IL LAVORO SFRUTTA E UCCIDE IN TUTTO IL MONDO

Esistendo come forza-lavoro, l’operaio durante tutta la sua vita non esiste che per l’autovalorizzazione del capitale. Questo, nella sua smisurata e cieca avidità di pluslavoro, tende a sorpassare non solo i limiti sociali della giornata lavorativa, ma anche quelli fisici. Usurpa il tempo necessario ad una crescita sana. Ruba il tempo per consumare aria e sole. Lesina sul tempo dei pasti. Riduce il sonno a poche ore di torpore. Avendo come unica mira la quantità maggiore possibile di lavoro gratuito che può essere assorbito in una giornata lavorativa, il capitale produce l’esaurimento precoce della forza-lavoro: abbrevia la vita dell’operaio.                                   Karl Marx

Dagli inizi degli anni ’60 i capitali occidentali hanno iniziato a riversarsi sui paesi in via di sviluppo per approfittare di manodopera tessile a costi ridotti. Gli investimenti si sono inizialmente rivolti a paesi asiatici come Taiwan, Corea del Sud e Hong Kong, favoriti dal controllo militare ed economico che gli Stati Uniti già esercitavano su questi Stati. Le industrie tessili sono sorte con i capitali forniti dai paesi sviluppati per soddisfare il mercato occidentale, inaugurando la politica di industrializzazione orientata all’esportazione tipica del miracolo economico asiatico.
Dagli anni ’80, per stare al passo con gli ordini sempre maggiori provenienti dalle imprese della moda europee ed americane, le industrie tessili di Hong Kong, Corea del Sud e Taiwan hanno dato il via ad un meccanismo di produzione mediante sub-appalti ai paesi limitrofi, come Bangladesh, Cambogia, Cina. Questo sopratutto per bypassare le quote-limite stabilite dall’Accordo Multifibre e per risparmiare ulteriormente sui costi della manodopera.

Dal 1982 il governo bengalese ha adottato nuove politiche di esportazione e importazione in linea con i diktat della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale. Al fine di potenziare la crescita economica, il governo ha istituito 8 zone economiche speciali per attrarre investimenti stranieri. Queste zone sono gestite da un’autorità apposita e la Banca Mondiale le definisce “enclavi territoriali ed economiche nelle quali i beni possono essere importati, lavorati ed esportati pagando tasse ridotte”. Una di queste zone si trova proprio nella periferia di Dhaka. Il risultato immediato è stato l’espansione del settore tessile: da circa 50 fabbriche negli anni ’80 si è passati a oltre 3000 stabilimenti nel 2000. Ad oggi, con circa 100.000 fabbriche tessili nella sola area di Dhaka, il Bangladesh è secondo solo alla Cina nella produzione di abbigliamento destinato ai mercati occidentali e quasi 3 milioni di persone sono attualmente impiegate nel settore tessile.

Le industrie della moda non producono quasi più nulla in Occidente e si sono praticamente convertite in aziende-marchio: i capi di abbigliamento prodotti in tutto il mondo sono convogliati e  timbrati col marchio prima di essere immessi sul mercato. Le aziende-marchio si limitano a controllare le catene di negozi sparse per il mondo, elaborare il design di nuovi prodotti e assegnarne la produzione a compagnie di intermediazione: quelle imprese che per decenni hanno prodotto direttamente abbigliamento e adesso si occupano principalmente di fornire intermediazione ai capitali occidentali e ricevere gli ordini da sub-appaltare a fabbriche dai costi ancora più contenuti.
E’ questo sistema di sub-appalti che permette alle case di moda di negare ogni coinvolgimento negli incidenti che avvengono nelle fabbriche tessili bengalesi: si godono i benefici di prodotti a basso costo senza sporcarsi le coscienze col sangue e il sudore degli operai.
Così il capo della comunicazione di Benetton può affermare che: ”Nessuna delle aziende coinvolte nel tragico incidente di Dacca è ad oggi un nostro fornitore. Abbiamo verificato che quantomeno un ordine in passato c’é stato, forse due: si tratta di una subfornitura occasionale, one shot, come capita nel settore tessile. Ma a fine marzo lo avevamo già eliminato dai nostri fornitori regolari per gli audits non convincenti che ci erano arrivati”. ”Bisogna però precisare che questi audits non comprendono mai informazioni sulle strutture degli edifici”, ha sottolineato l’azienda italiana. Benetton ci lascia immaginare che questi audits (cioè accertamenti, ispezioni) si incentrano sulla convenienza dei costi di produzione, la rapidità nella consegna dei prodotti, la qualità degli stessi; certo non si soffermano sulla sicurezza delle fabbriche o l’adeguatezza dei salari degli operai. D’altronde il capitalismo si interessa di profitto, non di persone.

