Una piccola esperienza sulle forme di autorganizzazione nel posto di lavoro; intervista ad un lavoratore di Lazio Service

       I: Come e perche è nata l’esigenza di formare un collettivo autorganizzato?

L: Era l’estate 2012, quando l’allora Governo Monti comincia a redigere il disegno di legge n. 95, meglio conosciuto come Spending Review, che tra le varie nefandezze prevedeva anche nell’articolo 4, la messa in liquidazione o in alternativa l’alienazione delle società partecipate, come la Lazio Service, società partecipata dalla Regione Lazio; dunque il concreto pericolo di perdere il posto di lavoro o venire privatizzati, cioè mettere i servizi da noi svolti a bando ogni cinque anni, il che significa perdere gradualmente i livelli salariali e soprattutto occupazionali.

       I:  La mobilitazione sotto il parlamento, indetta dalle colleghe e dai colleghi di Aci Informatica,

L: Oltre al merito di avere in parte modificato il testo di legge, ha avuto quello di costituire la base per la futura assemblea cittadina delle società in house, partecipata da tutte quelle soggettività che hanno raccolto l’invito a sostenere il presidio permanente a Piazza delle Cinque Lune. Questo è, brevemente, il contesto in cui prende forma la decisione di qualche lavoratore e lavoratrice di Lazio Service, di costituire il collettivo denominato “Autorganizzati.Lazioservice”.

I: come mai la scelta di chiamarvi autorganizzati lazioservice?

 L: La scelta del nome non è casuale, anzi nasce da precise esperienze di alcuni tra i fondatori del collettivo, ma in modo più significativo dalla volontà di tutti i partecipanti di muoversi in modo autonomo fuori da logiche di rappresentanza sindacale o politica. Chiaramente muoversi in modo autorganizzato in posto di lavoro, significa entrare nel pieno campo della sperimentazione, non perché si ha la presunzione di essere la prima esperienza in assoluto, ma perché ci si deve confrontare con una realtà, ad essere benevoli gommosa, come quella del pubblico impiego, e soprattutto con la mentalità oramai sottomessa della classe lavoratrice italiana, anche di fronte ad attacchi diretti al proprio salario diretto.

       I: In quanti siete in azienda ed in quanti si sono mobilitati?

L: In tutto a mobilitarci siamo stati in poche decine su 1.370 unità in totale.

I: Come vi siete mossi, quali iniziative avete sperimentato?

 L: Intanto ponendoci il problema di fare conoscere il collettivo stesso e l’attività della assemblea cittadina di cui, siamo stati sin da subito parte integrante; come già detto l’ambiente in una P.A. è sicuramente diverso da quello di un lavoro privato, spazi e tempi per fare due chiacchiere tra colleghi in relativa tranquillità non mancano e ne abbiamo approfittato per cominciare a svolgere le nostre prime riunioni. Ma non tutti si lavora nella stessa sede, per cui abbiamo creato da prima una casella di posta elettronica, in seguito una mail list ed infine un blog, che attraverso alcune mail finite chissà come nella mail list aziendale, ci hanno fatto conoscere quasi subito a tutte le nostre colleghe e ai nostri colleghi. Un’altra idea, è stata quella di fare una petizione on line, arrivata a 212 firme, per chiedere tra l’altro l’internalizzazione ed una assemblea sul futuro di Lazio Service, chiaramente consapevoli che questo tipo di iniziativa non ha nessun peso nei rapporti con l’azienda, ma è stato tutto sommato un modo per fare girare la nostra posizione e con molta sorpresa di chi scrive, per coinvolgere più di un collega che andava letteralmente stanza per stanza a fare firmare la petizione.Anche il blog ha avuto un certo successo arrivando ad un numero di 300 contatti giornalieri, trecento e più tra colleghe e colleghi che vedevano in noi uno squarcio nel silenzio assoluto, vista la nostra opera di pubblicazione e commento di vario materiale come delibere, leggi regionali, accordi sindacali e nostre proposte come il dossier sull’internalizzazione.  Tutto ciò, è bene precisarlo, era un affiancare l’attività dell’assemblea cittadina delle società in house, che ci impegnava con forme classiche, o per meglio dire più reali di agitazione e propaganda, per cui volantinaggi davanti ai cancelli di entrata, volantini lasciati in giro nei luoghi di passaggio, attacchinaggi mirati, assemblee cittadine all’università, fino al presidio sotto il MEF, che ha rappresentato il momento di maggiore mobilitazione dell’assemblea cittadina e anche del collettivo autorganizzati lazioservice, riuscendo a portare in piazza anche colleghi e colleghe “simpatizzanti”, oltre ad andare alle poche assemblee sindacali fatte in azienda per promuovere le suddette iniziative, e per mettere all’angolo delle loro contraddizioni i sindacalisti di turno. Da qui in poi, l’aria cambia; un po’ per il progressivo smantellamento dell’articolo 4, un po’ per la presentazione dei vari Enti Locali di piani di salvataggio delle proprie società partecipate, tutti da verificare; in sintesi l’assemblea cittadina viene progressivamente a svuotarsi. L’avere, di fatto, lasciato l’attività pratica alle sole proposte che venivano dal cittadino, ha trasformato con il tempo l’esperienza di autorganizzati lazioservice, in una sorta di blog senza volto; alcune nostre iniziative, come ad esempio un’assemblea sulle in house e in particolare sulla Lazio Service, promossa non da noi ma da alcuni consiglieri regionali cui noi abbiamo aderito per aprire un contradditorio, doveva essere a nostro avviso un momento per misurare il grado di consenso e mobilitazione dei colleghi e colleghe “simpatizzanti” avvertiti tramite blog e mail list, non né venuto nessuno e quando abbiamo chiesto spiegazioni a chi incontravamo nei corridoi la risposta è sempre stata: tanto ci andate voi e poi scrivete sul blog.

