Il paradigma del mio vicino è sempre più paradigmatico. Tentativi di lessico non conforme

Se con la nostra immaginazione uscissimo fuori dal nostro pianeta e poi provassimo con uno sforzo ad arrivare fino al punto in cui la Terra ci apparisse un puntino piccolo piccolo lontano lontano, ci fermassimo e poi di colpo ci facessimo tirare giù come una mela, ci accorgeremmo che oltre a vedere quanta acqua c’è sul nostro pianeta, oltre a constatare che l’unica opera dell’uomo che si vede dallo spazio è la muraglia cinese, ci accorgeremmo che nella nostra parte di globo ,denominato occidente , ci sarebbe una nuvola grigiastra che aleggia sopra le nostre teste e avrebbe la forma di una tigre di carta con scritto PARADIGMA.
Così descritto lo scenario è catastrofico, ma come darci torto? Ormai sono anni che scienziati delle società, analisti dei comportamenti umani e animali, commentatori di calcio, dilettanti allo sbaraglio (compres* chi scrive) della dialettica e della retorica, commentatori radiofonici di tutti i colori e di tutte le frequenze non fanno che utilizzare la parola paradigma e suoi derivati. Sembra una invidia del paradigma a chi la scrive più grossa, a chi trova il paradigma migliore, a chi riesce a rompere la compatibilità con la lettura del reale usando paradigmi che non esistono o peggio ancora che sono scontati.
Quando si vuole investigare su di un termine è fortemente consigliato partire dalle definizioni che i vocabolari ne danno e poi andare a vedere cosa ne esce passo per passo. Così abbiamo fatto e qualcosa di interessante è uscito fuori. Ora, la parola paradigma è complicata perché ha vari campi di applicazione ma essa dervia da un verbo greco il cui significato principale è “mostrare”, ma anche “presentare o confrontare”. Nulla di nuovo o di scioccante: il problema è che nella filosofia della scienza (due cose di per se già molto complicate che unite creano non pochi problemi di comprensione logica , ma sviluppano un interesse enorme in chi ci si avvicina) ma anche nella sociologia (materia nettamente meno interessante, ma forse è colpa dei sociologi o di quelli che tali si sentono) il termine in questione indica qualcosa di più complesso e cioè un insieme di regole e metodi che sono fatti propri da una comunità scientifica, cambiati i quali avviene una rivoluzione scientifica …roba serissima, roba complicata più complicata di quello scambio filosofico fra Platone e Aristotele sull’argomento per cui erroneamente alcuni testi scolastici sostituiscono senza problemi la parola archetipo con paradigma mentre semplicemente per Aristotele, più con i piedi per terra e forse più subdolo, parla più che altro di un paradigma come di un argomento noto usato per poter mostrare e portare in evidenza un accadimento meno noto. Nel tempo poi, fra i filosofi, le cose non sono sempre andate così lisce e ognuno ha provato a dire la sua specialmente in tempi non troppo lontani dall’oggi. Per fare un esempio potremmo dire che né Kant né Hegel, passando per Foucault e Kuhn restano fuori da questa discussione fino ad arrivare al nostrano Agamben.
Questi parziali elementi ci conducono per mano al nocciolo della questione e della domanda. Perché sfogliando libri, leggendo blog, giornali e altro ancora chi scrive non riesce nemmeno a mantenere lo stesso uso della parola nei riguardi del medesimo concetto? Oscillando prima in un senso e poi in un altro per cui, per esempio, l’Italia è il paradigma del capitalismo e a volte è il contrario? Ma soprattutto perché dobbiamo farci imporre l’uso di una parola in un senso o in un altro invece di restituirle il suo fascino, la sua curiosità, la sua semplicità nel dimostrare ed esaltare un particolare che altrimenti potrebbe sfuggire? Perché dobbiamo tutti assomigliare a coloro i quali studiano per spiegarci che le cose sono così come appaiono perché sono un paradigma di quello che è già accaduto? A questo punto le cose sono due: o ormai siamo diventati tutti sociologi e scriviamo per il solo piacere di farlo, oppure siamo degli idioti che ricopiano il linguaggio del dominio senza riuscire a plasmarlo per i nostri usi. O forse , ed è la cosa più semplice, come esistono le mode dei capelli corti, quelle delle zampe di elefante, quelle per la musica, quelle per le droghe, esiste anche una moda della linguistica…
Se un testo di analisi non presenta almeno una volta la parola paradigma o affini non vale niente. A tal proposito non pensiate che queste siano parole di circostanza per sostenere la tesi dell’eccessivo uso della parola paradigma . Infatti non è un caso che il noto filosofo italiano Giorgio Agamben nel 2008 abbia dedicato AL TEMA UN TESTO APPROFONDITO con un interessante
