L occupazione della causa palestinese

La depoliticizzazione della lotta del popolo palestinese portata avanti dall’associazionismo e dalla cosiddetta ‘solidarietà internazionale

Sono oramai trascorsi più di vent’anni dalla firma degli Accordi di Oslo e, considerando il periodo storico in cui vennero firmati (caduta dell’URSS ed ascesa dell’Islam politico), possiamo ritenere tali accordi uno dei principali fattori della crisi che ha colpito, e ancora colpisce, la Sinistra Palestinese.
E’ in questo contesto che matura inoltre la delusione popolare verso la dirigenza dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), la quale getta, come merce di scambio, la lotta palestinese sul tavolo dei negoziati. Sono ormai mature le condizioni per l’ingresso di una nuova forza “politico-sociale”: l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) che, in West Bank come nella Striscia di Gaza, si fa vettore dell’aumento esponenziale degli investimenti esteri nella Palestina occupata.
Col tempo tuttavia l’ANP non si consoliderà come unico affidabile partner commerciale agli occhi delle potenze imperialiste (tant’è vero che oggi sembra in atto un braccio di ferro tra le varie fazioni all’interno del Comitato Esecutivo dell’OLP), poiché i finanziatori stranieri riusciranno ad imporre le loro scelte direttamente sull’intera società palestinese. Oggi, soprattutto in Cisgiordania, si contano decine di associazioni in ogni città le quali, perseguendo a fasi alterne obiettivi di sviluppo e di emergenza, non fanno altro che eseguire le politiche suggerite dai loro facoltosi donatori.
Gran parte di queste organizzazioni sono, infatti, finanziate direttamente dai governi europei più vicini ad Israele, con somme a dir poco cospicue (basta consultare la documentazione rilasciata dalla Cooperazione allo Sviluppo Italiana).
11986344_422219267978379_7405156040822300517_n
Con questo non intendiamo suggerire che tutti i cooperanti siano “a libro paga del Mossad”, ma denunciare che l’operato di questi enti favorisce, di fatto, gli interessi sionisti, portando avanti (fin dove le armi e la repressione non hanno potuto) un efficace e sistematico progetto di “depoliticizzazione” delle masse palestinesi a fronte di una “politicizzazione” dell’aiuto umanitario.
L’intervento riesce anche all’interno dei campi profughi, da sempre osso duro per le autorità sioniste, ma in cui, non scordiamolo, vige un tasso di disoccupazione pari a un terzo della popolazione (fonti UNRWA – Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione).
Tuttavia, la strategia portata avanti dal “Public Service Contracting” (formula con la quale si descrivono i rapporti tra uno Stato e l’insieme di ONG – Organizzazione Non Governativa – che vi operano) nel tempo non è sempre stata la stessa.

Se fino a qualche anno fa si faceva un gran parlare di “progetti di normalizzazione”, che pubblicizzavano l’idea di uno Stato palestinese sui confini del 1967, ignorando completamente la questione del Ritorno dei profughi, ora si punta principalmente ad offrire possibilità di lavoro e quindi a generare una dipendenza di tipo economico in una sorta di “ceto medio” creato ad arte.
Viceversa, all’interno di queste organizzazioni sono sfavoriti, se non addirittura esclusi, proprio quei giovani proletari che militano nelle organizzazioni politiche palestinesi; in questo modo si palesa la finalità occulta di trasformare la lotta nazionale palestinese in una sorta di “resistenza non violenta all’apartheid”, sostituendo le strutture partitiche organizzate, il lessico e l’armamentario rivoluzionario con un programma tutto incentrato sulla retorica dei diritti umani.

L’uso legittimo della forza è stato automaticamente etichettato come “violenza”; l’internazionalismo tramutato nella più borghese (e perciò rassicurante) “solidarietà internazionale”. Tuttavia, per quanto ci compete, riconoscendo dignità alla lotta palestinese, pensiamo si possa opporre una resistenza! Rifiutiamoci di considerare quella palestinese un’”emergenza umanitaria” e facciamo il tentativo, ove possibile, di riannodare quei rapporti con i compagni palestinesi che mai hanno abbandonato la lotta per il comunismo e la libertà.
Chissà che da questo rapporto non ne possa scaturire anche una più chiara comprensione delle dinamiche di “casa nostra”.