Lavoratori della logistica, scenari dell’operaio globale nella lotta di classe.

Partiamo da alcuni dati sulla logistica, presi da studi di settori pubblicati in rete:

 In Italia il comparto è “esploso” con un po’ di ritardo, a fine anni Novanta. Ciononostante, secondo Confetra (la sigla di Confindustria che raccoglie le imprese del settore) oggi la logistica italiana vale 200 miliardi di euro, pari al 13% del Pil nazionale. Non solo: nel 2012 ha dato lavoro a 460mila addetti, per oltre 100mila imprese attive (al 50% ditte individuali di autotrasportatori, da cui il rapporto di 4 addetti per impresa). E la fase espansiva non si è esaurita, nonostante la crisi abbia fatto diminuire le merci in circolazione. “In Italia il fatturato delle imprese che offrono servizi logistici cresce più del Pil”, spiega Alessandro Perego, ordinario di Logistica presso il Politecnico di Milano. “Questo avviene per due ragioni: la prima è che una parte di questo fatturato è legato all’export, che tiene nonostante la crisi; la seconda è che continua ad aumentare la terziarizzazione della logistica, ovvero la quantità di aziende che danno in outsourcing a specialisti una parte se non l’intero processo logistico”.

Specialisti che in Italia vantano guadagni da capogiro: secondo la top ten delle imprese del settore stilata da Confetra, nel 2010 la sola Dhl  –  tedesca  –  ha fatturato un miliardo e 442 milioni di euro, seguita dall’italiana Bartolini (927 milioni), dall’olandese Tnt (890 milioni) e da un’altra italiana, la Savino del Bene (800 milioni). A breve distanza l’americana Ceva (790 milioni), la danese Saima Avandero (755), la tedesca Schenker (519), l’americana Ups (488), l’italiana Arcese (460) e la svizzera Kuehne + Nagel (454). Secondo il rapporto “Outsourcing della logistica: le potenzialità di crescita e innovazione” presentato nel novembre 2012 dall’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano, nel 2010 la sola logistica “conto terzi” (quella “pura”) ha fatturato 73,7 miliardi di euro, circa il 4,2% del Pil; un valore cresciuto del 3,5% rispetto al 2009. Evidentemente, se l’industria manifatturiera è in crisi  –  al punto da riportare la produzione ai livelli del 1990  –  la logistica continua a crescere. Tanto che le vecchie cinture industriali, inattive o preda di speculazione, sono state rimpiazzate da nuove periferie logistiche, concentrazioni di enormi capannoni in acciaio e cemento.

Nel 2012 il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Corrado Passera, indicava tra le priorità strategiche per l’Italia la riforma della Logistica. Secondo il ministro, le diseconomie prodotte da infrastrutture inadeguate e inefficienze organizzative provocherebbero al Paese danni per 50-60 miliardi di euro l’anno. In particolare, la direttiva di Passera denunciava le “minori possibilità lavorative” offerte dal sistema logistico italiano, che occupa “appena” 400mila persone “mentre un sistema competitivo potrebbe coinvolgere oltre 2 milioni di unità”.
Dal 2007, con cadenza biennale, la Banca Mondiale stila una classifica di 155 Paesi in base alle caratteristiche e all’efficienza dei loro sistemi logistici. La valutazione è effettuata attraverso l’Lpi (Logistic Performance Index), che assegna ad ogni Paese un risultato compreso tra 1 e 5 punti. Nel 2012, l’Italia, malgrado la crescita degli ultimi anni, si collocava solo al 24esimo posto, preceduta dalle maggiori economie del pianeta. Stima confermata da un altro indicatore, il DHL Global Connectedness Index (elaborato dall’economista Pankaj Ghemawat), che misura profondità e ampiezza dei traffici commerciali di ciascuno Stato. Ebbene, il nostro paese, nonostante un export del valore di 400 miliardi di euro (circa il 25% del Pil), risulta 28esima tra i 125 Paesi analizzati, e 15esima tra i membri dell’Unione Europea.

