Paese che vai gentrificazione che trovi – similitudini e differenze fra La Boca e il Quadraro

Negli ultimi dieci anni sono comparse innumerevoli opere di arte muraria in tutte le città del mondo, sulle pareti di edifici di vari quartieri popolari che sono soggetti a una trasformazione riguardo la composizione del proprio tessuto sociale.

I graffiti illegali, che spesso vengono catalogati nella lista di quello che produce il cosiddetto degrado, sono stati così affiancati nello scenario visuale delle periferie delle metropoli dalla presenza della street art, che invece è autorizzata dalle istituzioni e viene considerata, nell’opinione comune, un fattore positivo del concetto di riqualificazione.

Vorremmo proporre una serie di considerazioni a tale riguardo partendo dallo spunto che ci fornisce un interessante articolo che riguarda il quartiere de La Boca a Buenos Aires, per metterlo in relazione con quanto accade nei nostri quartieri di riferimento a Roma.

Il quartiere de La Boca a Buenos Aires è sicuramente uno dei più famosi della città. Nato nell’800 come insediamento di baracche degli schiavi cominciò a essere abitato da immigrati europei principalmente genovesi, dediti alle attività portuali. Fra di loro non erano pochi quelli con tendenze anarchiche e socialiste, tanto che nel 1882, a seguito di uno sciopero generale, fu proclamata “La repubblica genovese della Boca”.

Questo quartiere era soggetto a continui allagamenti, tanto è vero che i suoi marciapiedi sono rialzati rispetto al livello stradale, e la sua vita è sempre stata strettamente legata allo sviluppo delle attività del porto, come se ne fosse un’estensione stessa.

Le case venivano costruite con tutto quello che il porto lasciava in avanzo, specialmente le vernici usate per le imbarcazioni e così il quartiere assunse il suo caratteristico aspetto di irriverenza colorata, che mascherava la povertà di una popolazione, la quale si sviluppò nel suo isolamento da “ghetto”, tanto da essere considerato a tutt’oggi quasi una cittadina a sé stante rispetto alla capitale argentina. Negli anni ’50 il pittore Benito Quinquela Martín propose e ottenne di ristrutturare una cospicua manciata di edifici, in evidente stato di decadenza, e di restituirgli l’antico aspetto colorato, inaugurando così il primo museo a cielo aperto urbano ufficialmente riconosciuto come tale. Questa riqualificazione artistica, che trasformò La Boca in una bomboniera, non gli fece perdere comunque la connotazione popolare della sua composizione sociale. Colori, tango e origini italiane sono un mix perfetto che negli anni ’50 ancora non poteva però essere venduto come attrazione turistica tout court, ma piuttosto conferiva al barrio una connotazione artistica caratterizzante, in un contesto come quello dell’America Latina dove l’arte muraria è nata, cresciuta, si è sviluppata e modificata.

Nel corso degli anni, già da tanti ormai, tutto questo è diventato pura merce per turisti: il nome La Boca è sinonimo di gentrificazione per antonomasia. Ai colori dei muri delle case intorno al Caminito si aggiungono oggi le opere murali illegali o legali che siano, dei graffitari e degli street artist.

L’arte però, per sua stessa natura, innesca contraddizioni e può essere allo stesso tempo sia agente del cambiamento che strumento di denuncia della perdita di valori popolari e di figure di riferimento tradizionali, che da questo stesso processo sono provocate.

Per intendere meglio cosa vogliamo sottolineare pubblichiamo l’articolo, da noi tradotto, di Mimi Carbia del numero di giugno 2017 del giornale Sobre Bue, che si occupa di diffusione di arte e spettacolo.

Graffiti

Franco Fasoli: El Puntero

Visitiamo il nuovo murale, realizzato dal famoso artista argentino Franco Fasoli, anche conosciuto come JAZ.

Di passaggio a Buenos Aires, Franco Fasoli ha realizzato un nuovo murale nel quartiere de La Boca, nella cornice del festival ColorBA. In questa grande opera, intitolata El Puntero, si può osservare l’incorporazione del collage, tema predominante del lavoro realizzato in studio, e come la sua produzione continua a cambiare in senso positivo .

