il capitalismo atlantico alla canna del gas, come stanno i movimenti antagonisti?

Cominciamo da una serie di cose scontate: la vicenda ucraina ripercorre gli eventi già visti in Jugoslavia, in Libia, in tutto il nord Africa e in Siria, tralasciando per ora il Venezuela. Si tratta di un adeguamento della tattica di quello che fu l’imperialismo USA , dentro la cornice vigente della crisi economica internazionale.
Non si occupano più direttamente i territori che si vogliono acquisire al mercato domestico, si preferisce investire in truppe mercenarie, operazioni mediatiche, campagne di intelligence, recupero di identità divisive sul piano religioso, linguistico, culturale, per far saltare i residui mercati chiusi, magari governati da lobbies indebitate e corrotte, cercando in questo modo nuove occasioni di collocazione di beni, servizi, mode, stili di vita artificiali qualunque cosa utile a rianimare il ciclo.
Si fa un gran parlare per esempio del tentativo USA/UE di sottrarre l’Europa dalla dipendenza dal gas russo. Anzi OBAMA lo dice chiaro: acquistate il nostro shale gas, e altri ripetono che si possono fare altre perforazioni a est, si possono piazzare una serie di rigassificatori dal mar Baltico al mar Nero, magari importando gas liquido dall’Africa che non sia Algeria o Libia, ma comunque aree controllate da multinazionali amiche, tutto è possibile, rimane il sapore di una tremenda “sòla” yankee ai danni dell’alleato europeo. Ci provano gridando alla ferita della legalità internazionale e alla necessità di sanzionare “economicamente” il reprobo russo. Sarà, ma il tutto sa di farsa, l’orso russo gode di ottima salute ed è fortemente penetrato nelle economie occidentali non altrettanto in salute, e gli affari continuano: 2 miliardi all’ENI-SAIPEM per il south stream attraverso il mar Nero, Rosneft ( ex Yukos) si compra metà di Pirelli, tanto per citare le ultime cosine.
E l’Italia di Renzi malgrado le innovazioni comportamentali sta, come al solito da parecchio tempo a questa parte, come un paese con un ruolo ancillare e subordinato di mercato di consumi secondari. D’altra parte non potrebbe essere altrimenti visto il forte depotenziamento sul piano industriale, abbattuto dall’obsolescenza di quelle che furono le produzioni del boom, dalle automobili agli elettrodomestici, dalla chimica alla farmaceutica, dal tessile al calzaturiero, senza escludere la siderurgia e la raffinazione. Lo spigliato giovanotto si accomoda in questa situazione amplificando i più scontati luoghi comuni sulla politica parassita e sulla burocrazia soffocante per rifilarci un modello dove i processi decisionali vengono affidati ad elite sempre più ristrette e magari sempre più ignoranti. Basta osservare il suo consigliere più vicino, quel Marcolino Carrai, che intervistato dal Sole24Ore del 15 gennaio, confermava che i consiglieri atlantici più ascoltati da Renzino erano Matt Browe, oggi uomo di Obama ieri di Clinton, e Michael Ledeen già alle dipendenze di Reagan e di George W.Bush, all’epoca in rapporti di collaborazione con il Gen. Santovito pidduista capo del Sismi.
Nell’intervista Carrai simpaticamente afferma di non sapere chi fosse Santovito. Tocchiamo i vertici della più tragica commedia con la storia della “nuova” politica del lavoro affidata al Poletti COOP autentico campione di contratti fatti di miseria e aleatorietà da cui non poteva che arrivare un contratto di apprendistato senza apprendimento. Come dire, finalmente un po’ di sano realismo, facciamola questa concorrenza a laotiani, e via ai lacci e ai laccioli come dice Visco, se contratto a termine deve essere, lo sia per tutta la vita!
Tornando ad alzare lo sguardo per cercare nella cornice internazionale, almeno quella meno lontana, fatti salvi i lavoratori bosniaci che dal pozzo nero del crollo balcanico tornano a scioperare contro la nuova schiavitù della libera impresa europea, ben poco si vede di soggettività o di socialità che rappresentino l’interesse proletario antagonista.
Anche da noi mancano le soggettività che rappresentino gli interessi proletari mentre i settori di classe faticano ad organizzare le proprie forze, pur se fra facchini della logistica e operai siderurgici si intravede qualche tentativo di presa di parola.
E pensare che quasi ogni settimana la nuova direzione di movimento annuncia una cancelletto- sollevazione che però rimane un mero tentativo di sublimare con l’estetica l’assenza di contenuti e pratiche chiare e anticapitaliste.
Del resto il movimento No Tav è costretto a resistere ad un attacco repressivo imponente che rischia di fargli perdere la capacità di forza agglutinante delle istanze di conflitto che si esprimono nel territorio, tanto che in alcuni suoi settori popolari emerge una tendenza elettoralistica per uscire dall’accerchiamento, mentre le sue aree più antagoniste e di “direzione” politica rischiano di non riuscire a superare la coazione a ripetere che si rivolge ad una pratica di “potenza”. Dopotutto non si può pensare che un movimento vertenziale lasciato per oltre 20 anni quasi da solo a combattere l’arroganza del Potere (quello con la P maiuscola) possa sublimare tutto il vuoto di movimento dei restanti settori sociali proletari; rimane però il dubbio se tali difficoltà possano essere ascritte unicamente all’attacco repressivo o se invece non valga la pena interrogarsi sulla scarsa attenzione mostrata verso la diffusa conflittualità ‘popolare’ presente nei territori contro le varie devastazioni operate dal capitale. Crediamo che su questo aspetto sarebbe utile aprire il dibattito.
Un ragionamento analogo si può sviluppare per il movimento di lotta per la casa tanto forte e radicato nel suo specifico, pur se con elementi di debolezza nella sua piattaforma, ed espressione di settori sociali strutturalmente incapaci di egemonia sulla complessità delle frazioni sociali travolte dalla crisi e dalla ingestibilità dei sistemi.
La delega al sindacalismo di base, ribattezzato conflittuale, delle iniziative nei posti di lavoro, completa un quadro antico e pre-sessantottesco. Dunque, come far emergere il punto di vista proletario antitetico al sistema declinante? Intanto un buon punto di partenza sarebbe quello di non raccontare cazzate, definire obbiettivi chiari sulla base di contraddizioni bene identificate e bisogni altrettanto evidenti. Abbandonare ogni pretesa di legiferazione alternativa, referendum, proposte di legge
popolari, nuove segreterie e nuovi direttivi; ricordare che ogni processo ricompositivo vive su obiettivi di lotta comuni e riconosciuti come tali dai settori sociali che li praticano e soprattutto con una sola comune proposta di organizzazione.
Il sistema euro-atlantico è alla canna del gas; bisogna vedere se siamo capaci di aprire i rubinetti per costruire da ora gli organismi alternativi in grado di gestire la nuova società. Se la pratica degli organismi di massa, dei percorsi consiliari non è nuova di zecca è comunque splendente rispetto al riaffacciarsi di novelli mandarini cui affidare la ritualità di movimenti-spettacolo.