Lo Statuto dei lavoratori:esempio di democrazia, concertazione suprema o sconfitta? Una rilettura.

Chi è entrato nel mondo del lavoro negli ultimi 15 anni è ha già visto queste scenette fra i politici delle larghe intese sull’art. 18, ovvero sulla disciplina della tutela reale – reintegra sul posto di lavoro dei lavoratori contro i licenziamenti illegittimi- che si applica alle aziende private con oltre i 15 dipendenti. Per lo Statuto dei lavoratori la storia è ancora più lunga.

Nel 2000 si tentò realmente per la prima volta l’abolizione. Ci andarono molto vicino, ma la CGIL di Cofferati portò un milione di persone al Circo Massimo. Il sindacato annunciò la vittoria della guerra ma un anno dopo di fatto l’articolo 18 fu totalmente raggirato dalla miriade di contratti a tempo della legge 30.
Contemporaneamente i sindacati di base tentarono una mossa indubbiamente giusta ma priva di una forte strategia di lotta (problema che da sempre li affligge) in cui cercarono attraverso un referendum di estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori. Il referendum non raggiunse il quorum per una serie di motivi: i sindacati confederali o si schierarono contro (CISL e UIL) o diedero un sostegno puramente di facciata negli ultimi giorni (CGIL); il silenzio dei mass media fu assordante e quando si espressero lo fecero solamente per attaccare le ragioni dei promotori; i partiti si schierarono contro il referendum salvo alcune forze della sinistra cosiddetta radicale; l’apologia del piccolo è bello imperversava all’interno della società e insieme alla crescente precarizzazione del mercato del lavoro costituiva un elemento fondamentale di divisione fra le lavoratrici ed i lavoratori.
confronto

Ma soprattutto la capacità di mobilitazione del sindacalismo di base nei luoghi era e resta assolutamente inadeguato ai compiti assunti.
La legge 300/’70, tenuto conto degli equilibri politici dell’epoca, rappresentava un “successo di diplomazia istituzionale” in cui lo Stato cercò di mettere ordine nel caos legislativo del mondo del lavoro e nello stesso tempo di depotenziare il conflitto tra capitale e lavoro. Ma come tutte le mediazioni mette in conto che i contendenti non siano pienamente soddisfatti. Sicuramente non lo fu la Confindustria per la quale lo Statuto dei lavoratori rappresentò la massima concessione alle aspirazioni dei lavoratori; altrettanto, ma per motivi opposti, si può dire degli operai che nei successivi dieci anni e fino alla fatidica marcia dei colletti bianchi Fiat del 1980, hanno visto depauperarsi il credito che avevano, almeno sotto il profilo dei principi contenuti nella legge 300, nei confronti del padronato.
Lo Statuto dei lavoratori fu il modo attraverso il quale lo Stato forniva ai sindacati lo strumento per affermarsi come soggetto. Gli stessi sindacati hanno visto crescere costantemente, da quel momento, il loro ruolo di concertazione con il padronato e lo Stato, avendo a disposizione ora tutti gli strumenti anche legali per  Appagati da tale risultato hanno condannato la legge 300/70 a diventare un vuoto simulacro di relazioni democratiche nei luoghi di lavoro, oggi del tutto assenti, e probabilmente questa è una delle ragioni che ha reso possibile il dibattito oggi in atto per la trasformazione dello Statuto dei lavoratori in Statuto del lavoro.
Vorremmo sottolineare il tema della democrazia come espressione diretta e tangibile di movimenti sociali che coinvolgono la maggioranza di una popolazione a partire dai bisogni di un singolo soggetto, in questo caso la classe operaia.
Ogni forma in cui il movimento operaio si è espresso ha indicato la via, il metodo, per tradurre in pratica ciò che appariva come un principio astratto: dal modo di discutere e votare (assemblee) al modo di comunicare (cortei e scioperi) che sono diventati patrimonio collettivo e prassi consolidata nell’esercizio dei propri diritti per la stragrande maggioranza degli individui, anche se appartenenti a ceti sociali diversi o addirittura antagonisti come è accaduto per gli stessi industriali.
Del resto con il mutare dei rapporti di forza si sono costantemente reinterpretate le norme che lo compongono al fine di ridurne il campo d’applicazione. Valga a puro titolo d’esempio: il diritto allo studio dove una serie di limitazioni che ne negano di fatto la fruizione; oppure il diritto alle assemblee sindacali, il cui potere di indizione è stato relegato alle sole OO. SS. Istituzionali. Così in gran parte dei posti di lavoro non si consumano tutte le ore a disposizione per fare le assemblee sindacali..

Da ultimo il jobs act ha proprio la funzione di stravolgere l’intero sistema giuridico dei rapporti di lavoro: oltre che rivedendo l’art.18, eliminando l’art.7 dello Statuto dei lavoratori per permettere il demansionamento e quindi la riduzione dello stipendio di lavoratrici e lavoratori (oggi vietato), riformulando l’art. 4 in modo di permettere alle aziende di avvalersi dei moderni strumenti di controllo a distanza sui lavoratori e le lavoratrici e per questa via costruire dossier per ricattare e/o licenziare a loro completo arbitrio; la formazione; il sistema degli ammortizzatori sociali e la disciplina dei servizi ispettivi (già fortemente depotenziati da precedenti interventi legislativi) per rendere completamente inefficace la repressione dei comportamenti illegittimi e illegali delle imprese.

Stiamo assistendo al tentativo di distruzione dello Statuto dei lavoratori non alla “semplice” abolizione dell’art 18. Si cerca di registrare compiutamente i mutati rapporti fra Stato, Confindustria, sindacati e lavoratori. Quindi che si monti una diatriba retorica con tanto di accuse di far cadere il governo sull’abolizione, la riforma o qualsiasi altra cosa dell’art 18 non vi sembra roba stantia, vecchia e fuori contesto?
Capiamoci, non è che sarebbe uguale se non ci fosse l’art 18; ma quanto accade quotidianamente nel mondo del lavoro (dalla logistica alla Fiat, dalle PMI alla GDO) non vi sembra che dimostri che l’art 18 è di fatto inesistente se non vi sono i rapporti di forza a sostenerlo? Insomma se mai si dovesse riprendere una lotta contro la modifica di questo aspetto della legge 300 sarebbe il caso di non ripetere quanto accaduto nei primi anni 2000 che mentre si difendeva l’art.18 di fatto lo si lasciava smantellare con la legge 30/2003.

Così oggi, al tempo del Jobs Act, diciamolo con chiarezza che una grande battaglia ideologica sull’art 18 cadrebbe a cecio sia per il governo, che deve nascondere la recessione, sia per i movimenti incapaci di tradurre al momento le piccole medie vertenze ambientali e lavorative in azione politica.
Certo possiamo continuare a farci buttare fumo negli occhi e ad inseguire odiosi monocolore e monocolosi roditori.  E’ sempre un problema di scelta.