L’universo di Franco, in costante cambiamento, è caratterizzato principalmente dall’esplorazione dei materiali che utilizza e dal formato. Dai murales in grande scala a piccole sculture in bronzo, i personaggi anonimi o gli animali sono metafore della condizione umana. Il concetto del suo lavoro si connette con la cultura come prodotto dell’uomo e del suo contesto, con riferimenti che sintetizzano una storia, una problematica o un messaggio. Questa versatilità gli permette di lavorare con ampio spettro di interpretazioni, presentando differenti elementi per offrire una lettura più aperta per lo spettatore.

Con una sintesi raggiunta attraverso piani di colore, El Puntero è la rappresentazione fedele di un asado (grigliata) realizzato da un personaggio di forte carisma nel quartiere, che affetta e distribuisce salsicce come simbolo del potere. La vista dall’interno della griglia ci impedisce di identificarlo, però quelli che conoscono il quartiere de La Boca facilmente possono attribuire vari volti a questo corpo e a questa attitudine.

È una riflessione sui piani urbanistici che cambiano l’identità dei quartieri, una gentrificazione della zona dove immagini quotidiane, come quella rappresentata nel murale, in un futuro vicino possono essere una cosa del passato.

Recentemente Franco Fasoli ha vinto il secondo premio edizione 2016-17 della Fondazione Itaù Argentina (banca brasiliana) con la sua opera Pantalòn. Una scultura in bronzo e tela sintetica che può essere visitata al Palais de Glace fino al 4 di giugno.

// Mimi Carbia

Questa opera si trova in Dr.Del Valle Iberluecea angolo con Suarez, nel quartiere de La Boca.

Graffitimundo organizza tours gratuiti per graffiti e murales di Buenos Aires, raccontando la storia dietro ogni parete e rivelando il contesto unico degli interventi urbani.

Dalla lettura emerge chiaramente il fatto che la parola gentrificazione venga usata senza alcuna connotazione particolare ma come un fatto ormai consolidato, mentre qui da noi il termine è usato “positivamente” dai benpensanti all’interno delle dinamiche di degrado e riqualificazione. Questi concetti però sono molto relativi e dipendono dalla griglia di lettura della realtà di chi li utilizza. Se prendiamo ad esempio il Quadraro di Roma, il cambio del tessuto sociale degli abitanti avvenuto negli ultimi due decenni è stato dettato dall’opportunità di comprare case decadenti a basso costo, vicine al centro ma in un contesto da paesello, che all’inizio sembrava poter dare l’idea di vivere in un’isola felice dentro il caos di Roma.

Ora alcune iniziative contro il presunto degrado o l’allontanamento di chi vive ai margini, magari sotto un ponte o su una panchina, piuttosto che a un’isola felice fanno pensare a uno scenario simile a quello del film messicano La Zona (che descrive un quartiere super residenziale dove tutto è controllato e circondato da mura, inaccessibile a chi abita fuori in una metropoli devastata e povera).

Va detto che questo è ormai un trend abbastanza diffuso e che riguarda moltissimi quartieri. Telecamere, legittima difesa, guerra ai poveri ed il programma è servito.

Nell’articolo è evidenziato come l’opera disegnata sul palazzo de La Boca rappresenti una criticità del quartiere (una perdita di identità che progredisce lentamente) in maniera tale che essa non venga dimenticata quando sarà completato il processo di ricambio della popolazione del quartiere, che immaginiamo sia anche generazionale ma soprattutto dovuto alla gentrificazione, come dice l’articolo. Al Quadraro invece le rappresentazioni murali apparse di recente sono tutte relegate alla fantasia degli autori, che non hanno comunicato nulla che parli delle radici della cultura popolare e condivisa del quartiere. Gli unici due che hanno provato a testimoniare qualcosa di storico sono andati a pescare nella memoria della Resistenza, di cui il Quadraro è stato attivo protagonista.

Ma riguardo a quanto accade oggi, solo silenzio.

