Statuto dei lavoratori: un pò di storia

Lo Statuto dei lavoratori fu redatto e approvato nel 1970 sotto il nome di legge 300. La legge 300 non è caduta dal cielo ma fu un tentativo dello Stato di mediare e arginare la forte spinta delle lotte operaie.  Semplificando:  la storia parla quasi sempre del lungo autunno dal 1968 al 1969 come quell’autunno caldo che portò il legislatore a compiere la stesura dello statuto dei lavoratori.
E’, oltre che una brutale semplificazione, anche una grossolana ricostruzione materiale della storia. Il contenuto della legge 300 è qualcosa nel bene e nel male che emerge molto prima. Con almeno una sufficiente dose di onestà bisogna attribuire al 1962 a Torino, alla rivolta operaia di Piazza Statuto, il momento in cui, probabilmente, le forze dirigenti (partiti, sindacati e industriali) hanno incominciato a ragionare sulla stesura di una legge del genere. Infatti: in questo quadro lo statuto dei lavoratori rappresenta la risultante di otto anni di lotte operaie per la conquista di diritti e democrazia nei posti di lavoro: otto anni in cui le organizzazioni sindacali raggiungono una dimensione di massa, non priva di contrasti interni fra le stesse organizzazioni ma anche tra sindacati e lavoratori e tra sindacati e istituzioni; otto anni che cambiano fortemente il peso della Confindustria nel panorama politico-istituzionale e all’interno dello stesso comparto industriale.
In questi otto anni le rivendicazioni operaie si qualificheranno sempre più sul terreno dell’emancipazione sociale: se nel ’62 la rivolta fu scatenata da un accordo bidone alla Fiat (forse il primo), successivamente sarà l’insieme delle condizioni di lavoro ad essere messe in discussione per cui oltre che per i miglioramenti salariali, gli operai lotteranno contro la nocività, per la riduzione dei ritmi di lavoro e per il diritto allo studio (legge sulle 150 ore) fino a sfociare in rivendicazioni politiche e sociali che postulano il superamento della divisione sociale del lavoro e della sua cristallizzazione nella sfera
economica-rivendicativa, distinta e separata da quella politica.
La Confindustria cambierà completamente: da istituzione chiusa e mal considerata dagli stessi industriali italiani diventerà luogo promotore di riforme e programmi politici (il rapporto Pirelli segna un passaggio fondamentale così come la spinta dei giovani industriali nella metà degli anni sessanta) aperta sempre più al confronto con i sindacati e con lo Stato (basti pensare che anche Confindustria nel 1970 si dota di un suo statuto, sempre dimenticato e certo non è una coincidenza che avvenga lo stesso anno della legge 300).
Le organizzazioni sindacali da rappresentanza minoritaria degli interessi prettamente operai, diventeranno maggioranza in tutte le categorie del lavoro dipendente trasformandosi in interlocutori privilegiati (e anomali) sia della politica degli industriali (investimenti, ristrutturazioni etc) che di quella governativa relativa alla spesa pubblica, in ciò accentuando la vocazione al compromesso più che al conflitto, vocazione peraltro influenzata dai
caratteri originari del sindacalismo italiano del dopoguerra molto legato ai “partiti di riferimento” (cattolici e comunisti).