In Europa, la logistica pesa per il 10% sul Pil dell’Unione, e rappresenta “uno dei più dinamici e importanti settori dell’economia”, come sottolineato dallo stesso Siim Kallas, vice presidente della Commissione Europea e Commissario per i Trasporti. I Paesi nei quali la logistica può definirsi più sviluppata sono quelli dove i servizi di stoccaggio, trasporto e movimentazione delle merci vengono “terziarizzati”, ovvero affidati a specialisti del settore in grado di aggregare i volumi e di ottimizzare costi e tempi. “Da questo punto di vista, in Europa i Paesi più efficienti sono il Regno Unito e la Germania, dove si è realizzato un forte processo di concentrazione”, precisa il Professor Alessandro Perego, ordinario di Logistica presso il Politecnico di Milano. “L’Italia, invece, non è posizionata bene. Ha una forte carenza di infrastrutture logistiche, soprattutto nelle connessioni tra i diversi nodi esistenti”.

Questi sono solo “freddi” dati economici, per dare l’idea dell’importanza che ricopre questo settore economico, che però da soli non possono spiegare il crescente movimento di lotta messo in moto soprattutto dai lavoratori delle cooperative di facchinaggio, che lavorano in appalto per i grandi vettori della logistica.

L’uso delle cooperative è un fenomeno tipicamente italiano, che permette di incrementare al massimo i livelli di sfruttamento dei lavoratori, nella quasi totalità stranieri; ma su questo aspetto, cosi come delle evoluzioni delle varie vertenze, già ci sono in rete, nei principali siti antagonisti, tutta una serie di documenti ed analisi nella quasi totalità condivisibili, a partire da quelli pubblicati sul sito del S.I. Cobas, organizzazione sindacale di base, cui va riconosciuto il merito di avere coordinato e supportato le istanze di lotta che nascevano nei vari magazzini sparsi un po’ per tutta Italia.

Dunque, in questo articolo, si vuole cercare di andare oltre sottolineando un aspetto, forse un po’ sottovalutato, nelle varie analisi sopracitate, cioè il “nuovo” soggetto protagonista di questo ciclo di lotte.

La semplice constatazione che la rilevanza economica del settore della logistica e l’utilizzo in modo quasi esclusivo di operai stranieri, fa intravedere un potenziale ciclo di lotta a lungo termine, sia per gli interessi economici diretti ed indiretti, sia per una maggiore propensione dei lavoratori immigrati alla lotta, alla loro contrapposizione con i sindacati confederali visti per quello che sono cioè servi del padrone, alla loro non curanza della legalità della società civile che li costringe alla semi schiavitù, oltre al dato che le loro lotte sono immediatamente politiche dal momento che non è possibile scindere la vertenza sindacale e dunque il conflitto capitale – lavoro, con l’attacco dello Stato portato attraverso l’ordinamento giuridico borghese con il permesso di soggiorno usato come arma di ricatto dal padrone e alla pratica di riappropriazione sociale, giacché soprattutto nelle grandi metropoli i lavoratori stranieri spesso vivono in spazi pubblici e non, occupati spontaneamente o con i movimenti di lotta per la casa.

Ebbene ciò da solo non è esaustivo per spiegare la peculiarità e la portata di questo ciclo di lotte.

Quello che sta avvenendo è il frutto delle prime forme di agitazione di un nuovo soggetto sociale produttivo, cioè quello dell’operaio globale.

Per spiegare cosa si intende con questa categoria, bisogna partire dagli anni ’70, dove avviene un ulteriore avanzamento dell’organizzazione sociale del lavoro, data dallo sviluppo delle forze produttive e soprattutto dalle prime forme di dominio del processo produttivo capitalistico in tutto il globo, ma anche dalla resistenza dell’operaio-massa verso il controllo gerarchico nelle grandi fabbriche.

Risultato di questi fattori fu la scomposizione della produzione non più concentrata nelle grandi fabbriche, ma nell’intero corpo sociale utilizzando l’allargamento del processo produttivo transazionale e la capacità socialmente determinata di rendere altamente produttivi, porzioni relativamente basse della popolazione lavoratrice, attraverso il subordinamento totale di tutti i rapporti sociali al ciclo capitalista.