C’è da dire che l’arte muraria, in tutte le sue forme, ha assunto suo malgrado un ruolo fondamentale nel cosiddetto processo di riqualificazione dei quartieri delle grandi metropoli anche quando non era sponsorizzata, ma si trattava di interventi illegali e non concordati. È il caso dell’artista londinese Banksy, nel libro Banksy. Wall and piece viene pubblicata questa lettera che era stata inviata al suo sito:

Non so chi tu sia o se siate più di uno. Ma scrivo per chiederti di smettere di dipingere le tue cose dove viviamo. Soprattutto in xxxxx road a Hackney. Io e mio fratello siamo nati qui e viviamo qui da tutta la vita. Ma ultimamente si stanno trasferendo qui così tanti yuppy e studenti che né io né lui possiamo permetterci più di comprare casa nel posto dove siamo cresciuti. Senza dubbio i tuoi graffiti contribuiscono a far credere a questi idioti che il nostro sia un quartiere alla moda. Ovviamente non sei di queste parti e dopo aver fatto salire i prezzi delle case probabilmente te ne andrai in un’altra zona. Fa’ un favore a tutti quanti e vai a fare le tue cose da qualche altra parte. Per esempio a Brixton”.

Probabilmente l’artista non aveva alcuna intenzione di contribuire a questa dinamica ma, siccome il capitale tutto sussume, le buone intenzioni non bastano e interventi artistici come quelli di Banksy possono essere indirettamente usati come catalizzatore delle speculazioni immobiliari, causate dall’affluenza di una nuova gentry in quartieri di storica connotazione marginale e popolare, che attratti dall’aspetto bohemien della zona vi si trasferiscono. Chi possiede una casa spesso la vende e migra verso le zone più periferiche, i locali spesso spuntano come funghi, gli affitti vanno alle stelle e l’espulsione degli abitanti avviene inesorabilmente, tanto ad Hackney a Londra come al Pigneto a Roma.

Il paradosso della sussunzione del capitale e delle alte sfere di chi gestisce il sistema Arte, però è stato raggiunto forse in Italia. Le opere di Blu sono state staccate dai muri delle strade di Bologna per finire dentro un museo nell’ambito di una mostra.

Oltre al danno la beffa, perché l’esposizione era a pagamento e un costoso biglietto insulta il principio fondamentale della street art: la gratuità della sua fruizione.

Ricordiamo inoltre, tanto per sottolineare un’altra assurda contraddizione, che Alicè, una delle autrici di alcune opere rubate dai muri ed esposte nel museo, era stata precedentemente denunciata proprio per aver dipinto illegalmente le opere stesse per strada. Blu per tutta risposta ha deciso di cancellare tutte le sue opere dai muri della città di Bologna, senza tanti proclami ma direttamente con i fatti, a dimostrazione che gli artisti possono compiere delle scelte e che l’arte non è neutra.

Se nel caso di Banksy, che invece ha esposto da tempo nei musei, non c’era un diretto fine di lucro nell’intervenire sui muri di Hackney, figuriamoci che succede quando invece ci sono interessi economici in ballo e gli artisti si prestano a giochetti tra associazioni, comuni e società private pronte a grossi investimenti . Il danno è fatto e l’opera artistica serve ad attirare altri fondi che certo non verranno investiti per opere pubbliche, ma per fare ulteriore profitto.

Va detto che a Buenos Aires tutto questo è già una realtà consolidata poiché La Boca, insieme a San Telmo e Barracas, fa parte del Districto das Artes creato dal governo della città con l’esplicito fine di convertire l’area in una zona di attrazione turistica, ideale per visite guidate, al fine di generare economia e posti di lavoro.

Questo è ciò che sta accadendo in piccola scala al Quadraro, così come a Tor Pignattara anche se con esiti diversi (resta ancora da capire come si svilupperà l’ambizioso progetto  dell’ecomuseo “Ad duas lauros” nel quale si parla di valorizzazione del territorio attraverso le attività private che possono nascere grazie ad esso: visite guidate, b&b, ospitalità. Nulla che parli di una collettività, a parole sembra che ci possa essere una ripartizione degli utili fra tutti, ma non ci sembra che sia stato instaurato il soviet di Tor Pignattara! Inoltre vedendo il progetto in una fase di stallo in questi anni, ci viene il sospetto che il progredire delle opere murarie autorizzate e commissionate nella zona sia dovuto più a dare sostanza al progetto di ecomuseo che per un astratto senso artistico collettivo tramite iniziative private.

