negli sport individuali, uno vince e gli altri perdono. Nel mondo del lavoro le proporzioni rimangono le stesse, nonostante la retorica ufficiale ci vorrebbe far credere che siamo tutti sulla stessa barca e che non esiste la contraddizione capitale/lavoro, tra sfruttatori e sfruttati. Sport e “affari” condividono dunque tutta la retorica sulla lealtà ed sul rispetto degli avversari e delle regole, dove bisogna competere e dare il meglio per vincere. Basti pensare a come la scuola si stia trasformando sempre più in una selezione spietatissima, e come non la cooperazione ma l’eccellenza individuale sia l’obbiettivo da rincorrere. Quindi non si gioca per divertirsi ma si fa sport per vincere.

Bush e Armstrong

Il più bravo vince… forse. L’altra faccia della medaglia è che chi perde è un fesso. Nello sport e nella vita. Assurdi e tristemente ridicoli sono tutti quei mezzi di comunicazione che raccontato di un eventuale 6°-7° posto in una competizione internazionale definiscono “solamente settimo” e parlano di fallimento, delusione ecc. Ci rendiamo conto di cosa voglia dire avere nel mondo solo 4 o 5 persone in grado di fare meglio? Dovendo calcolare tutto con questo parametro cosa dovremmo dire di giornalisti che tutti i giorni ci inondano delle loro tendenziose e pericolose sciocchezze? Sono forse tra i primi 3.000 al mondo? E tutti i commenti sprezzanti di chi non arriverebbe primo neanche in una gara del condominio? Non che per parlare di pittura sia necessario essere degli artisti, ovviamente. Il problema consiste nel valutare tutto solo in termini di vittoria. E se facessimo una classifica per stabilire i migliori amici/che, fidanzati/e figli/ie, genitori magari ognuno di noi sarebbe intorno alla posizione 2 miliardesima al mondo. Quello sì che sarebbe un fallimento. Ma non è quantificabile, per nostra fortuna.

Nello sport invece si capisce chi è stato il migliore. Non è l’opinabile risultato di un Festival Cinematografico di un Premio Letterario, di un concorso universitario o di un premio Nobel per la pace, il cui elenco dei vincitori è infarcito di veri e propri criminali. Non è neanche la formazione di un Governo dove si può governare senza non solo aver aver vinto le elezioni, ma neanche avervi partecipato, e ciò per chi ancora crede nella democrazia parlamentare dovrebbe essere un problema. Eccezion fatta per gli sport il cui risultato e deciso dal punteggio dei giudici, lo sport garantisce chiarezza. Si guarda e si capisce chi ha vinto. Questo in un mondo senza certezze è qualcosa, e spiega tanto del fascino dello sport. Magari non si è in grado di apprezzare il gesto tecnico ma il vincitore sì. Le regate vincenti di Luna Rossa, ad esempio, avevano trasformato tante persone in esperti di vela, quando l’unico vento con cui avevano avuto a che fare era quello utilizzato per asciugare i panni stesi. L’eccezione che conferma la regola è la nazionale italiana di Rugby. Popolarissima, forse grazie a tutti gli spot che fanno (per banche, assicurazioni e macchine) e l’iper stucchevole retorica sul fair play di questi “giganti buoni”. Perdono sempre, però con tutte le birre che i tifosi si bevono nel dopo gara magari se lo dimenticano.

Poi però bisognerebbe vedere come si è arrivati al risultato. Si può imbrogliare con le combine, con gli errori umani e col doping. Motivi? Ambizione personale e soldi. Durante le indagini sul marciatore italiano Alex Schwarzer (che disse che lui non di dopava perché non era mica un napoletano…) il pm Benedetto Roberti incappa in alcune mail sospette tra 2 ciclisti, Vinokourov e Kolobnev, nelle quali risulterebbe una frode sportiva da parte del campione olimpico che pagò 150 mila euro al compagno di fuga della Liegi-Bastogne-Liegi del 2010 per farlo vincere nella più antica classica monumento. Esatto il campione olimpico Vinokurov (ancora non lo era all’epoca dei fatti) ha pagato il rivale affinché lo lasciasse vincere. Ben 150,00 mila euro, più del premio per il vincitore della gara. Perché? Oggi Vinokurov è la figura sportiva più importante di un paese emergente e ricco di gas come il Kazakistan, è una sorta di ministro dello sport. Gestisce la squadra dell’Astana (capitale dello stato) finanziata dall’industria estrattiva, che è la squadra di Nibali, il siciliano ultimo vincitore del Tour. Vinokurov 41 anni, in passato è stato squalificato per doping, ed è l’attuale campione olimpico, alla faccia dello spirito olimpico appunto.