E così il 24 Aprile scorso nella periferia di Dhaka è avvenuto l’ennesimo massacro di lavoratrici e lavoratori a seguito del crollo del palazzo-fabbrica chiamato Rana Plaza. Da questa fabbrica passava la catena globale della produzione di abbigliamento: gli investimenti delle multinazionali del tessile fanno sì che il cotone coltivato in Asia del Sud (sopratutto in India) passi attraverso macchinari e braccia bengalesi grazie all’intermediazione di altri Paesi asiatici per finire dietro le vetrine occidentali.
Da quando nel 2005 Goldman Sachs ha inserito il Bangladesh nella lista degli 11 Paesi in via di sviluppo più promettenti per gli investimenti esteri, la domanda di produzione per l’esportazione è aumentata, i lavoratori impiegati nel tessile anche, ma le strutture adibite a fabbriche sono rimaste le stesse, obsolete e pericolanti. Anche il numero degli ispettori del lavoro è rimasto invariato: tuttora ce ne sono una ventina per tutta l’area di Dhaka, in cui si trova il maggior numero di fabbriche tessili del Paese.
Nel 2005 a Savar (stessa zona del Rana Plaza) è crollata una fabbrica provocando la morte di 75 lavoratori; 18 sono morti in un altro crollo l’anno seguente e dal 2007 ad oggi più di 700 operai sono morti carbonizzati in incendi scoppiati nelle fabbriche tessili. I quasi 1200 morti del Rana Plaza si aggiungono a quelli dell’incendio nella fabbrica di Tazreen solo 5 mesi prima, nel Novembre del 2012.
Le fabbriche della globalizzazione del XXI secolo sono edifici fatiscenti improvvisati al servizio di un sistema di produzione fatto di giornate lavorative lunghe e sottopagate, macchinari scadenti, strutture insicure: prigioni per quasi 3 milioni di bengalesi, sopratutto donne.

A Giugno del 2012 migliaia di lavoratori hanno protestato nelle periferie di Dhaka chiedendo migliori condizioni di lavoro. Gli operai sono riusciti a bloccare l’autostrada, provocando la chiusura forzata di centinaia di fabbriche. Il capo dell’Associazione bengalese per la produzione ed esportazione di manufatti tessili ha pubblicamente accusato i lavoratori di cospirazione contro lo sviluppo economico del paese e la violenza della polizia ha soffocato le proteste. Dopo il crollo del Rana Plaza, i lavoratori  hanno ricominciato a scioperare e molte fabbriche al momento sono chiuse.
Mentre per le strade la polizia reprime violentemente le proteste, le risposte del governo bengalese finora sono state due. Da un lato si darà sfogo alla rabbia dei familiari delle vittime comminando una pena esemplare al proprietario del Rana Plaza, responsabile sì ma semplice vassallo di un sistema globale. Dall’altro lato il 13 Maggio il Governo ha promesso di riformare il diritto del lavoro garantendo maggiori tutele ai sindacati del settore tessile. Due soluzioni che mirano a ripristinare la pace sociale con il solo vero intento di placare le lotte e mantenere intatto un sistema di profitto basato sullo sfruttamento.