Riflessioni sulla giornata del 28 Febbraio

Il 28 Febbraio Matteo Salvini è arrivato a Roma per sancire il nuovo corso politico della Lega Nord.
Lo spazio lasciato a destra dal disfacimento di Forza Italia e in generale dell’impianto politico che ha retto 20 anni, (e il parallelo disamoramento nei confronti della ditta Casleggio – Grillo da parte degli italiani ) è un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire.
Ecco qui dunque un partito a vocazione nazionale, non più regionale, che fa perno proprio su un ritrovato nazionalismo per accreditarsi come referente contro le politiche dell’ UE (da Roma ladrona a Bruxelles incapace) e ovviamente rinfocolare il razzismo interno nei confronti degli immigrati (cosa che nella Lega non è mai mancata).
Archiviato un ventennio di insulti a 2/3 dell’Italia, Salvini ha iniziato il suo tour per racimolare voti in giro per il paese, ricevendo spesso l’accoglienza che merita.
L’operazione di Salvini necessita infatti di alleati, in quei territori dove finora non si era mai proposta politicamente.
In questa situazione, il vario fascistume più o meno istituzionalizzato, in primis casapound, orfano di zio Silvio,trova più che una semplice sponda con cui allearsi. Le manovre per un partito alla Le Pen non dispiace a molti fascisti nostrani, i quali infatti fanno sapere di appoggiare l’operazione Del resto, già alle ultime elezioni europee Casapound aveva sostenuto direttamente la Lega Nord, facendo eleggere Mario Borghezio. Il favore è stato ricambiato con l’assunzione come portaborse di Mauro Antonini e Davide di Stefano, due “dirigenti” di Casapound.
Il 28 febbraio, la calata di Salvini,ha fatto dimenticare ai molti l’assassinio del compagno Roberto Scialabba, ucciso nel 1978 dai NAR nel quartiere popolare di Cinecittà. Solo qualche fiore è stato portato, molti di più sono stati i fascisti a ricordare Mantakas lo stesso giorno. Ma tutti erano al corteo contro salvini e le divisioni in seno al movimento non piacciono altrimenti si passa per disfattisti.DisobbLega
La manifestazione pro Salvini ha portato un mix insopportabile di leghisti e fascisti, che ha provato a rilanciarsi ma a parte qualche croce celtica, tricolori e pettorine di casapund il numero è stato quello che si pensava un 10.000 nulla di più nulla di cui preoccuparsi troppo in termini politici.
Il variegato ed eterogeneo movimento antagonista romano nella sua complessità si è mostrato nel corteo per quello che è: incapace di prospettare mobilitazioni che non siano capaci di essere all’altezza di slogan impegnativi come i “no pasaran” e i “roma non ti vuole” che sono girati in rete da molto tempo.
Un corteo estremamente partecipato probabilmente più del doppio di quello di piazza del popolo ma diretto, fatto dirigere da ceto politico completamente spaventato dalla sua stessa composizione e partecipazione. Tanto che invece di scegliere strade alternative ad una piazza finale impossibilitata a tenere il numero di partecipanti ha deciso di prendere i partecipanti per stanchezza facendo dietrofront e girando a vuoto per una città deserta perdendo di numero e incisività.
Ma forse nessuna paura improvvisa quanto il freddo e cinico calcolo di rilanciarsi anche loro nella creazione di un movimento alla greca e alla spagnola dove ovviamente non c’è spazio per il conflitto reale e nemmeno mediatico che sia. Subito infatti sono arrivate le parole di Landini che rilancia la posta per un corteo non si sa bene per cosa a Roma. Eppure il giorno precedente una parte di questa città aveva provato a dire la propria in altro modo cercando di entrare in piazza del popolo. Purtroppo 4 compagni sono ancora in carcere per questo e speriamo che escano il prima possibile.
E allora non si capisce quale sia il riflesso condizionato che porta tanti compagni/e a costruire un (fragile) fronte ogni qual volta si tratti di antifascismo. O meglio, non si capiscono gli entusiasmi nell’unirsi contro il fascismo, piuttosto che su (ben) altre questioni.
Siamo retorici, pensiamo che il fascismo si combatta e sconfigga nei territori dove si dispiega l’azione e il lavoro di massa di compagni e compagne. Perché dove siamo noi, non ci sono loro (o hanno vita difficile) e viceversa.
Avessimo un movimento, non tanto omogeneo, ma quantomeno radicato nei quartieri, nei posti di lavoro e nelle scuole, probabilmente sarebbe stato più semplice organizzare un comitato di benvenuto per lor signori.
Ma torniamo alla retorica … i proseliti di fascisti e leghisti possono trovare terreno fertile in momenti di crisi come questa. Allora forse il problema è la nostra capacità di aggregazione.
Ci si pone spesso come entomologi allo studio di strani insetti, quando si vuole capire una volta il M5S, un’altra i forconi piuttosto che le partite iva, o appunto il nuovo razzismo e la xenofobia che sembrano strisciare anche tra gli strati popolari.
Forse basterebbe togliersi un attimo gli occhiali e vedere chiaramente che l’unico modo per contrastare l’ondata reazionaria che potrebbe investire il paese è ricostruire un opposizione sociale che affronti le contraddizioni che si abbattono su ogni territorio, un lavoro di massa che tolga terreno alle vulgate razziste di guerre fra poveri e che identifichi chiaramente i nemici dei settori popolari sfruttati e che non partecipano alla corsa al profitto, allo sfruttamento e alla devastazione dei territori.
Per far questo bisogna prima di tutto usare linguaggi comprensibili ed evitare di essere autoreferenziali, individuando terreni su cui costruire radicamento e radicalità.
Ipotizzare che un fronte così come si è presentato all’ assemblea della Sapienza il 5 febbraio, possa portare ad una nuova stagione di rilancio generale delle lotte ci sembra velleitario. Unirsi sul tema della resistenza al nuovo para-fascismo strisciante è un percorso fallimentare in partenza.
Eppure come proviamo a raccontare in questo giornale più cose si muovono sul terreno del lavoro di massa e basterebbe capire che si può incominciare a fare in proprio lasciando ad altri il supino compito social democratico di riportare i conflitti all’interno delle urne o delle stanze dei bottoni di circoscrizioni, municipi, ministeri e senati accademici delle università.
Non basta un tweet per sciogliere differenze di prospettive e analisi e ritrovare una unità e lucidità che negli ultimi (soliti) 20 anni non si sono per lo più avute.