Strike Hashtag

Niente cancelletti sul capitalismo morente, ma vertenze reali

strike-hashtagSettembre annuncia l’inizio del “nuovo” anno politico, anche se in realtà nulla si è mai fermato: valgano fra tutte le giornate del 26 luglio e del 14 e 23 agosto a sostegno dei facchini licenziati da IKEA o le numerose iniziative dal discamping ai presidi alla regione Lazio sul terreno delle lotte ambientali e contro la cementificazione.

In estate, nuovamente, hastag e topic hanno già riempito l’autunno di scadenze, il più delle volte partorite esclusivamente dalla mente del ceto politico di movimento senza alcuna relazione con il reale. Tra controsemestri europei e scioperi metropolitani, continuiamo ad “attraversare” la scena sociale, politica e sindacale con ben poca incisività sulle contraddizioni capitalistiche.
E dire che la nostra controparte non sta per nulla bene: il ciclo di accumulazione del capitale è in crisi almeno dalla metà degli anni settanta del novecento e la crisi finanziaria (crisi però di accumulazione) del 2007 ha portato in regressione larga parte del mondo occidentale.
L’accelerazione della crisi dal 2007, la decisione di trasformarla da crisi delle banche private a crisi del debito ha segnato l’inizio della fine del modello sociale europeo, già scosso dalle politiche neoliberiste avviate negli anni ‘80 con Thatcher e Reagan, che rende obsoleta qualsiasi proposta di politica socialdemocratica.

Ma il modello europeo entra in crisi nel momento stesso in cui la sua borghesia (anche in risposta alla crisi stessa) accelera i processi per la costruzione di un compiuto imperialismo europeo. Oggi, da un lato assistiamo al declino dell’imperialismo USA (anche se non sempre così evidente) ma dall’altro l’imperialismo europeo continua ad essere inconsistente. Quasi che la UE continui ad essere prevalentemente un condominio coatto di interessi divergenti che sul piano economico è amministrato dalla Germania e su quello politico-strategico dalla NATO.
In tutti gli scenari di crisi mediterranei/mediorientali l’Europa in quanto tale è come se non esistesse: la Germania si è astenuta dall’intervenire, diversamente da Francia, Inghilterra, Italia (Iraq, Libia, Mali-Nigeria, Siria e prima ancora nei Balcani).

Certo con questo non vogliamo sottovalutare il peso dell’ Istituzione europea per il rafforzamento dei processi di sfruttamento del capitale sulle lavoratrici ed i lavoratori della U. E. stessa e non vogliamo neppure dimenticare che la stessa troika di cui individuiamo il ruolo di governo sovranazionale delle politiche economiche europee è costituita da Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale (egemonizzato dal capitale statunitense). Infatti ad un imperialismo UE a guida tedesca si oppongono ancora forti resistenze francesi e i “boicottaggi” anglo/atlantici, intanto intorno e alla periferia dell’Europa il mondo esplode…
Infatti se guardiamo la carta geografia ci accorgiamo che quasi tutti i confini dell’Unione Europea sono in guerra (l’Ucraina a NE e poi gran parte delle aree a ridosso del Mediterraneo, Libia, Palestina, Yemen, Siria, Iraq, Somalia) o attraversano forti tensioni che potrebbero in qualsiasi momento deflagrare (Egitto, Tunisia, Algeria, Libano…). Tutto ciò mentre conflitti a bassa intensità o vere e proprie guerre interessano l’Asia centrale e gran parte dell’Africa e la NATO sta definendo le modalità attraverso cui attrezzarsi ad un attacco armato alla Russia, dopo averla al contempo assediata sul piano economico e geopolitico.

