Il “Salva Roma” non salva servizi pubblici, salari e posti di lavoro

“#Ignaziostaisereno”, così il popolo dei social media ha commentato ironicamente il ritiro del secondo decreto “Salva Roma” da parte del neo premier Matteo Renzi (il primo decreto era già stato cassato da Napolitano per rischio di incostituzionalità).
L’allusione alla rassicurazione data dal giovane rampollo toscano all’ex premier Letta un attimo prima di defenestrarlo è evidente ed indica la diffusa consapevolezza che la posta in gioco non riguarda solo il rischio di default e di commissariamento della Capitale, ma ha una dimensione più ampia ed un respiro nazionale. Ciò ci è dato pensarlo non solo in riferimento ai torbidi giochi di palazzo, basti pensare allo scontro tra bande che si sta consumando all’interno del PD, oppure alla pervicacia con cui la Lady di Ferro nostrana, alias Linda Lanzillotta (ex assessore al Bilancio di Roma con Rutelli), ha continuato a mordere il testo con il suo mai morto emendamento che, tra le varie cose, impone la vendita delle quote ACEA; ma anche e soprattutto per la portata devastante delle misure contenute nel provvedimento legislativo, la cui ricaduta trascende i ristretti confini locali. Alla fine, come era ampiamente previsto, la montagna ha partorito il topolino: il Consiglio dei Ministri con il D.L. 6 marzo 2014, n. 16 contenente disposizioni urgenti in materia di finanza locale, nonché misure volte a garantire la funzionalità dei servizi svolti nelle istituzioni scolastiche ha dato il via libera al terzo decreto “Salva Roma”.
In particolare, come si legge nel documento presentato dalla Corte dei conti alle Commissioni riunite Bilancio e Finanze della Camera dei Deputati, “…l’art. 16 del d.l. n. 16/2014 contiene misure in parte volte a sostenere l’equilibrio del bilancio 2013- 2014 di Roma Capitale e in parte tendenti al monitoraggio permanente della situazione finanziaria…” Quindi si afferma esplicitamente che in cambio della possibilità di mettere in sicurezza i conti relativi agli anni 2013 e 2014, si commissaria di fatto, in modo permanente, il bilancio dell’amministrazione capitolina. Qualche riga dopo infatti si può leggere che “…alla base dell’intervento normativo si pongono le criticità emerse nel corso del 2013 che hanno impedito il raggiungimento dell’equilibrio previsionale, in presenza di un quadro complessivo della finanza locale non confortante e delle difficoltà strutturali del bilancio di Roma Capitale, le cui cause determinanti si sono sviluppate nel tempo…”
Non c’è bisogno di essere particolarmente maliziosi per leggere tra le righe che il vero obiettivo non è tanto il riequilibrio del bilancio previsionale quanto piuttosto l’assetto organizzativo finanziario dell’apparato amministrativo capitolino.
Del resto, di seguito, sempre nel suddetto documento, si ricorda quanto forse ancora molti non sanno e cioè che Roma Capitale ha già una gestione commissariale per il debito: “… le suddette difficoltà si sono manifestate in concomitanza con le vicende politico-amministrative connesse alla istituzione, nel 2008, di Roma Capitale. Al riguardo si ricorda che l’art. 78 del d.l. n. 112/2008 ha previsto la nomina di un Commissario Straordinario del Governo per la ricognizione della situazione economico-finanziaria dello stesso Comune (comprese le società partecipate) e per la predisposizione ed attuazione di un piano di rientro dall’indebitamento pregresso. Pertanto, per il Comune di Roma, è stata stabilita, in alternativa alla dichiarazione di dissesto prevista per gli enti locali, una disciplina particolare. L’ente locale non ha interrotto la sua attività ed ha avviato una nuova gestione sgravata dal peso degli oneri pregressi; le due amministrazioni “ordinaria” e “commissariale” continuano ad operare contestualmente, ciascuna con una propria contabilità…” Infine si precisa che “…per consentire l’equilibrio di parte corrente del bilancio di Roma Capitale per gli anni 2013 e 2014, alcune disposizioni contenute in un precedente provvedimento d’urgenza (art. 1, co. 5, d.l. n. 126/2013, reiterato nell’art. 4co. 1, d.l. n. 151/2013) hanno autorizzato il Commissario ad inserire a vario titolo nella massa passiva del Piano di rientro ulteriori partite debitorie che non erano state incluse in sede di separazione dei bilanci tra Gestione Commissariale e Gestione Ordinaria…” In cambio dello scongiurato pericolo di default, attraverso una partita di giro che anticipa alla gestione “ordinaria” del Campidoglio 570 milioni di euro, altrimenti dovuti in più rate da parte della gestione “commissariale”, il governo nazionale ha di fatto commissariato la Giunta Marino imponendole un piano di rientro triennale che prevede: l’applicazione delle disposizioni finanziarie e di bilancio e dei vincoli in materia di acquisto di beni e servizi e di assunzione di personale a tutte le società controllate con esclusione di quelle quotate nei mercati regolamentati; una ricognizione dei fabbisogni di personale nelle società partecipate, prevedendo per quelle in perdita il necessario riequilibrio con l’utilizzo degli strumenti legislativi e contrattuali esistenti, nel quadro degli accordi con le organizzazioni sindacali; l’adozione di modelli innovativi per la gestione dei servizi di trasporto pubblico locale, di raccolta dei rifiuti e di spazzamento delle strade, anche ricorrendo alla liberalizzazione; la dismissione o la messa in liquidazione, se necessario, delle società partecipate che non risultino avere come fine sociale attività di servizio pubblico; la valorizzazione e dismissione di quote del patrimonio immobiliare del comune.