E non è tutto. Saremo ripetitivi, ma non si tratta solo di puntare il dito sulle cose che finiscono in prima pagina (come i casi di Blu e Banksy) o che sono lontane da noi, così da non inimicarci i nostri vicini di casa.

Nel nostro quartiere il progetto MURo – Museo di Urban Art di Roma è il fiore all’occhiello della speculazione artistica nei quartieri, tanto che promotori e sostenitori sono orgogliosi di aver trasformato il Quadraro in un museo a cielo aperto, senza però la minima partecipazione del tessuto sociale. Fino a qui sembrerebbe la stessa “buona” intenzione che spinse il pittore Benito Quinquela Martín a ridipingere La Boca. Mentre a Buenos Aires le visite guidate organizzate per vedere le nuove opere murarie in giro per il quartiere sono gratuite, al Quadraro si paga tutto. Per fortuna, in qualsiasi caso, le opere sono a cielo aperto e si possono ancora vedere gratuitamente da soli, ma le gite guidate a piedi o in bicicletta per le scuole o singoli sono a pagamento. A questo poi si aggiunge anche tutto un indotto che si verrà a creare, perché poi che fai, sul posto non ci metti anche il negozio di biciclette, così si può promuovere il giro ecosostenibile? Per carità tutti dobbiamo mangiare, ma l’ipocrisia con cui vengono presentati questi progetti anche da noi, come se fossero davvero un bene per la comunità è veramente imbarazzante.

Questo tipo di propaganda è particolarmente pericoloso perché ci ricorda lo stesso stile adoperato in altri casi più macroscopici, come per esempio l’organizzazione del mondiale FIFA in Brasile, che per mezzo di un valore positivo condiviso da tutti come lo sport prometteva di lasciare a livello sociale un’eredità di infrastrutture e benessere diffuso.

Ha invece portato alla bancarotta il paese, a causa del saccheggio delle finanze pubbliche e della speculazione delle imprese che hanno approfittato dell’evento, e nella vita reale di molte persone è consistito nell’essere brutalmente sradicate da zone della città destinate ad altri scopi o perché le abitazioni erano considerate come qualcosa di degradante per l’immagine della città.

Al Quadraro il processo in atto è evidente tanto quanto sono ben in vista le scritte fatte a monito sui muri del quartiere contro il progetto museale , che seppure non ne impediscono il progredire, quantomeno esprimono un minimo di dissenso. Oltre un esercizio retorico di questo tipo, è difficile contrastare direttamente l’uso commerciale che si fa dell’arte muraria, potremmo dire dell’arte in generale, ma invece è attaccabile il contorno e l’ipocrisia con cui si vestono a festa quartieri pieni di altre problematiche. Infine un’altra grande coincidenza unisce il Quadraro e La Boca: l’essere entrambi quartieri nati dalle baracche, tirati su dagli ultimi degli ultimi. Eppure, se in Argentina sembra mantenersi un minimo di memoria per quello che fu (va detto che la conformazione urbana ha aiutato, parliamo di un quartiere di quasi 50000 abitanti che ha una sua grossa storia identitaria), qui da noi tutto viene cancellato e anzi gli ultimi vengono attaccati, dimenticando che la casa che ci si è comprati, o in cui si vive in affitto, magari un tempo era una baracca, nella quale nello stesso letto si dormiva in 4, due per dritto e due per rovescio.

L’odio di classe, si sa, all’incontrario di questi tempi va.

 

Per una lettura più approfondita della speculazione edilizia e gentrificazione al quadraro:

http://www.assembleaperlautorganizzazione.org/giornale/speculazione-edilizia-e-gentrificazione-al-quadraro/

 

Infine aggiungiamo un opuscolo intitolato “Vandali” che abbiamo trovato in rete nella pagina facebook di Tarantula Monza dove si mette abbastanza in ordine temi come degrado, spugnette, street art e graffiti e altro ancora. Buona lettura