Sogno o son desto?

Se i sogni son desideri, vivere un incubo è semplicemente la realtà.

Partiamo da una premessa doverosa, l’Armata dei sonnambuli è un bel libro, decisamente pop, il che non lo sminuisce, anzi ne amplifica una caratteristica fondamentale: quella di inseguire la Storia degli eventi invece di farsene carico. La maschera di Scaramouche ne è un esempio, maschere che si mescolano da molti anni con i moti riottosi e di protesta. Una su tutte il faccione di Guy Fawkes (V per vendetta) che ormai è più un vessillo che un saggio espediente per coprirsi il volto. In questo i Wu Ming arrivano tardi, ma non c’è nulla di limitante nell’elogiare qualcosa di quotidiano e popolare invece che indicarne di nuovi. Anzi è sicuramente un gesto di profonda umiltà da parte di chi risiede nell’Olimpo degli intellettuali consumati.

Altrettanto pop è la scelta dell’ambientazione, la rivoluzione francese o comunque una sua parte, considerata la madre delle rivoluzioni (sicuramente di quelle borghesi): del resto siamo oggi in un epoca di sommosse e drastici cambiamenti e la scelta è azzeccata. I personaggi sono sviscerati minuziosamente, sappiamo tutto del prima, del durante e del dopo (non proprio in questo ordine per fortuna); ognuno rappresenta uno stereotipo delle nostre fobie, dei nostri sbagli, delle nostre psicosi e questo sicuramente rassicura il lettore. Niente di meglio del pop, in questi tempi grigi, per sentirsi rassicurati, non diversi ma unici, e allo stesso tempo compresi nei propri dilemmi esistenziali, senza ricorrere ai “pipponi riflessivi” della letteratura russa.
Niente sfumature: così noi leggiamo per sentirci uguali ai personaggi e per far rendere i personaggi simili alla nostra cerchia. Il tutto accompagnato da un’atmosfera di tristezza, ma di questi tempi la tristezza è pop e anche il pessimismo; pessimismo che trapela in ogni angolo della Parigi descritta; nessuno sogna ma tutti si muovono per odio o rassegnazione e soprattutto tutti non fanno altro che aspettare un Messia mascherato, magari controverso come il Cavaliere Oscuro (il Batman più recente) o come un integerrimo ispettore alla Gordon.Slide1
Eppure nello scenario pop del libro il messaggio c’è: il problema non è tanto fare una rivoluzione ma reggere l’urto della sua controrivoluzione. Concetto fondante al momento di questo tempo storico (il nostro) fatto di ribellioni che però portano alla luce il peggio della specie umana con le controrivoluzioni che innescano. L’assioma è chiaro: ad ogni rivoluzione ne corrisponde una uguale e contraria, se sia più o meno forte questo non lo spiega la dinamica ma i rapporti di forza fra i personaggi messi in scena.
Siamo quasi arrivati al dunque ovvero i singoli attori e il pessimismo.

Per capire dobbiamo tornare a “Q”, libro che è sicuramente la loro opera migliore. I protagonisti non determinano il flusso della Storia ma ne sono solo degli interpreti , le loro scelte condizionano le loro vite ma non il proseguo degli eventi storici ed è questo che ci fa divorare il libro, non certo la speranza di vedere qualche anabattista vincitore. Insomma l’adagio è rispettato: i singoli non fanno la Storia ma è essa che determina le loro scelte all’interno di una compagine di massa. Gli eserciti del Papa e dei Riformatori difendono lo stesso sistema, a farne le spese sono coloro che cercano un cambiamento sociale all’interno di questa faida. I due protagonisti sono strumenti dello schieramento che scelgono. Le loro scelte non cambiano il corso degli eventi, qualcun altro in modo diverso avrebbe fatto lo stesso, anzi loro esistono perché si sta vivendo quel preciso momento.
E infatti i nomi sono del tutto irrilevanti: uno è di fatto senza nome l’altro è solo una lettera.
Detto questo è ovvio e dannatamente palese come nell’Armata dei sonnambuli questo normale modo di leggere la Storia, di spiegarla, di romanzarla e perfino di studiarla, venga completamente modificato, anzi capovolto. Tanto che il libro si legge più per vedere se la Storia verrà cambiata oppure se rimarrà quella di sempre. I personaggi, uomini e donne che siano, determinano il corso degli eventi e che poi tutto finisca come la Storia ufficiale ci racconta, sembra essere una casualità più che l’andamento di rapporti di forza fra le parti sociali o se vogliamo tra le classi.
L’eroe mascherato (che ,guarda caso, si chiama Leonida), il fedele servitore della legge del terrore, la ribelle priva di ideologia, tutti si uniscono per un intento comune, ma al fine di soddisfare i propri desideri. Gli stessi antagonisti sembrano essere mossi da rivalsa personale più che dai cospicui finanziamenti che provenivano da oltre confine. Per non parlare dei personaggi secondari descritti come nei film polizieschi tralasciando di gran lunga il contesto dove vivono a favore delle loro usanze. Le conclusioni sono quelle dello storico che scrive la Storia seguendo le carte processuali e anche questo ormai è diventato pop derubricando il materialismo storico e la scuola de Les Annales. Sarebbe come raccontare Genova 2001 solo con le sentenze..che sbadati! In realtà già accade…

Difficile credere che i presupposti di questo risultato letterario siano da attribuire ad una visione così interna al dibattito storiografico -che poi è anche politico- e che non si tratti piuttosto di una continuità di pensiero di un collettivo di scrittori (indubbiamente bravi) che però è anche un collettivo politico.
Se infatti “Q” nasce in un momento storico in cui un’idea che andava per la maggiore era quella della dissoluzioni delle classi che avrebbero lasciato spazio alle moltitudini capaci di sognare mondi diversi nello stesso pianeta,

con avanguardie mascherate da imbianchini o da candi
dati senza nome e dove i singoli contavano poco (e anzi erano fedeli servitori e

rappresentanti degli eventi) ora, o meglio da qualche anno, gli stessi artefici di questa bislacca quanto opportunistica visione del mondo sono costretti a rimediare al mancato avvento delle moltitudini (e alla non estinzione delle classi) riempiendo i vuoti di quel ragionamento esaltando il ruolo dei singoli.
Ecco quindi che il singolo deve farsi valere come può e con ogni mezzo (non a caso oggi si alimenta l’idea che la rete sia veicolo di rivolte) e deve emergere fino al punto di soddisfare i propri bisogni perché le scelte di uno influiscono sul corso degli eventi.
E’ il trionfo del concetto dell’uomo che si fa da sé, applicabile non più solo agli imprenditori, ma a tutti secondo la più consueta narrazione yankee. “Se vuoi puoi farcela”, con la riserva che poi, in un secondo momento, la massa informe dei singoli mossi da motivi diversi ma intenti comuni potrà –forse- riformare (in tutti i sensi) le moltitudini.

E pensare che mai come in questi anni lo scontro fra classi nel mondo è stato così acceso: ma le classi non “tirano” perché non sono pop. “L’armata dei sonnambuli” è tutto questo: è il trionfo dei singoli che determinano la Storia, è il trionfo dei singoli che sono eroi che combattono per il popolo stupido che da solo non ce la può fare contro armate di mostri lobotomizzati da inarrivabili artefici. Eppure, ora come ora, nessun eroe mascherato ci salverà se non saremo in grado di trovare le giuste forme organizzative e non ci sveglieremo dal sonno che ci siamo imposti per trasformare la realtà in sogno e gli incubi in ricordi, perché in fondo i veri sonnambuli non sono i controrivoluzionari, siamo noi.