Ci vengono qui in mente alcuni spunti di un opuscolo di analisi della guerra alla Jugoslavia prodotto nel ’99 dalle lavoratrici e dai lavoratori di ACI Informatica che così recitava: “… Ma l’obiettivo della NATO…. È quello di suddividere i Balcani in tanti piccoli stati etnici fonti alla lunga di instabilità e guerre ma nel breve deboli strumenti nelle mani degli imperialismi, che intendono da lì partire per installarsi militarmente e controllare le fonti energetiche del Caucaso e, con l’estensione della NATO ad est (vedi Polonia, Ungheria, Rep. Ceca) giungere ad assediare e distruggere anche militarmente la Russia, passando magari prima per ll’Iran e bramando la Cina.”
L’accelerazione sul piano militare è un prodotto diretto della crisi economica, dopo il crollo del socialismo reale il capitale multinazionale occidentale, a guida USA, ha prima disfatto l’assetto politico-economico dell’Est Europa (oggi ci sono 30 stati laddove prima dell’89 ve ne erano solo 8) poi ne ha occupato i mercati e costituito la catena di valorizzazione del capitale: ma oggi tutto ciò è insufficiente ai processi di valorizzazione e così la politica di destabilizzazione e guerra investe territori sempre più vasti e strategici rendendo lo scontro diretto fra imperialisti sempre più realistico.
Del resto le crisi capitalistiche di accumulazione originano dalla sovrapproduzione di merci e capitali e la guerra è quanto di più semplice per distruggere grandi quantità di merci e capitali, compresi gli esseri umani, considerati nel sistema capitalistico solo come capitale variabile.
Sarà così anche questa volta? Questa crisi non ha caratteristiche soltanto economiche ma anche ambientali e di consumo delle risorse naturali che sono fra le ragioni che la rendono diversa da quelle che la hanno preceduta e più evidentemente sistemica e dunque forse neppure la guerra è una “risposta sufficiente”.
Assistiamo ad una costante regressione della forma di organizzazione sociale centrata sullo stato-nazione, ad uno scompaginamento degli assetti territoriali scaturiti dalle 2 guerre mondiali e dai processi di decolonizzazione, ad una riduzione dei settori di intervento dell’economia pubblica ed ad una contemporanea crescita dei processi di autoritarismo.

Scalfari in un recente editoriale su Repubblica ha dato voce ai nuovi concetti di “democrazia” teorizzati dalle elite al potere, ma finora solo nei convegni per addetti, dichiarandosi a favore di un sistema oligarchico nel quale a noi “popolo-bue” spetta solo di scegliere l’oligarca da votare.

A fronte di tutto ciò le nostre soggettività appaiono assolutamente inadeguate.
Ma è proprio dal “sud del mondo” che invece arrivano processi interessanti di ripresa dell’iniziativa proletaria: le esperienze di lotta e organizzazione che da oltre un decennio conducono i popoli dell’America Latina, gli scioperi e le manifestazioni che sempre più caratterizzano la vita operaia in Cina, le esperienze dei naxaliti e non solo che crescono nel continente indiano e potremmo continuare, perfino nei territori devastati del Medio Oriente, addirittura in Siria ed Iraq ci sono tentativi di sottrarsi alla mattanza sperimentando nuovi processi di autogoverno dei territori contro le forze jihadiste tanto quanto contro i regimi autoritari al servizio dell’imperialismo..

Tutto ciò ci interroga sui compiti che dovremmo assumerci per contribuire ad una nuova stagione di iniziativa internazionalista del proletariato.
Certo non è con gli hastag che troveremo la strada per questa  necessaria   ripresa ed al contempo siamo altrettanto convinti di non possedere la SOLUZIONE ma l’esperienza di oltre cinquant’anni di movimento antagonista in Italia ci fornisce alcuni strumenti ed indicazioni per sviluppare la nostra azione e le necessarie sperimentazioni: il lavoro di massa, l’inchiesta come strumento di organizzazione, il superamento della separazione fra lotta economica e politica e il costante aggiornamento degli strumenti teorici e di analisi in relazione alla prassi.
Crediamo infatti che alcuni dei principali problemi che assillano i movimenti siano proprio l’assenza di determinazione e continuità nel lavoro di massa e la contemporanea ricerca di scorciatoie che producano movimenti a partire dall’indicazione delle parole d’ordine più “fiche” e fantasiose (costruendo analisi che piegano la realtà alle proprie fantasie).
Una coazione a ripetersi nelle modalità di costruzione del conflitto che non si sofferma mai ad analizzare gli esiti di tale modo di agire ma ricerca solo nuove tematiche di “bandiera” senza incidere minimamente nei rapporti di forza fra le classi (anzi fino a qualche anno fa persino fra compagne e compagni erano invisi linguaggi classisti).

Noi siamo convinti che sia il tempo di uscire da queste modalità e darci l’obiettivo di essere maggioranza fra il proletariato recuperando processi di ricomposizione che si danno solo sul terreno concreto dell’azione e della mobilitazione di massa, nessuna scorciatoia soggettivista può sublimare l’assenza di attivazione delle masse proletarie.
Però i compiti che la fase ci impone rendono necessario superare i settarismi e la logica gruppettara e degli intergruppi per gettarci nella mischia della lotta quotidiana (ormai per ampi settori di proletariato diventata lotta per la sopravvivenza) in mezzo alle lavoratrici ed i lavoratori (quale che sia la loro forma contrattuale compreso quella del disoccupato) per costruire dal vivo dell’azione e nella relazione che si produce i processi di organizzazione autonoma delle lotte.
ANDIAMO A INCOMINCIARE … UN’ALTRA VOLTA!