Inoltre, pochi si sono accorti che nell’articolo 4 vi sono alcune misure particolarmente insidiose per la contrattazione decentrata poiché impongono alle Regioni ed agli enti locali che non hanno rispettato i vincoli finanziari posti alla contrattazione collettiva integrativa, di recuperare integralmente le somme indebitamente erogate al personale dirigenziale e non dirigenziale. Cambiano i governi, si rinnovano le amministrazioni, le alchimie politiche scompongono e ricompongono maggioranze ed opposizioni ma le misure che di volta in volta sono contenute nei diversi provvedimenti legislativi sottintendono ormai sempre la stessa logica.
Il decreto “Salva Roma” riproduce su scala locale una strategia che abbiamo già conosciuto su scala nazionale ed internazionale. A partire dagli anni ’80 il Fondo Monetario Internazionale imponeva ai cosiddetti “paesi in via di sviluppo” le privatizzazioni delle proprie economie e delle risorse ambientali tramite i Programmi di Aggiustamento Strutturale (SAPs), questo in cambio della riduzione dei debiti e la concessione di nuovi crediti internazionali.
Tali misure comportarono il saccheggio delle risorse di quei paesi a vantaggio delle multinazionali e dei capitali dei paesi “sviluppati”. Il processo di costituzione dell’Unione Europea, nell’ambito dell’accresciuta competizione internazionale, ha importato un simile modello anche all’interno delle politiche comunitarie europee, dove il sud del mondo viene “sostituito” con il sud dell’Europa (i paesi PIIGS: Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna). Nel non lontano agosto del 2011 il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea, con una lettera firmata da Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, dettava all’allora governo Berlusconi l’agenda da seguire per ristabilire, secondo le loro intenzioni, la fiducia degli investitori nel nostro paese.
In particolare, tra le tante cose contenute nella lettera, si chiedeva: “…l’aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali…più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l’efficienza del mercato del lavoro; …una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali; …di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione; …una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti; …una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi; …una revisione dell’amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l’efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese; …un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province); …azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali…” Parimenti le misure imposte dalla Troika (Unione Europea, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) alla Grecia dal 2010 ad oggi in cambio degli aiuti chiesti non sono da meno, anzi come è stato giustamente osservato “c’è la sensazione che la situazione greca sia un banco di prova, un test per sperimentare il grado di tenuta delle masse subalterne verso un loro generale impoverimento con la possibilità di replicarlo, accentuarlo o comunque usarlo come deterrente rispetto ad eventuali insorgenze che potrebbero verificarsi in altri paesi” 1. Infine, mentre il palcoscenico mediatico è occupato dalla narrazione delle gesta del nuovo venditore di tappeti, nell’ombra il super commissario Cottarelli, uomo del Fondo Monetario Internazionale, ha elaborato la ricetta per tagliare la spesa pubblica di 5 miliardi di euro nel 2014 e di complessivi 32 miliardi nei prossimi tre anni. In questo contesto le misure contenute nel decreto “Salva Roma” assumono una logica e coerente conseguenzialità. Ancora una volta, si pretende di spacciare la causa del male come cura: l’obbligo di dismettere o liquidare le società partecipate che in questi anni hanno, comunque, rappresentato un’alternativa alla privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici, ha il solo obiettivo di regalare ai privati ed alle loro consorterie clientelari fette consistenti del mercato degli appalti pubblici.
In Italia, a partire dagli anni 30 e con una ulteriore spinta nel dopoguerra, la forte presenza dello Stato e del pubblico rispondeva all’esigenza di svolgere un ruolo di “ammortizzatore” sociale e politico nei confronti delle istanze rivendicate dal movimento di classe che con crescente determinazione andava esprimendosi in quegli anni. Ruolo che viene mantenuto fino agli anni ‘80 quando viene invece avviata la riduzione della presenza dello “Stato imprenditore”, e tutto questo insieme ad un vasto processo di privatizzazione e di aziendalizzazione dello stesso welfare pubblico.
