Organizzazione, autorganizzazione e spontaneismo: 4 chiacchiere su di noi

La crisi attuale del Capitalismo non è facile da leggere e misurare. Le conseguenze in termini di benessere e qualità della vita di donne e uomini è certamente drammatica, non tanto per un rallentamento del sistema produttivo e distributivo, quanto, piuttosto, a fronte della difficoltà di estrazione di plusvalore e di accumulazione del capitale, dalla sua diffusione internazionale e dall’intensificazione dell’oppressione, particolarmente contro i soggetti meno protetti del proletariato maschile e contro l’intero universo femminile. Di certo, siamo di fronte a una crisi economica che non va di pari passo con una crisi del dominio politico del capitalismo, che si estende e mostra ogni giorno che passa il suo volto criminale e assassino. Nel campo del dominio politico, piuttosto, assistiamo a una fase di riadeguamento delle strutture politiche e sociali di dimensioni eccezionali rispetto al passato. Uno degli elementi più qualificanti dell’attuale crisi, individuata nel corso della scorsa assemblea e oramai riconosciuta da una pletora di analisti e osservatori, è la totale erosione, ai limiti della scarnificazione, della funzione della mediazione politico-istituzionale di tipo democratico.

Una scarnificazione solo mascherata dalle operazioni di marketing democratico, con la retorica della partecipazione, del pinkwashing, del greenwashing, della società civile o del terzo settore. Vuoi per il costo impraticabile di mantenere il baraccone istituzionale, vuoi per la possibilità, a fronte della passività del proletariato, di saltare a piè pari la mediazione e macellare direttamente la classe lavoratrice, oggi va svanendo anche nei cuori più ottimisti, filantropici o semplicemente paraculi l’utopia (la vera, unica utopia) di poter controllare, mitigare, moralizzare, contenere la dinamica dello sfruttamento capitalistico. Rimangono solo alcune derive associazionistiche “dal basso”, opportunisticamente convinte e convinti di poter fungere da gruppi di pressione per ottenere briciole di decoro o benessere. Allo stesso tempo, è sempre più evidente la debolezza e l’ininfluenza che i conflitti spettacolarizzati o le sortite informali hanno mostrato non solo limitandosi a essere, quando in buona fede, testimonianze simboliche di resistenza o attacchi disperati ed estemporanei contro lo Stato e il Capitale, ma anche fallendo nel ricostruire tra la massa degli sfruttati e delle sfruttate una parvenza di immaginario rivoluzionario. Inoltre, l’arroganza di taluni professionisti del conflitto e il loro funambolico ricorso ad acrobazie linguistiche (meticciato, moltitudine, attraversamento, cognitariato, ecc.) hanno generato ulteriore confusione, quando non hanno accreditato gli stessi riadeguamenti delle strutture istituzionali del capitalismo. A scanso di equivoci, anche le strutture “tradizionali” del movimento operaio, ovvero il Partito e il Sindacato, sono usciti ineluttabilmente distrutti dall’impossibilità di porre dentro la configurazione politica del capitalismo novecentesco (la democrazia rappresentativa) le condizioni per l’emancipazione della classe lavoratrice e per la presa del potere. La situazione sembra quindi favorevole per quelle opzioni pratiche e teoriche che si sono da sempre articolate attorno al rifiuto della logica compromissoria, rivendicando l’autonomia degli interessi della classe lavoratrice e l’esigenza di contrapporre al dominio del capitale un diffuso contropotere finalizzato alla distruzione del dominio del Capitale.

