L’ASSEMBLEA DELLE DONNE DEI CONSULTORI

COME FORMA DI PROPOSTA, RIVENDICAZIONE E PARTECIPAZIONE

L’assemblea delle donne dei consultori è definita dalla legge 405 del 1975 la stessa che istituisce i consultori – non necessita di alcun tipo di formalizzazione istituzionale e le donne che intendono costituirla o parteciparvi non dovranno far altro che incontrarsi e cominciare questo tipo di percorso, anche con l’eventuale partecipazione delle operatrici, utilizzando come luogo fisico delle assemblee gli stessi locali dei presidi sanitari territoriali.

E’ un organo di proposta e controllo che non prevede una struttura gerarchica controllata da partiti, sindacati, associazioni e altre organizzazioni di carattere istituzionale, ma è composta sostanzialmente dalle donne del territorio e dalle lavoratrici del consultorio stesso.

Perchè l’assemblea delle donne dei consultori dopo tanti anni resta ancora un valido strumento? fuori_dai_consultori_Page_1

In regime di spending review sappiamo quanto i fondi stanziati per la sanità pubblica siano continuamente tagliati a favore della sanità privata, eppure i servizi erogati dai consultori, grazie anche al controllo diretto e alle iniziative delle donne e compagne che ne seguono da sempre le vicende, restano gratuiti per tutte, senza obbligo di identificazioni o esibizione di documenti, permesso di soggiorno ecc.

Questo passaggio è assolutamente fondamentale affinchè tutte le donne del territorio e le migranti in particolare possano accedere ai servizi sanitari senza impedimenti di alcun tipo, economico, di registrazione ecc.

I consultori sono luoghi di prevenzione, e sono anche luoghi dove le donne possono decidere autonomamente di ricorrere all’interruzione di gravidanza – l’IVG – prevista dalla legge 194/78.

Tale pratica è però ostacolata dall’obiezione di coscienza di una consistente fetta di personale medico e ospedaliero nelle strutture sanitarie pubbliche.

Secondo una media nazionale il 70% dei medici è obiettore e nel Lazio si stima che almeno il 93% dei medici non effettua interruzioni di gravidanza nelle strutture pubbliche rendendo l’accesso all’ IVG un vero e proprio percorso ad ostacoli.

Molte donne sono costrette a ricorrere al privato, cosa vietata dalla legge, e pagare cifre assurde per un intervento nello studio di un ginecologo; spesso questi medici sono obiettori nel pubblico, ma praticano “aborti clandestini” a pagamento nei propri studi privati. – l’Istituto superiore di sanità quantifica ancora in circa 15mila i casi di aborti clandestini al 2012 (contro i 100mila stimati al 1982), specie nell’ambito dello sfruttamento della prostituzione. Indicativo è l’epilogo di un percorso di lotta che ha portato nel 2008 a stanare dall’Assemblea delle donne dei consultori nella zona dei Castelli Romani un medico obiettore che faceva aborti a pagamento nel proprio studio privato.

Le “ragioni” dell’obiezione, quindi, non sono certo di “coscienza”: i medici diventano obiettori per interessi economici, politici, e di carriera.

Intramoenia, tagli e privatizzazioni sono i ricatti a cui siamo costrette ed è per questo che l’assemblea delle donne dei consultori insieme alle donne del territorio monitora la gestione dei servizi e la distribuzione delle risorse, perché ne venga garantita e mantenuta la gratuità, perché è importante che siano coperti i posti di chi va in pensione contrastando fortemente tagli di personale, estrema mobilità e precarizzazione delle lavoratrici e lavoratori. Non è ammissibile che seppur la legge preveda un consultorio ogni 20.000 abitanti, assistiamo invece ad accorpamenti che di fatto significano tagli, lasciando scoperte grosse aree di territorio.

Nel 2012 l’allora presidente della Provincia Nicola Zingaretti affermava la volontà politica di promuovere i consultori perché ne riconosceva il valore concreto che rappresentano in materia di prevenzione come anche l’importanza della gratuità vista l’attuale situazione economica, finanziando quindi con i soldi della Provincia di Roma e Regione Lazio la realizzazione di un nuovo consultorio nella zona dei castelli romani.

Si è presto rivelata chiara la vera natura opportunista e retorica dell’evento se consideriamo che il consultorio ha dovuto riconsegnare le chiavi dei locali al comune in quanto il servizio risultava inefficace perchè mai entrato a pieno regime e fatiscente nell’edificio; il tutto in piena logica aziendalista che vede nell’accorpamento l’unica modalità di razionalizzazione dei servizi.

L’ accorpamento che di fatto significa chiusura di consultori, diventa fisiologico quando la struttura è mancante del personale minimo che, proprio a causa dei turn-over, continua a lasciare ampiamente sotto organico molti dei consultori di Roma e provincia; è l’ ennesima riprova di un pubblico che precarizza e lascia nelle incertezze contrattuali e di impiego le operatrici e gli operatori.

Nella Asl RMH l’ assemblea delle donne dei consultori mantiene da diversi anni una continuità del proprio percorso di lotta, e continuerà a presidiare affinché sia garantita la gratuità delle IVG e della contraccezione nelle strutture pubbliche, affinché venga contrastata l’ obiezione di coscienza che di fatto impedisce l’applicazione della 194, e che non vi siano privatizzazioni e tagli di strutture e personale.

Va contrastata ogni forma di giudizio sulle nostre scelte e continueremo ad obiettare gli obiettori e tutte le associazioni che negli anni hanno tentato forme di controllo infiltrandosi nei luoghi dove le donne devono poter accedere alle interruzioni di gravidanza, contraccezione, e gestire in autonomia il proprio corpo, sessualità e maternità. Contro ogni tentativo di criminalizzare e manipolare le nostre scelte, l’assemblea delle donne dei consultori è uno strumento di lotta, autodeterminazione e di partecipazione, e per questo dovremmo diffondere la pratica in tutti i territori che agiamo.