Che mondo del lavoro ci aspetta

Il governo Renzi è riuscito dove tutti i precedenti avevano fallito, segnando un passaggio epocale per gli interessi dei padroni: ha “liberalizzato” il potere di licenziamento, abolendo l’articolo 18 per i nuovi assunti a tempo indeterminato.
Questo passaggio però non basta agli imprenditori per riportarci definitivamente allo stato di schiavitù; dunque Confindustria e le altre istituzioni padronali premono sul governo per ottenere due altri passaggi fondamentali: la distruzione definitiva del contratto nazionale e la riduzione ai minimi termini della possibilità di scioperare

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IL CONTRATTO NAZIONALE
(da un articolo del Sole24ore)

Finora – il contratto nazionale – ha garantito aumenti che hanno recuperato l’inflazione, creando, però, negli ultimi tempi non poche anomalie perché in una fase di inflazione bassissima se non deflazione, gli aumenti corrisposti sulla base dell’inflazione programmata negli ultimi rinnovi non hanno retto alla prova del conguaglio. Generando, al momento di fare conti, una situazione dove le imprese hanno corrisposto più dell’inflazione.
La linea delle imprese, oggi, è che la ricchezza si debba distribuire solo dopo essere stata creata. Questo significherebbe che il contratto nazionale deve diventare una cornice di garanzia mentre la ricchezza deve essere distribuita una volta prodotta e cioè in azienda. I due livelli di contrattazione che finora si sono sempre sommati, per le imprese non possono più essere sommati. Le aziende dopo aver indicato gli obiettivi per essere competitive e stare sul mercato, di vedono costrette a legare il salario ai risultati. Generando così una cultura positiva che è quella del salario dipendente dai risultati.
Sul contratto collettivo nazionale per le imprese si può immaginare che i minimi rimangano uguali per tutti ma dove c’è la contrattazione aziendale gli aumenti vengano di lì. Dove invece non c’è la contrattazione aziendale si favorisca attraverso il ccnl la diffusione di schemi e modelli di partecipazione dei lavoratori che siano sempre più legati ai risultati dell’azienda. La contrattazione, insomma non è più il momento in cui si distribuisce la ricchezza perché non ce ne è più. Alle imprese interessa creare le condizioni di stimolo perché si generi ricchezza e far si che la ricchezza arrivi nelle buste paga solo dopo essere stata creata.
Dunque alla malora il contratto nazionale che garantisce stesse condizioni salariali minime a tutti i lavoratori sul territorio nazionale (per la parte normativa i CCNL hanno già perso il loro valore unificante).

LO SCIOPERO

Roberto Alesse, presidente dell’autorità garante del diritto di sciopero, chiede al Parlamento di «avanzare proposte concrete di modifica alla legge sull’esercizio del diritto di sciopero», affinché si individuino, «strumenti di regolazione del conflitto, in una logica di salvaguardia dei diritti dei cittadini utenti», costruendo una contraddizione tipicamente populista ad uso e consumo padronale, quella che incorrerebbe tra le rivendicazioni dei lavoratori ed i cittadini utenti (come se i lavoratori non fossero anche utenti di servizi e viceversa).
Alesse da almeno un paio d’anni, punta su «una più efficace verifica del criterio della rappresentatività sindacale», per evitare che allo sciopero «si faccia ricorso in modo spregiudicato, magari a discapito delle organizzazioni sindacali maggiormente capaci di raccogliere il consenso della maggioranza dei lavoratori».
Organizzazioni sindacali come la Cisl e la Uil, ad esempio, che propongono di nuovo lo sciopero virtuale (si lavora ma non si percepisce lo stipendio, perché si è in sciopero, la proposta è stata rilanciata dalla Uil) e che hanno firmato (insieme alla Cgil di Susanna Camusso), gli accordi del 28 giugno 2011, del 31 maggio 2013 e del 10 gennaio 2014 che limitano la libertà dei lavoratori di scegliere la loro rappresentanza sindacale, impongono la validità erga omnes degli accordi tra le parti e di fatto inibiscono lo sciopero prevedendo sanzioni per quelle organizzazioni sindacali che non rispettano le “loro” regole.

Il ministro Delrio ammette che «in Parlamento ci sono già diverse proposte di legge, come quella dei senatori Maurizio Sacconi e Pietro Ichino» che prevedono la possibilità di fare sciopero solo nel caso in cui a proclamarlo siano sindacati che rappresentano almeno il 50% più uno dei lavoratori o dopo un referendum con il quale lo sciopero è approvato dal 50% o più dei lavoratori – alla faccia del diritto costituzionale individuale di scioperare.
In attesa dell’azione di governo, il Presidente della Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero Alesse, chiede poteri speciali di tipo ispettivo e sanzionatorio, per colpire i lavoratori dei servizi pubblici che scioperano.

Un’ultima chicca
(da un articolo della Repubblica)
E’ FINITA L’ERA DEI BUONI-PASTO AL SUPERMERCATO

Al ritorno dalle vacanze, arriva la sorpresa. I ticket restaurant elettronici potranno essere controllati più facilmente e impediranno l’uso in modo cumulativo per fare la spesa. Dovranno essere consumati uno alla volta
Finisce l’era dei buoni pasto utilizzati al supermercato per fare la spesa in modo cumulativo e contestuale: con l’incentivo fiscale ai ticket elettronici, entrato in vigore all’inizio di luglio, sarà più facile controllare la spesa e tracciarla. In questo modo, il lavoratore non potrà più accumulare, durante la settimana i buoni per poi spenderli tutti in una volta, ma sarà costretto a usarne non più di uno al giorno, e comunque solo nei giorni lavorativi (o festivi per chi è di turno).
Tutto questo in un periodo di crisi in cui i buoni pasto sono utilizzati come vero e proprio supporto al reddito, per pagare la spesa al supermercato (il 70% dei ticket viene staccato nella grande distribuzione, solo una minima parte in bar e ristoranti).