FUKUSHIMA TRE ANNI FA, QUESTIONE DI SFIGA?

Perchè scrivere un articolo su Fukushima a tre anni dal potente sisma che l’11 Marzo 2011 portò al meltdown di tre reattori della centrale e l’esplosione della piscina delle scorie di un quarto?
Non è notizia vecchia? Non si è detto tutto sull’argomento? Il punto è proprio questo. Un incidente nucleare non diventa mai notizia vecchia, almeno finché non decade tutto il materiale che viene immesso nell’ambiente. Le scorie nel suolo, il particolato in atmosfera e le perdite in fiumi e mari si accumulano alle precedenti ed entrano nel ciclo dell’alimentazione animale ed umana.
FukushimaNel 1978 la Commissione Regolatrice per il Nucleare (NRC) degli Stati Uniti validò un memorandum in cui si stimava che la frequenza con la quale ci si sarebbe dovuti aspettare un incidente critico in un reattore fosse di 1 ogni 2.500 anni reattore. Neanche un anno dopo, il 28 Marzo 1979, il secondo reattore nucleare della centrale di Three Miles Island, nuovo di zecca, andò in meltdown, contaminando l’area circostante ed i suoi abitanti.
A partire da quell’incidente i sistemi di sicurezza vennero largamente rivisti, definendo gli standard che caratterizzano l’attuale terza generazione di centrali composte da un vessel (contenitore) di acciaio, una blindatura (primaria) di cemento armato ed un edificio (secondario) a protezione di quest’ultima.
Oh, ora sì che sarebbe stato impossibile che si ripetessero ulteriori incidenti… Sette anni dopo un esercizio di estrema idiozia umana provocò l’esplosione del quarto reattore della centrale di Chernobyl ed il conseguente incendio del rivestimento in grafite, spargendo un’enorme nuvola radioattiva per tutta l’Europa. Bisogna certo ammettere che i reattori sovietici RBMK erano costruiti sopratutto per assecondare la forte richiesta di plutonio da parte dell’esercito e non rispettavano di certo i rigidi standard della terza generazione delle centrali occidentali…
A rigor di logica, quindi, non ci si sarebbe dovuti più aspettare un ulteriore incidente di livello 7/7 nella scala INES, non certo in un impianto di progettazione statunitense almeno… Quindici anni dopo un tremendo sisma di magnitudo 9 sulla scala Richter (ma solamente di grado 7 sulla costa nipponica) provocò il crollo delle centraline elettriche che collegavano la centrale di Fukushima dai-ichi con la rete elettrica giapponese, provocando problemi al sistema di raffreddamento dei reattori 1, 2 e 3 ed alla piscina del combustibile irragiato del reattore 4. Lo tsunami che seguì il sisma, poi, spazzò via i generatori diesel delle pompe di emergenza posti a livello del mare, eliminando ogni possibilità che i tecnici avevano di pompare acqua nei reattori. La cronaca degli eventi è nota a tutti: l’interruzione del flusso d’acqua provocò l’evaporazione del liquido nel vessel, facendo affiorare le barre, causando esplosioni dovute all’idrogeno sprigionatosi. Esplosioni che nei reattori 1, 3 e 4 sfogarono esternamente, mentre nel 2 all’interno della camera toroidale sotterranea, spaccandone le pareti in cemento armato. Stiamo parlando di reattori ad acqua bollente di terza generazione, di progettazione USA, realizzati congiuntamente dalla General Electric e dalla giapponese TEPCO.
Sulle conseguenze catastrofiche di tutto questo torneremo più avanti nel corso dell’articolo, quello che ci interessa ora considerare è che quello di Three Miles Island potrà essere stato un malfunzionamento irripetibile, l’incidente di Chernobyl potrà essere stato provocato da un ufficiale politico imbecille e da leggerezze nella progettazione del modello ed il terremoto di Fukushima sarà pure stato un colpo di sfiga pazzesco, ma quello che non si può ignorare è che la sfiga capita, la gente è idiota ed i meccanismi si inceppano. Succede, 5 meltdown in 32 anni, alla faccia della statistica di 1 ogni 2500 anni / reattore… E la probabilità che incidenti accadano aumenta parallelamente all’invecchiamento del parco reattori sparsi per tutto il globo.
Sarebbe, però, riduttivo considerare l’impatto ambientale dello sfruttamento dell’energia nucleare solamente prendendo in considerazione incidenti più o meno gravi ai reattori. Come l’effetto serra è la conseguenza combinata di centrali fossili, automobili e industrie di tutti i tipi, l’inquinamento nucleare deriva anche dalle miniere, dai centri di riprocessamento e stoccaggio civili, dai test atomici, dalle scorie da essi prodotti e da tutti i residui dell’intero ciclo industriale. Tutti questi contributi si accumulano, si accumulano i colpi di sfiga e l’idiozia umana, la soluzione a nostro parere passa per una necessaria critica generale dell’intero sistema produttivo, perchè un sistema ottuso non può che generare soluzioni energetiche ottuse, e centrali nucleari costruite da cani.