Per cui non più grandi concentrazioni di operaio-massa, ma lo sviluppo di una nuova classe operaia diffusa che entra ed esce dal ciclo propriamente produttivo, ma comunque è sempre funzionale alla valorizzazione del capitale, anche svolgendo lavori non direttamente impegnati nella trasformazione di materia prima in merce.

Arrivando fino allo stato presente dove stiamo vivendo un ulteriore passaggio del capitale, ovvero quella decantata globalizzazione che forse è più corretto chiamare, capitalismo mondiale integrato, ovvero la mondializzazione definitiva di tutti i processi produttivi, per cui dialetticamente si può parlare di un ulteriore sviluppo della classe lavoratrice da operaio diffuso a operaio globale.

Con classe operaia mondiale integrata, si vuole indicare non solo quella grande massa di umanità impegnata direttamente nella produzione, nelle varie condizioni spesso disumane di lavoro sparse per il pianeta, ma in buona parte si vuole intendere anche le sempre maggiori masse di popolazione che è costretta all’immigrazione riproducendo le condizioni di origine di sfruttamento anche nel paese in cui si stabiliscono o all’altissima e disumanizzante concentrazione nelle metropoli sparse indifferentemente tra il nord e sud del globo, ma anche l’allargamento ed ulteriore sviluppo della precedente forma di operaio diffuso nella sua capacità di entrare ed uscire dal ciclo produttivo e di essere comunque funzionale al suddetto ciclo anche nello svolgere mansioni non direttamente produttive, solo che questa caratteristica non riguarda più la sfera nazionale o continentale ma ha preso la forma definitivamente globale.

In sintesi, si può arrivare alla conclusione che in questo ciclo di lotte c’è l’emergere di questo nuovo soggetto, che vede nei lavoratori immigrati a basso salario, la punta di un più vasto scontro tra gli interessi tra le classi, con l’uso borghese della classe operaia immigrata, come anticipazione dei futuri rapporti salariati basati su precarietà, flessibilità e basso salario, a cui sottomettere l’intero corpo della classe lavoratrice; certo una lavoratrice o un lavoratore immigrato non è di per se l’incarnazione della classe operaia globale, ma nelle fasce a basso reddito, il solo fatto di essere stato immesso nel mercato del lavoro occidentale deriva dal fatto che la sua funzione, nell’ottica capitalista, è quello di essere il gradino più basso della piramide della ridistribuzione del salario socialmente ripartito, sia per i margini di sfruttamento diretto, sia per abbassare la capacità rivendicativa dell’intera classe lavoratrice che a sua volta, per essere competitiva nel mercato del lavoro, si deve “globalizzare”.

Ricapitolando, per meglio sintetizzare la categoria della classe operaia globale ed interpretare le nascenti rivendicazioni e codificare le peculiari forme di lotta nei territori, si possono individuare tre elementi cardine:

La rete delle città globali ( argomento su cui si tornerà con un apposito articolo);

I cicli di lavoro che sono parte di una filiera transazionale;

La fascia di reddito a basso salario ed alta precarietà, che come già scritto vede nei settori proletari immigrati la punta di una composizione organica di classe che si allarga sempre più anche ai lavoratori autoctoni, anche se ad oggi manca una coscienza di classe in se e per se, determinata dalla sovrastruttura ideologica della borghesia per tenere questa soggettività divisa.

Proprio partendo da quest’ultima constatazione, nello specifico dell’hinterland romano, le prime forme di resistenza e autorganizzazione di questo soggetto, che non vuole più sottostare al ricatto padronale, necessitano per essere incisive, di una più ampia ricomposizione tra settori proletari, partendo da un raccordo di istanze di lotta che ricoprono l’intero processo di produzione e circolazione transazionale delle merci, dove tutti i rapporti di lavoro sono da tempo globalizzati, per cui:

Produzione, dove ancora esistono realtà manifatturiere e l’industria agro alimentare;

Distribuzione, inteso come il ciclo di trasporto, stoccaggio e logistica;

Consumo, cioè la Grande Distribuzione Organizzata sia all’ingrosso che al dettaglio e per quanto riguarda la specificità dell’hinterland romano, l’industria dell’intrattenimento legata all’offerta culturale ed il settore alberghiero – ristorazione per via dell’ampio uso di masse lavoratrici a basso salario.