Queste istanze, presenti a vari livelli in tutte le compagne e tutti i compagni che hanno comunque vissuto le fallimentari esperienze sopra citate, sono rimaste nel tempo compresse dentro una logica di antagonismo immanente, che non teneva conto della dinamica del capitalismo e della velocità di cambiamento delle fasi del suo sviluppo. La lunga serie di lotte spontanee nei posti di lavoro e nei territori, hanno dimostrato efficacia e capacità di sviluppare conflitto in modalità più o meno intense, più o meno lunghe, più o meno “collegate”. Nelle lotte attuali l’azione sindacale (non il Sindacato) e l’azione politica (non il Partito) sono state il necessario sostegno alla rabbia sociale della classe, ma si sono, spesso, esaurite nella risoluzione economica in sé, tramite vertenza o tramite sentenza, senza incidere nel processo organico di autonomia e contropotere.
Le lavoratrici e i lavoratori che hanno vissuto da protagonisti\e tali lotte solo in pochi e sparuti casi sono riusciti a ampliare l’orizzonte delle lotte e comprendere e far comprendere i nessi che collegano le varie configurazioni del capitalismo internazionale. Essi si sono perlopiù ritirati nel privato, dannatamente ancora separato dal politico, una volta estintasi la ragione singola della lotta. Essi si sono di fatto allontanati da qualunque ipotesi di processo organizzativo, non esclusivamente per scarsa volontà, ma per l’assenza o per la scarsa credibilità di tali ipotesi. Insomma, la stessa autorganizzazione sociale, anche quando, come nel caso delle occupazioni abitative, ha esteso i tempi di relazione fra settori di proletariato, non è sembrata efficace. In primo luogo perché considerato solo un mezzo, efficace solo per la temporanea risoluzione del bisogno o nel far ascendere la stella (cadente) di alcuni dirigenti antagonisti. Poi, soprattutto, perché praticata in assenza di un processo organizzativo che ponesse sul terreno il nodo della trasformazione dei percorsi di lotta in modelli di democrazia diretta, autonomia e contropotere e, successivamente, in ipotesi di rivoluzione.

Oggi anche l’antagonismo è vecchio, perché vecchia e sconfitta è l’autorefenzialità di un Movimento teso a sbandierare e glorificare le proprie effimere vittorie o le proprie onorevoli sconfitte, incapace di interagire in termini continuativi e incisivi con coloro che vengono materialmente investiti dalla furia del capitalismo. Discutere oggi di organizzazione non significa volere fondare un nuovo gruppetto o una piccola setta; nemmeno ritenere sufficiente fondere a colpi di documenti programmatici i residui di questo o quel partitino, di questo o quel sindacatino. Non è questione di sigle o bandiere, che rappresentano solo le dita anchilosate di chi le snocciolano o le sventolano. Nella fase precedente del dominio capitalista le organizzazioni storiche del movimento operaio, partito e sindacato, nelle loro diverse declinazioni, riformista rivoluzionario o altro, hanno fallito non solo per vizio burocratico, deriva leaderistica, logica egemonica o altro, ma perchè costitutivamente esterne ai settori sociali che pretendevano di rappresentare e questa esternità ha presentato il conto a volte a esperienze gloriose, Russia, Cina, a volte miserabili , le cosiddette vie nazionali.
Oggi nella nuova fase che ci impegnamo a conoscere meglio, è obbligatorio riconsiderare il nostro agire politico adeguando gli strumenti alle finalità di fondo. In questo senso consideriamo l’organizzazione come un processo che si costruisce nel rapporto dialettico con le lotte e con i soggetti che le compongono.
Un processo che – nel superamento della dicotomia fra privato e politico – definisca i passaggi e le istituzioni di contropotere che l’autorganizzazione si dà nel radicamento sui territori e nei soggetti autonomi che le costituiscono e nel contempo sviluppi l’opera di valorizzazione delle lotte e diffusione del lavoro di massa come elementi strategici del proprio agire. In sintesi ,alcuni punti vorremo già proporli – Esigenza di qualificare in termini strategici ogni singola iniziativa di lotta o ogni esperienza di autogestione – Potenziare tramite la diffusione, la collaborazione, il sostegno e la propaganda, ogni iniziativa di lotta, cercando renderla organica a una visione generale di cambiamento dello stato di cose presenti. – Proporre e sostenere incessantemente momenti di incontro e confronto, cittadini e nazionali, che approfondiscano e allarghino la pratica assembleare, il modello dell’autorganizzazione e definiscano e aggiornino nelle lotte e nel processo organizzativo mezzi e fini rivoluzionari.

Nell’affrontare questo confronto ci poniamo su un terreno non solo di proposta e analisi ma anche di ascolto e verifica, con le strutture e i/le singol@ interessat@, perché riteniamo necessario trovare insieme i percorsi per il superamento dei limiti e delle debolezze che l’esperienza concreta degli ultimi 50 anni di movimenti autorganizzati hanno manifestato. Per la critica della mediazione politica, per l’autocritica dei meccanismi autoreferenziali, per il rilancio di un processo organizzativo. Roma ottobre-novembre 2015