FUKUSHIMA:L’INGEGNER CANE AL LAVORO
La centrale nucleare di Fukushima dai-ichi venne commissionata alla General Electric e ad una cordata di aziende nipponiche, sull’onda del rilancio industriale post-bellico giapponese, nel 1971.
Gli ingegneri civili e nucleari che designarono il sito all’epoca presero il giusto slancio per porre le basi della catastrofe che sarebbe avvenuta 40 anni più tardi e segarono di buoni ¾ una collina originariamente alta 35 metri, per poggiare la centrale su una base di solida roccia granitica sebbene a soli 10 metri dal livello del mare.
Il rischio tsunami fu considerato (ma evidentemente sottovalutato) e venne perciò costruito a difesa della centrale un muro di cemento armato alto 7 metri (quando tutti ben sappiamo che lo tsunami raggiunse i 10 metri).
Quello di cui quei progettisti cani non si curarono minimamente fu che segando la collina, la centrale veniva a trovarsi al di sotto del livello della falda acquifera che naturalmente fluisce da monte verso il mare. I sotterranei dell’impianto iniziarono quindi ad allagarsi già poco dopo la messa in funzione dei reattori. Poco male, fu sufficiente dotare la centrale di ulteriori pompe che gettassero l’acqua dai sotterranei al mare ed ecco risolto il problema.
Fukushima-2Senonchè dopo le esplosioni avvenute nei reattori 1, 2 e 3 i tecnici sono costretti ora a pompare circa 350 m3 d’acqua al giorno per tenere sotto controllo la temperatura all’interno del vessel ed essendo le blindature di cemento armato spaccate in più punti (come rilevato da numerose ispezioni robotiche sotterranee) l’acqua filtra fino a raggiungere i flussi d’acqua sotterranei che naturalmente scorrono fino al mare. Le pompe quindi lavorano incessantemente per aspirare ogni giorno circa 750 dei 90.000 m3 d’acqua che si stima allaghino le fondamenta della centrale. 350 di questi vengono reimmessi previo trattamento nel circuito di raffreddamento, il resto viene in minima parte (circa 100 m3) stoccato in enormi serbatoi in acciaio che vengono accumulati nell’entroterra al ritmo di uno ogni tre giorni circa, mentre la maggior parte, 300 m3 al giorno, viene riversata in mare.
I dati pubblicati dalla TEPCO parlano di una radioattività rilevata che varia dai 900 milioni a più di un miliardo di Bequerel / m3 (ma non è detto che non tornino a stupirci) che facendo un po’ di matematica spicciola equivalgono a circa 3-4 grammi di Cesio 137 rilasciato mensilmente nell’ambiente solamente dai quotidiani e “legali” sversamenti del sistema di raffreddamento (questa è un’approssimazione, gli isotopi dispersi in mare sono in realtà delle tipologie più disparate, usiamo il cesio come indicatore per dare un’idea dell’impatto ambientale).
La soluzione pensata dagli ingegneri giapponesi ha del fantascientifico: pompare azoto liquido fino a 30 metri nel sottosuolo in un perimetro di circa 1.400 metri tutt’attorno alla centrale per creare una barriera di ghiaccio ultrafreddo alle infiltrazioni delle acque freatiche nelle fondamenta. Non si sa se esistano le tecnologie in grado di realizzare quest’opera, come non si sa quanto tempo servirà per realizzare quest’impresa, ogni incidente nucleare è differente dal precedente e quindi non esiste alcuna strategia collaudata in materia. Quello che sappiamo per certo è che negli anni in cui gli ingegneri si scervelleranno a sviluppare soluzioni tecnologiche tra le più fantasiose, la centrale continuerà a riversare in mare il suo carico radioattivo.
Ci occuperemo più avanti in quest’articolo di quantificare i danni di questo inquinamento radioattivo che l’oceano subisce quotidianamente. Da questa sezioncina speriamo sia chiaro come il caso di Fukushima sia paradigmatico per illustrare la pericolosità intrinseca all’industria nucleare stessa: l’aver dovuto scavare una collina per trovare una base di roccia solida poter realizzare una centrale più o meno stabile in zona altamente sismica ha definito una serie di altri problemi per i quali si devono studiare altre soluzioni ingegneristiche che ne provocheranno altri.
Tutto questo è il cuore stesso dei problemi legati all’energia nucleare: è talmente difficile controllare in maniera sicura la reazione di fissione nel reattore che si stratificano sistemi di emergenza su sistemi di emergenza, aumentanto la complessità dell’intera baracca e la probabilità che qualcosa vada storto, tutto questo a costi altissimi economici e di impatto ambientale.