L’accaparramento da parte del padronato di pezzi importanti e strategici dell’economia italiana ha ampliato ulteriormente la capacità di condizionamento politico ed economico del paese: si è chiesto e ottenuto che insieme alla privatizzazione dei settori
pubblici si avviasse una complementare deregolamentazione e liberalizzazione a favore della crescita di nuove rendite e di nuovi profitti privati, tutto a spese della collettività. Oggi gli effetti dei processi di privatizzazione sono sotto gli occhi di tutti: riduzione della qualità dei servizi essenziali e loro progressivo smantellamento; drastico peggioramento delle condizioni di lavoro con crescita della precarietà e della disoccupazione; incremento delle tariffe e dei costi per i settori popolari.
In particolare, l’esperienza delle privatizzazioni delle reti dei servizi (acqua, luce, gas) in questi anni hanno dimostrato solamente un aumento dei costi per i cittadini così come le gare di appalto nella Pubblica Amministrazione sono state esclusiva
fonte di corruzione, costi crescenti e degrado dei servizi. Nonostante la storia stia ampiamente dimostrando quanto siano stati fallimentari i processi di privatizzazione messi in atto negli anni precedenti in termini di efficacia, efficienza ed economicità dei servizi erogati, si continua a perseverare su questa strada imponendo la logica che equipara i servizi pubblici alle merci da cui trarre il massimo profitto.Se si sposta lo sguardo dal contesto generale a quello locale le cose non cambiano, la ricetta è sempre la stessa così come il risultato: miseria pubblica e ricchezza privata.
Quello che abbiamo di fronte è un debito accumulato dal Comune di Roma a suon di cattiva gestione, scandali, affari, svendite
e super stipendi mentre nei quartieri mancano i servizi più elementari, biblioteche, scuole, asili nido, consultori pubblici, a.s.l e il 30% della popolazione vive in condizioni di povertà ai margini di una città che si fa sempre più ostile ed escludente, relegati in quartieri che stanno perdendo l’identità di un tempo abbandonati alla speculazione edilizia, alla fatiscenza strutturale , sociale ed economica.
In particolare c’è un legame strettissimo tra il debito accumulato ed i processi di cementificazione che hanno determinato una smisurata e incontrollata urbanizzazione della città. Si è costruito e si vuole continuare a costruire solo perché, come ricordava Antonio Cederna, chi possiede un suolo lo esige e ha il potere di imporlo. Così l’amministrazione rincorre brandelli sparsi di città in cui portare strade, servizi, fognature che gravano sul bilancio e che paghiamo tutti noi per gli interessi di pochi. Paradossalmente però la capitale detiene molti record sul fronte dell’emergenza abitativa.
Le vicende romane, se si esclude il fatto che, attraverso un accurata analisi, ci possano rivelare preziose informazioni in merito all’irrompere sulla scena di nuovi ed emergenti interessi padronali, non aggiungono molto di più al quadro complessivo che si è tentato di descrivere; tuttavia esse ci danno l’indicazione che è in atto una volontà di accelerazione dei processi in corso e che gli eventi stanno rapidamente precipitando.
L’attacco nei confronti delle condizioni materiali di vita e di lavoro dei ceti sociali subalterni è drastico e frontale e si propone con un arroganza tale che non lascia spazio alcuno neanche alla mediazione concertativa dei sindacati confederali.
La situazione di Roma Capitale è sotto gli occhi di tutti, ne parlano e ne discutono soggetti politici, esperti finanziari ed economici, gli organi di informazione.
Manca ancora però in maniera chiara ed univoca, il punto di vista di chi la crisi la subisce tutti i giorni nel proprio posto di lavoro o nel territorio in cui vive. Manca una soggettività collettiva capace di esprimere gli interessi materiali antagonisti a quelli del sistema dominante e soprattutto che sia all’altezza delle forze in campo. In questi anni la trasposizione sul piano virtuale del conflitto, basata essenzialmente sulla delega, ha affievolito la capacità di sostenere il conflitto reale: intere generazioni sono state espropriate dell’attitudine di partecipare in prima persona alle scelte che riguardano la propria vita e di conseguenza della capacità di elaborare gli strumenti necessari per farlo.
Oggi ci sembra quanto mai evidente che qualsiasi forma di delega è fallita: nessun partito o sindacato può farsi portavoce dei nostri interessi. Se Roma si salverà al momento non ci è dato saperlo, di sicuro però sappiamo che noi ci salveremo solo se saremo in grado di riappropriarci degli strumenti necessari per organizzare la difesa dei nostri interessi, la soddisfazione dei nostri bisogni e la realizzazione dei nostri desideri.
Note:
1. Radio Onda Rossa, “NON PAGO! Cronaca della resistenza
sociale al debito greco”, pag. 3.