ricostruzione filosofica del concetto e del termine paradigma. Ora Agamben conta fra i suoi fans anche le nuove leve del pensiero politico extra parlamentare ovvero di tutt* que* intellettuali che si autoproclamano generali di fantomatici eserciti moltitudinari senza tuttavia impegnarsi in alcuna opera di reclutamento. Questo ovviamente non leva nulla al pensiero stesso di Agamben, ma conferma semmai il caos che regna intorno al termine paradigma e soprattutto ne amplifica quel fenomeno che porta un concetto o una semplice parola di moda, non è un caso (e se qualcuno si prendesse la briga di parlare con qualche giovane accademico di filosofia ne avrebbe conferma) che appena esce una sua pubblicazione il tema dell’anno diventa quello che lui ha pubblicato. Insomma nulla contro di lui ma contro chi segue le mode si… Comunque ecco cosa dice Agamben in conclusione di un suo saggio (signatura rerum) sul tema affrontato:
“1) Il paradigma è una forma di conoscenza né induttiva, né deduttiva, ma analogica, che si muove dalla singolarità alla singolarità. 2) Neutralizzando la dicotomia fra il generale e il particolare, esso sostituisce alla logica dicotomia un modello analogico bipolare. 3) il caso paradigmatico diventa tale sospendendo e insieme, esponendo la sua appartenenza all’insieme, in modo che non è mai possibile separare in esso esemplarità e singolarità. 4) L’insieme paradigmatico non è mai presupposto ai paradigmi, ma resta immanente ad essi 5) non vi è, nel paradigma, un’origine o una archè: ogni fenomeno è l’originale, ogni immagine è arcaica. 6) La storicità del paradigma non sta né nella dicotomia né nella sincronia, ma in un incrocio fra esse.” Tirando ancora per le lunghe la questione grazie a quanto scritto da Agamben, si capisce il perché tutti quelli che usano la parola paradigma lo fanno secondo varie accezioni, ma questo non cambia la sostanza del concetto di paradigma come moda lessicale. Fino a qui sembrerebbe lo sclero di una serie di matti o di un puristi che, sulla scia del Manzoni, invitano a risciacquare la lingua nell’Arno (e voi tutti/e a dire provateci! così smettete di scrivere che ti prendi una leptospirosi fulminante), ma la domanda successiva è la seguente: perché paradigma si e classe no, perchè paradigmatico si, proletario no, perché paradigmi si e borghesia no, perché insomma parole con nuovi significati diversi o nuove parole e basta devono buttare vecchie parole che non perdono di significato e invece dobbiamo imporci parolacce come paradigma per dare corpo e credibilità a quello che si dice? Guardate che paradigma è una parola molto più vecchia di classe (nella sua accezione politica) e quindi a maggior ragione dovrebbe essere andata in disuso, ma non vogliamo nemmeno questo; vorremmo invece che alcune cose tornassero al loro posto, nei loro usi e significati, in modo da non essere più soggetti alle mode né a pensatori riconosciuti come tali che ci inducono ad usare parole a caso o ad usarle per infiocchettare un discorso.
E non è la prima volta che accade , un sacco di professori hanno continuato a forzare la lingua e il significato delle parole per poter giustificare le loro tesi e così abbiamo mandato giù bocconi amari nell’usare parole al singolare per indicare masse di persone (moltitudine fino all’estremo moltitudini) , abbiamo visto parole divenute al tempo stesso soggetti e oggetti dell’azione
che rappresentano (cognitariato) , ma anche parole che identificano una condizione umana fatta diventare una categoria politica e sociale (precari, precariato) fino all’apoteosi rappresentata dalla combinazione delle due: precariato cognitivo.
E di questo passo la situazione non può che peggiorare. In conclusione queste poche righe vogliono essere da sprone a tutti/e per poter finalmente riappropriarci dei giusti significati delle parole e quindi: se uno parla con le guardie è un infame, se uno partecipa nelle lotte per poi reindirizzare l’impegno delle persone dentro una urna elettorale è un pompiere sociale oltre che opportunista, chi guarda l’albero e non la foresta o è cieco oppure è un disilluso e deve affinare il suo senso critico, i quadri stanno attaccati ai muri e i partiti sono quaderni con le note musicali ( ma senza la “s” iniziale)…e così via fino a scompaginare in allegria ogni parola, ogni lessico che abbia sentore di una nuova o vecchia dominanza.
Perciò leggete più Rodari e meno testi di sociologia, fatelo in gruppo in compagnia, ma leggete e poi parlatene.