Gli atleti però non sono di certo gli unici o i maggiori responsabili. Sono i più facili da individuare e i più facilmente punibili. Il meccanismo ci ricorda quello degli incidenti sul lavoro, la colpa viene attribuita mediaticamente e legislativamente alle negligenze lavoratori e non certo a chi organizza il sistema produttivo ed i suoi ritmi e taglia le spese per la sicurezza. Ovviamente chi si dopa ci mette del suo.

Strage di Viareggio

Al recente Festival Del cinema di Roma è stato presentato un documentario su Pietro Mennea, la freccia del sud, campione olimpico a Mosca nel 1980 ed ex primatista del mondo dei 200 metri. Dal trailer notiamo che il documentario è sponsorizzato da Trenitalia e che addirittura viene intervistato, chissà a quale titolo, Mauro Moretti ex A.D. Di Trenitalia. Imputato per la Strage di Viareggio, incidente ferroviario dove sono morte 32 persone, che purtroppo non sono le sole vittime del sistema gestito da Moretti. Lo stesso Moretti ha fatto licenziare ripetutamente ferrovieri come Riccardo Antonini, Dante De Angelis e Sandro Giuliani che si sono impegnati a tutela della sicurezza. Arroganza del potere ed ipocrisia, che è la stessa che regge i rapporti tra sport e doping.

Torniamo a parlare di Armstrong, utilizzando il libro “Il texano degli occhi di ghiaccio” di Vanessa O’Connell e Reed Alberigotti e torniamo a parlare di Tom Wiesel finanziatore della squadra di Armstrong, che ad un certo punto era il canale migliore per lanciare in Borsa sconosciute società tecnologiche. Nel 2000 ad esempio incasso 476 milioni di dollari. Contemporaneamente da atleta frustato si fa allenare dai tecnici della squadra di Armstrong per vincere i campionati destinati a chi aveva superato i 40-45 anni. Investire nel ciclismo sarebbe stato ridicolo prima dell’arrivo di Armstrong ma le sue vittorie avevano cambiato significativamente la demografia del pubblico ciclistico. Fra il 1990 ed i primi anni 2000 il ciclismo si trasformò da bizzarro hobby della classe operaia in uno dei passatempi preferiti dei “padroni dell’universo”. In ogni parte d’America abbienti signori disertavano i campi da golf per salire in sella a costose biciclette e pedalare per strada con eleganti tutine sintetiche.

Tom Wiesel fa entrare nella sua banca di investimento Jim Ochowitz, ex ciclista e dirigente della squadra di Armstrong. Ochowitz nel suo portafoglio clienti ha anche tale Hein Verbruggen, presidente dell’Unione Ciclistica internazionale, il massimo dirigente del ciclismo a livello mondiale, nonché padrino del figlio di Armstrong. Verbruggen era il massimo rappresentante dell’ente che aveva il compito di controllare se Armstrong si dopasse. Non ci dilunghiamo oltre sulle evidenti criticità della situazione e sul perché Armstrong non sia mai risultato positivo ai controlli antidoping. D’altronde anche il calcio italiano controlla se stesso, con le stesse criticità. C’è stata solo una una breve parentesi nel calcio, durata pochi mesi a inizio millennio, in cui il sistema antidoping non era controllato dalla federazione. In qual periodo ci sono stati diversi casi, poi praticamente nulla. Ma va tutto bene, non si dopano più.

 fine prima parte

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