A proposito di lotte territoriali

Dopo anni in cui abbiamo assistito a grandi manifestazioni di massa, configuratesi per lo più come movimenti d’opinione – le contestazioni ai vertici dei “grandi della Terra”, le marce contro la guerra “per la pace”, la dicotomia “nord contro sud” – oppure il canto del cigno della conflittualità cigiellina, con oltre un milione di persone riunite attorno al feticcio dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori; ed ancora, dopo aver visto richiudersi gli spazi che sembravano aprirsi ai percorsi del sindacalismo di base, così come alle opzioni elettorali di certo movimento; dopo la sbornia possibilista per un nuovo mondo da venire, molto più prosaicamente siamo stati investiti da una “banale” crisi economica.
Una crisi economica il cui tratto peculiare si manifesta soprattutto attraverso le misure messe in campo per governarla, più che risolverla o “mediarla”.
In questo scenario ascoltiamo da più parti il mantra di un “ritorno nei territori”, di un radicamento negli strati popolari che si è perso e che quindi va ricostruito. Un orizzonte ben più modesto rispetto all’altro mondo possibile. Non meno difficoltoso da raggiungere.
Chi intende la nozione di “territorio” come il campo aperto dove vivono e si moltiplicano le contraddizioni sociali economiche e politiche che apre il sistema capitalista non si meraviglierà della disgregazione che si vive nelle periferie o lontano dalla metropoli, del populismo a la Salvini o in salsa digitale del movimento 5S, del clientelismo locale avallato in molti casi anche dagli strati più popolari in cambio di qualche favore o del miraggio di un posto di lavoro.
Ma al contrario del continuo riflusso delle lotte nel mondo del lavoro, negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita e al proliferare di una miriade di “lotte territoriali”, etichettate per lo più come “lotte ambientali” le quali, lungi dal proporre uno schema organizzativo omogeneo, descrivono la pervasività di un sistema economico disperatamente alla ricerca di profitto.
Lo sfruttamento intensivo dei territori ha bisogno da una parte di una “ideologia dello sviluppo” (posti di lavoro, più soldi per tutti, essere competitivi e altre amenità), dall’altra di un sistema di leggi volte a garantirne la libertà più assoluta, eliminando tutta una serie di vincoli e prescrizioni che in qualche modo sono stati da freno al libero dispiegarsi della volontà dei padroni.
Parliamo di tutto ciò che è a corollario di un “aggregato umano”: infrastrutture, servizi, gestione dei rifiuti, utilizzo di fonti energetiche, trasporti ecc.
Possiamo dire che la lotta contro una discarica è una semplice lotta contro “la puzza che ho vicino casa?”.
La risposta dipende dagli attori che agitano e agiscono in quella particolare vertenza.
Un padrone che rende invivibile un territorio, che crea morte tra le popolazioni, che truffa economicamente una collettività intera con l’avallo delle istituzioni locali è un terreno meritevole di conflitto?
Noi diciamo di sì, a patto che si riesca a porre la questione nei termini giusti.
Non ci interessa proporre “soluzioni alternative”, magari proponendosi come gestori della contraddizione in nome di fantomatiche spinte dal basso, né tanto meno “preoccuparci del territorio” perchè il comune o la Regione non lo fanno, bensì agitiamo una vertenza che configga con la linea di comando che impone devastazione e sfruttamento, affidando il compito finale al padrone o alla multinazionale di turno.
Una linea di comando che sempre più diventa verticale, ritrovandoci, per esempio, strade aeroporti ferrovie o discariche riconosciute come “siti di interesse strategico”, esautorando di fatto la mediazione politica dei poteri locali e con ordini che giungono direttamente da Governo e Ministeri.
Tutti riconoscono la fine di questa mediazione politica/istituzionale, così come si è configurata nell’ultimo ventennio, sia nel conflitto capitale/lavoro (la sostanziale inefficacia del sindacato tout court), sia nella gestione del potere che si articola nelle metropoli o nelle periferie
I tanti comitati che hanno portato avanti le mobilitazioni in questi anni hanno anche utilizzato gli strumenti “legali” per opporsi agli interventi nei territori, ben coscienti che un ricorso al TAR (noto covo di “corruttele” ) senza la minima mobilitazione popolare non porta ad alcunché.
In questo senso lo “Sblocca italia” prende atto della situazione e snellisce tutta una serie di procedure che permettono sia uno sblocco dei fondi per la costruzione di grandi opere, sia una maggiore libertà in termini legali per chi vuole “investire”.
Diciamo che tutto ciò non ci stupisce più di tanto. In una società disgregata la “Politica” è un fardello di cui governanti e capitalisti possono farne a meno. Il punto è organizzare gli strati popolari che non partecipano alla corsa al profitto e che ne subiscono solo i mortiferi effetti, riappropriandosi di una capacità decisionale e imponendo un contropotere su cui imperniare l’organizzazione anticapitalista