DAL CONTRATTO NAZIONALE ALLA LOGISTICA

Nello scorso numero del giornale avevamo messo in evidenza come il processo di smantellamento delle conquiste realizzate nei decenni post guerra dal movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, abbia visto una importante accelerazione in questi anni della crisi e dei Governi di “unità nazionale” portando alla completa precarizzazione del mercato del lavoro, alla liberalizzazione del potere di licenziamento in capo ai padroni, alla messa in discussione della possibilità di organizzazione e sciopero per le lavoratrici ed i lavoratori, fino all’obiettivo in corso di smantellamento del contratto nazionale.

Questi processi si vanno realizzando con una scarsa capacità di risposta da parte delle lavoratrici e dei lavoratori ed una complessiva “disattenzione” da parte dei movimenti sociali e antagonisti; unica eccezione le lotte che ormai da oltre sei anni si dispiegano e si diffondono nei magazzini della logistica.

Pur essendo noi parte dell’assemblea di sostegno alle lotte della logistica non abbiamo intenzione di fare alcuna apologia delle lotte nei magazzini, anzi proprio perché vi collaboriamo siamo consapevoli dell’ arretratezza, delle contraddizioni, delle difficoltà che questa lotta incontra nel suo cammino ma siamo altrettanto consapevoli che si tratta della punta più avanzata dell’attuale movimento delle lavoratrici e dei lavoratori in Italia.

Proprio questa vicenda ci indica l’importanza del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro: il movimento dei facchini e dei driver nasce proprio a partire dalla rivendicazione della sua applicazione, contro il meccanismo delle deroghe al contratto attraverso gli appalti e i subappalti – al sistema delle cooperative e delle S.r.l. – messo in piedi dalle grandi multinazionali della logistica (TNT, BRT, GLS, SDA, DHL, FEDEX…) e della grande distribuzione (Ikea, Carrefour, Conad, Coin, Coop, Leroy Merlin…).

La ragione è semplice: il CCNL è lo strumento di unificazione delle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori di una categoria e dunque il suo agitarlo come obbiettivo rivendicativo rende immediatamente riproducibile e diffondibile l’esperienza di lotta da un magazzino all’altro.

Ecco perché smantellare il contratto nazionale o quanto meno svuotarlo di contenuto è un obiettivo essenziale per l’ulteriore affermazione del comando capitalistico e si accompagna con la riduzione del salario a variabile dipendente dalla produttività e dunque alla definizione azienda per azienda delle condizioni reali del rapporto di lavoro (orario, salario, ritmi…). Cioè l’obiettivo strategico del padronato è la parcellizzazione estrema della prestazione lavorativa, in questo rendendo le attività (non solo in fabbrica ma anche nei servizi, nel commercio, nel ICT) sempre più ripetitive e semplici, i contratti sempre più individuali, i destini delle lavoratrici e dei lavoratori subordinati al dominio del sistema delle imprese. Sia perché ciò accresce la potenza produttiva del capitale, sia perché ci rende soli e deboli di fronte al nemico.

Questo obbiettivo pervicacemente perseguito dal capitale si avvale del ricatto operato sui proletari per la loro condizione di venditori di forza lavoro (unico strumento per poter campare), delle tecniche disciplinari che investono tanto chi ha un contratto “stabile”, che chi lo ha precario, che chi è disoccupato e anche del dominio nel mondo della comunicazione che da oltre 30 anni cerca di farci sentire diversi l’uno dall’altra: così il lavoratore privato si sente separato da quello pumagazzinobblico, chi ha un contratto a termine separato da chi lo ha a tempo indeterminato, chi è disoccupato separato da chi lavora.

Dobbiamo dire che, a questo lavoro volto a non farci riconoscere fra sfruttate e sfruttati, prestano facilmente il fianco anche tanti “pensieri alternativi” che in questi anni hanno prodotto i termini più vari (moltitudine, cognitariato, non garantiti contro “garantiti”, fratelli, amici, fino a tornare all’ecclesiastico poveri) pur di rimanere (volenti o nolenti) subalterni al potere dominante e così rinunciando alla nostra storia internazionale e al nostro unico unificante nome, così ben definito già oltre centocinquanta anni fa: “proletariato, ossia la classe degli operai moderni, i quali vivono fintanto che trovano lavoro, e trovano lavoro fintanto che il loro lavoro accresce il capitale”.

E’ qui che trovano spiegazione i flussi migratori e la concorrenza fra lavoratrici e lavoratori; è qui che si spiega la capacità delle ideologie borghesi di insinuarsi e produrre conflitti artificiosi fra sezioni diverse del proletariato per religione o nazionalità o territorio.Proprio nell’epoca in cui si vanno realizzando i presupposti per dare corso all’unità dei proletari e delle proletarie di tutto il mondo – perché è sempre più evidente quanto siamo tutti uguali nel vendere puramente la nostra forza lavoro, attraverso cui il capitale si valorizza, a prescindere da supposte competenze e/o professionalità – la frammentazione e la dispersione ci rendono più deboli e lontani dal riconoscimento dei nostri comuni interessi.

Le lotte che contrastano questa tendenza sono quelle di un proletariato pienamente internazionale, quello dei magazzini della logistica, – per l’alta composizione immigrata dei facchini, per la diffusione dei servizi logistici su tutti i nodi strategici del processo produttivo internazionale – che a partire dalla rivendicazione dell’applicazione del CCNL e dalle modalità dell’azione sindacale (picchetti, manifestazioni, blocchi, “chi tocca uno tocca tutti”) fino al rapporto in costruzione con altri movimenti di lotta (a cominciare da quelli per la casa) ci indicano la possibilità di costruire processi di massa di autorganizzazione.