IL FUTURO E’ NOSTRO

La manifestazione internazionalista che il 1° maggio, dopo essere partita da Piazza Marranella, ha proseguito su via di Torpignattara, via degli Angeli per giungere a Largo Pettazzoni, è stata un successo nel segno del passato e del futuro. Più di 200 persone hanno animato e colorato l’arteria principale del nostro quartiera, colorandola del rosso delle bandiere, delle torce e dei fumogeni e riempendolo con i cori e gli interventi del furgone e attirando l’attenzione e la solidarietà degli abitanti e dei passanti.
Nel solco della continuità, ha rinnovato la tradizione di un corteo che, lontano dalla kermesse ipocrita di Piazza San Giovanni , serva del mercato discografico e sporca di un mercato privo di regole dei lavoratori dello spettacolo, si propone ogni anno di attraversare il nostro quartiere, ritenuto da sociologi perditempo e fini analisti del ministero degli interni il quartiere romano a più alta concentrazione di contraddizioni e violenze.
Sotto il cartello Lavoro male comune hanno collaborato alla riuscita della giornata forze individuali e collettive che rifiutano e combattono la logica del lavoro salariato e mettono quotidianamente in discussioni gli stessi processi di produzione e di consumo del capitalismo.
Di fronte ai movimenti, ai gruppi e ai partiti che, davanti alla sfida lanciata dal capitale con la crisi non riescono a fare a meno di proporre soluzioni e rimedi a un malato terminale, abbiamo rivendicato la nostra determinazione a esasperare la crisi stessa, affinchè diventi crisi degli istituti politici ed economici che governano il sistema e lo tengono artificialmente in vita.
Lontani da populismi antipolitici e pulsioni legalitarie, abbiamo portato in piazza la nostra pratica di autorganizzazione e di lotta, consapevoli dei compiti di autonomia e di responsabilità che come donne e uomini abbiamo nel rafforzare e diffondere percorsi di liberazione etica ed emancipazione materiale di lavoratrici e lavoratori.
Il nostro primo maggio è stata anche rivendicazione dell’essere anticlericali, contro le liturgie partitiche e sindacali, come di quelle tradizionalmente religiose (non è un caso che nel 2011 fu scelta questa data per la beatificazione di papa Giovanni Paolo II, tanto per oscurare ancora di più il senso di questa giornata), in un momento in cui “marce per la vita” e nuovi pontefici illuminati gettano ombre asfissianti nella morale, coprendo le nefandezze dei loro accoliti e giustificando lo sfruttamento del mercato e del lavoro. La grande festa all’Orto Ins-orto ha quindi gioiosamente riaffermato l’autonomia dei nostri corpi e delle nostre menti dalle schiavitù morali e materiali.
Ma la novità più dirompente di questa giornata è state un’altra: tutto il corteo e la successiva festa sono stati caratterizzati da una cospicua componente di immigrati e immigrate del quartiere, con la presenza di uno striscione in lingua bengalese “Il Capitalismo uccide in Bangladesh, come in Italia e in tutto il mondo”) dedicato dai connazionali alle stragi di lavoratrici e lavoratori delle industrie tessili nel distretto di Dhaka.
La diffusione mondiale del capitalismo, accantonati le utopie riformatrici di un “altro mondo possibile”, ha confermato la ferocia, la disumanità e l’ineluttabile distruzione di persone e ambiente che l’“unico mondo presente” regala a miliardi di uomini e donne.
Il primo maggio non può quindi essere più una festa, né ancor meno un funebre rito consolatorio. È e deve essere un momento di rivendicazione dell’autonomia della propria coscienza e dei propri territori. È e deve essere auspicio per un anno di lotte e di rivolta contro l’opprimente sistema. È e deve essere affermazione della necessità della rivoluzione internazionale
Primo maggio, bandiere rosse al vento….