      I: Si è creato un meccanismo di delega proprio di chi voleva combatterla?

 L: La mia opinione è quella che oltre alle ragioni sopracitate, non siamo riusciti mai ad essere interlocutore diretto nei confronti dell’azienda o vista la peculiarità della nostra società nei confronti della politica, non per nostra scelta, ma per la scarsa propensione dei nostri colleghi a mobilitarsi e mettersi in gioco, il rifiuto totale dei politici sia di destra che di sinistra di riconoscere forme di mobilitazione autonoma dei lavoratori, l’ostracismo dei sindacati, ed infine, una pigrizia che ha preso anche noi del collettivo, per cui era più facile e comodo scrivere sul blog, che dare volantini e/o lasciarli in giro. Un esempio: abbiamo creato uno sportello di autotutela on line, proprio per entrare a piedi uniti sulle molte criticità presenti nella nostra azienda, come il demansionamento, mobilità solo con raccomandazione, lettere di richiamo, oltre a comunicare informazioni di base su diritti e doveri del lavoratore; proprio per legittimarci come interlocutori partendo dal consenso della maggiore parte dei nostri colleghi e colleghe, purtroppo dopo alcuni primi risultati questa pur interessante iniziativa si è fermata, in parte per il futuro incerto che ancora incombe sull’azienda, ma almeno per la mia opinione, perché se n’è data pubblicità solo sul blog, dunque generando un corto circuito tutto virtuale.

       I: Quali conclusioni si possono trarre da questo percorso, cosa è riproducibile in altre situazioni di lotta in un posto di lavoro e quali, invece, i limiti da superare?

L: Se da una parte l’uso della tecnologia informatica può aiutare lo sviluppo di forme di mobilitazione autonoma nel posto di lavoro, “scavalcando” le gabbie imposte delle rappresentanze padronali sindacali, per cui spazi di informazione non controllati e organizzare luoghi per assemblee che si possono fare se necessario fuori orario e dal luogo di lavoro; dall’altra non bisogna mai tralasciare lo scopo “reale” di ogni lotta, cioè il confronto diretto con il padrone di turno, attraverso l’imposizione di rapporti di forza che solo la mobilitazione collettiva può dare.

 

Spero che su questo terreno, come autorganizzati lazioservice, proveremo a muoverci nei prossimi mesi.

To be continued………..

La presente intervista non rappresenta le posizioni del collettivo autorganizzati lazioservice, ma è di un solo elemento del s.d. collettivo e descrive solo il suo pensiero.