Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…il call center atesia fra pacchetti treu, finaziarie ad hoc e cause infinite

C’era una volta Atesia, il più grande call center d’Italia, la più grande concentrazione di precari d’Italia. Un mostro di contratti di collaborazione che comprendeva all’incirca 5000 unità, all’epoca i giornali la descrivevano come “la fabbrica di precarietà”.
Ora Atesia non esiste più ma ha ancora molto da raccontare. Un breve, per quanto possibile, riepilogo; nel 2004 circa, un gruppo di lavoratori e lavoratrici, sostenuti dall’ACCCP, formavano un collettivo autorganizzato (PrecariAtesia) con lo scopo di dimostrare che i contratti di collaborazione, a scadenza di volta in volta mensile, trimestrale o semestrale, con i quali erano stati assunti erano fittizi, cioè non esisteva una collaborazione ma erano legati all’azienda da un rapporto di subordinazione. Naturalmente la durata limitata nel tempo di questi contratti faceva si che la pressione ricattatoria dell’azienda fosse fortissima.
Riuscendo a dimostrare questa subordinazione tutti i contratti sarebbero stati trasformati a tempo indeterminato con effetto retroattivo, con il conseguente risarcimento di tutte le ferie non godute, i permessi, versamenti ecc. ecc. Questo capitale di lotta contro la precarietà si è sviluppato attraverso innumerevoli iniziative (12 scioperi, cortei, innumerevoli assemblee, presidi, occupazioni di sedi istituzionali e sindacali ecc.) In tutto ciò il collettivo PrecariAtesia ha anche depositato un esposto all’ispettorato del lavoro in cui si denunciavano le irregolarità contrattuali. Dopo una lungo e faticoso lavoro, l’ispettorato del lavoro, ha depositato l’esito dell’ispezione, che indicava l’assunzione di tutti i lavoratori e lavoratrici a tempo interminato, tutti i benefici sopra detti e in più una multa di 300.000.000 di euro per la società Atesia.
Raccontata così sembra una bella favola a lieto fine, ma purtroppo la realtà è sempre più complessa di quello che vorremmo. Qui una piccola puntualizzazione; la vertenza ha individuato nella rivendicazione del contratto a tempo indeterminato per tutte e tutti l’elemento materiale concreto per attaccare lo sfruttamento dei lavoratori e lavoratrici e soprattutto per costruire un movimento reale contro la precarietà con un primo obiettivo della cancellazione della legge 30. Per questo il collettivo nel corso del tempo ha dovuto lottare non solo contro Atesia, ma contro tutti i sindacati a qualsiasi livello, contro (chiamiamola così!) la pigrizia dell’ispettorato del lavoro, contro molti partiti e molte istituzioni, che proponendosi come mediatori cercavano di appropriarsi della vertenza per poi impoverirla di contenuti.
Tutto ciò senza che il movimento comprendesse l’enormità e le potenzialità della lotta che è costata ai padroni per arginarla oltre 20.000 assunzioni a tempo indeterminato in tutti i call center d’Italia malgrado gli interventi a supporto di governo e sindacati pensiamo a cosa sarebbe potuto accadere se la si fosse generalizzata anziché inseguire le ritualità delle mayday. I risultati della vertenza sono difficili da riassumere, perché nel corso del tempo dopo il verbale dell’ispettorato, che sembrava aver messo la parola fine alla storia, sono intervenuti sindacati e politica per mitigarne gli effetti.
Oltre alle notevoli capacità istrioniche-trasformistiche di Atesia degna del miglior “Fregoli” (nome scelto non a caso), sono state fatte un paio di leggi specifiche per il caso Atesia, prima nella finanziaria subito successiva al verbale in cui fondamentalmente si condonava la multa e dava ad Atesia la possibilità di assumere a tempo indeterminato i suoi collaboratori e collaboratrici in cambio di una liberatoria che obbligava chi la firmava a rinunciare a tutto il pregresso a cui aveva diritto.
L’altro intervento da parte della nostra valente consorteria politica è stato il più recente “collegato lavoro” che è intervenuto ancora una volta in favore di Atesia a scapito di tutti quelli che non avendo firmato la liberatoria e quindi avendo rinunciato ad essere assunti, rifiutandosi di cedere ad un ricatto, hanno fatto causa ad Atesia.
Questo ha generato centinaia di cause di lavoro che stanno intasando da anni il nostro “prestigioso” tribunale del lavoro, che attento e solerte alle necessità di chi vuole far valere i propri diritti, fa si che una causa di lavoro si prolunghi allegramente per un decina di anni. E proprio qui interviene in favore di Atesia il collegato lavoro e la conseguenza è che anche quando la causa viene vinta dal lavoratore o dalla lavoratrice, ottiene si, la riassunzione a tempo indeterminato, ma ha diritto solo al risarcimento da 2 a 5 mensilità invece di tutto il pregresso come disponeva la legge precedentemente.
Ma arriviamo all’attualità, nel corso della vertenza oltre al non rinnovo di centinaia di membri e simpatizzanti del collettivo PrecariAtesia ci siano stati anche alcuni licenziamenti politici, in particolare mi riferisco all’episodio del 22 luglio del 2005, in cui a seguito di una riuscitissima assemblea autoconvocata dai lavoratori e lavoratrici all’interno di Atesia, sono stati licenziati quattro componenti del collettivo.
La conseguenza di questi licenziamenti è stata l’ulteriore inasprimento delle lotte, in quella occasione si è arrivati ad un passo dall’occupazione dell’azienda e naturalmente l’avvio della causa di lavoro, con risultati alterni in base al grado di giudizio, che è durata otto anni, e che si è conclusa, almeno per ora, questa estate in appello, con la riassunzione di tutti e quattro, naturalmente con contratto a tempo indeterminato. In tutto questo il collettivo incassa una vittoria politica che definirei in differita, in differita dalla vita che in otto anni ha portato i licenziati a rimboccarsi le maniche e trovare, come è facile immaginare, un lavoro per il loro sostegno personale.
Quindi la riassunzione rimarrà probabilmente simbolica almeno per alcuni, anche perché nel frattempo Atesia non esiste più, dalle sue ceneri nasce ALMAVIVA, altro mostro di sfruttamento della forza lavoro e spreco di denaro pubblico, che continua ad usufruire di dubbie cassa integrazioni, contratti di solidarietà e appalti pubblici, costringendo tutti i suoi dipendenti ad una costante incertezza lavorativa. Insomma un bel carrozzone mangiasoldi!
Per questo la vertenza dura da qualche anno, e se è facile indicarne l’inizio, si fa fatica ad individuarne la fine, proprio per le innumerevoli cause di lavoro che ne sono generate e sono tutt’ora in corso. L’obiettivo ora è scardinare la logica del collegato lavoro, ci proveranno sicuramente i nostri quattro ex licenziati, ricorrendo in cassazione con l’aspettativa di veder una volta per tutte riconosciuti tutti i loro diritti, e creare un precedente che possa influenzare positivamente il resto delle cause.
Insomma, “C’era una volta” ma “C’è ancora”, e ancora c’è molto da fare perché a distanza di anni le cose magari hanno preso un altro nome ma i problemi della classe lavoratrice sembrano drammaticamente sempre gli stessi.