Il Terzo Settore, un mostro senza testa?

Il terzo settore è quel complesso di istituzioni ed organizzazioni che si collocano, all’interno del sistema economico, tra lo Stato e il mercato, senza essere riconducibili né all’uno né all’altro: soggetti organizzativi cioè di natura privata ma volti alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica o collettiva (cooperative sociali, associazioni di promozione sociale, associazioni di volontariato, organizzazioni non governative, ONLUS…). Insomma quel mondo chiamato, più in generale, del “no profit”.
Parafrasando, il terzo settore può essere immaginato come un cerbero con due piccole teste uguali (stato e mercato) ed una terza più grande al centro che rappresenterebbe (il condizionale è d’obbligo) la ‘giusta via di mezzo’.

In questi ultimi decenni, nei quali il terzo settore ha prosperato, il lascito al nostro paese è, da un punto di vista classista, drammatico. Da una parte, operando con e per soggetti svantaggiati, è stata fornita manodopera lavorativa, in alcuni casi estremamente qualificata, a bassissimo costo: dalla fine degli anni ’70, le prime deroghe al CCNL ci furono per i tossico-dipendenti impiegati nelle comunità di recupero e per gli obiettori di coscienza al sevizio militare, un incredibile volano di manodopera a costo zero. Dall’altra, intervenendo nei settori svantaggiati della società, il terzo settore ha di fatto esternalizzato e sostituito l’intervento pubblico nell’assistenza, ridefinendo profondamente lo stato sociale. Tale passaggio negli anni verrà poi formalizzato (e ‘costituzionalizzato’) dall’ingresso del principio di sussidiarietà nell’ordinamento giuridico italiano.cerbero-william-blake

Per fare dei nomi importanti, il terzo settore è sia la “Compagnia delle opere”, emanazione del becero clericalismo di CL sia, per rimanere in odore di sacrestia, la romana Capodarco che esprime ad ogni elezione deputati PD e per la sinistra storica la “polivalente“ ARCI.
Questo mondo è attivo in molteplici settori economici “no profit”, dalla formazione all’assistenza (sociale, domiciliare, sanitaria), fino alla partecipazione diretta alle “nuove” forme di governance. Tali forme di democrazia partecipativa appaiono integralmente scivolate in quel ‘corporativismo-fashion’ che sta progressivamente soppiantando le vetuste forme proprie della democrazia parlamentare, così come le abbiamo conosciute dal secondo dopoguerra. Una governance, quindi, che vedrebbe il terzo settore nel ruolo di gestore del consenso.
Tutto appare utile da una parte a normalizzare il conflitto sociale e dall’altro a promuovere una piccola imprenditoria locale impegnata, a parole, nella creazione di posti di lavoro e nel riscatto sociale, ma realmente affetta da una forte dipendenza nei confronti di appalti e finanziamenti pubblici.
Come non menzionare poi il ruolo che il terzo settore ha svolto durante la guerra NATO contro la Jugoslavia nel ‘99 quando, attraverso la “missione arcobaleno”, non solo ha appoggiato e contribuito alla propaganda interventista, ma ha soprattutto partecipato al ricco banchetto del “peace-keeping” (mantenimento della pace e ricostruzione).

In scala minore certo, ma sempre degna di nota, è tutta la questione inerente alla gestione dell’accoglienza per immigrati con ‘mafia capitale’.
In questi ultimi anni il cerbero di cui sopra starebbe quindi espandendo la sua area di intervento, gettando le sue zampe anche sulla gestione stessa dei territori, sovrapponendosi, e sostituendosi in alcuni casi, agli attori “tradizionali” (quali partiti, CDQ…).
Progetti finalizzati alla “partecipazione attiva” dei cittadini nelle scelte della politica locale sono ormai da anni all’opera nei territori, che siano estemporanee “giornate evento” di tipo culturale o siano lunghi “laboratori per il contratto di quartiere”, che assumano pomposi nomi (“laboratori sperimentali di riattivazione di spazi pubblici”) o titoli da rivista fantascientifica (“urbanvoid”). “Educare i giovani” alla legalità, far “sentire protagonisti” gli abitanti di un territorio, “coinvolgere la cittadinanza” nelle scelte: sono queste le nuove formule per mezzo delle quali viene esercitata quella sottile maieutica che dovrebbe accorciare la distanza tra noi ed i territori che viviamo.

Il tratto comune è dato da associazioni/enti/collettivi/gruppi che campano rastrellando fondi per progetti che tendono a gestire/incanalare/cojonare/analizzare il conflitto sociale e i suoi possibili protagonisti su territori “messi a profitto”.
Insomma, possibile che abbiamo ancora bisogno della “mafia capitale di turno” per capire quanto marcio produce tutto quello che gira intorno al mondo del terzo settore