Settembre, andiamo è tempo di lottare.

Nell’articolo di apertura dello scorso numero del giornale mettevamo in evidenza come sempre più le contraddizioni del capitale producessero guerre guerreggiate in tante parti del globo, in particolare a ridosso dell’europa (o dentro la stessa come in Ucraina) fino all’asia centrale. D’altre parte negli ultimi mesi si sono accentuati i fronteggiamenti armati nel pacifico, dove il Giappone (incitato dagli USA) cancella la Costituzione “pacifista” che gli era stata imposta al termine della seconda guerra mondiale e riprende ad armarsi in funzione espansionistica e anticinese, gli Stati Uniti aumentano numero e dimensioni delle basi militari nel pacifico mostrando aggressività verso Russia e Cina, la quale proprio pochi giorni fa, a 70 anni dalla vittoria sul Giappone nella seconda guerra mondiale, dà mostra di tutta la sua potenza militare con una gigantesca parata.

Insomma – fra guerre guerreggiate, scontri economici (dal petrolio contro lo shale gas, alla nuova banca di investimenti targata Brics), guerre delle valute, furto delle risorse e desertificazioni di intere aree del globo, crisi climatica e ambientale, collasso di interi territori (Libia, Siria, Iraq, Yemen) che si aggiungono alle già collassate Somalia ed Afghanistan o allo storico crimine contro il popolo Palestinese – per i catastrofisti vi sono tutte le premesse per pronosticare il rapido avvicinamento della fine dell’umanità; noi siamo più modesti e ci limitiamo a sottolineare come il sistema capitalistico mostri di essere arrivato alla fine, già da tempo, della sua parabola espansiva e necessiti di estrarre in modo sempre più brutale e feroce il plusvalore dal proletariato internazionale per cercare disperatamente di garantirsi profitti ed accumulazione.

Ma anche se siamo distratti e non ci accorgiamo di tutto ciò, sono le immagini di milioni di proletari in fuga dalle aree devastate e affamate dal capitale occidentale a renderci impossibile chiudere gli occhi. Milioni di immigrati ed immigrate approdano nei paesi periferici dell’europa con l’obiettivo di giungere nel cuore della potenza imperialista ed esigere la propria parte di risorse per sopravvivere che gli vengono così violentemente negate a casa loro. L’approdo è poi spesso costretto dentro gli apparati di contenimento (CIE, CARA, centri d’accoglienza ed espulsioni feroci) o nella marginalità delle metropoli o nell’ipersfruttamento lavorativo in campagna come in fabbrica, nei magazzini della logistica, della grande distribuzione e dei mercati generali o nei servizi (badanti, colf, pulizie), dove sono le donne a subire le peggiori conseguenze di questa condizione.
Dopo secoli di colonialismo, stanchi delle promesse della democrazia occidentale, gli immigrati stanno mettendo in pratica l’unica cosa che gli restava da fare: andare alle origini del male.

Come ci conferma “mafia capitale” c’è chi si arricchisce nel sistema dell’accoglienza agli immigrati e gli stessi movimenti in nome della solidarietà sono rimasti intrappolati nell’associazionismo e nel sistema delle cooperative confondendo autoreddito e governo della spesa pubblica con impegno sociale e militanza politica. Così mentre sostenibilità, diritti, cooperazione, e tutto ciò che era compreso nell’immaginario del movimento no global si è dissolto senza lasciare traccia rivelandoci che l’altro mondo possibile è in realtà un immenso cumulo di macerie, i suoi ceti politici rincorrono nuove strade per accedere ancora a qualche scranno istituzionale che sia una Coalizione o un Podemos, una Costituente o una Syriza, Ma proprio la farsesca parabola di quest’ultima organizzazione ci insegna che se la socialdemocrazia è sempre pronta a votare i “crediti di guerra” del suo padrone “Monsieur Le Capitale”, oggi è quest’ultimo che non ne ha bisogno sia perchè non si vedono all’orizzonte masse organizzate di proletari comunisti nè novelli Lenin o Che Guevara sia perchè non ha margini di profitto da poter redistribuire (detto fra noi ha necessità di ridurre gli scranni istituzionali da dover foraggiare, veri costi improduttivi del capitale).
E sono proprio gli immigrati nella lotta per la casa e nei magazzini a esprimere istintivamente la propria composizione anticapitalista e di classe, mentre la conflittualità emerge spontaneamente nei territori.

Ecco: i movimenti dovrebbero smettere di raccontarsi cazzate per piegare la realtà alle proprie opportunistiche visioni del mondo e cominciare a dare stabilità e continuità organizzativa a queste conflittualità emergenti. Vogliamo provare a cominciare a dircelo e praticarlo valorizzando il lavoro di massa e interrogandoci anche sulle istituzioni dell’autorganizzazione che è necessario realizzare per rafforzare, sostenere ed estendere le lotte?