Il nostro internazionalismo al fianco del compagno palestinese, ex-detenuto politico, Omar Nayef Zayed

Seppur assenti tra i firmatari di petizioni, tra i promotori di convegni nazionali, tra i candidati nelle liste di partito o tra i sedicenti rappresentanti della società civile, abbiamo cercato di non mancare l’appuntamento del presidio contro l’estradizione di Omar Nayef Zayed, davanti l’Ambasciata di Bulgaria, giovedì 21 gennaio.

A dispetto di una fase attuale che nel delirio mediatico tende a confondere aggressori e aggrediti e a far dimenticare i drammi decennali subiti da intere popolazioni, rimettere al centro la “questione internazionale” significa innanzitutto ribadire un punto fermo.

Le responsabilità delle distruzioni operate in vaste aree del mondo è dell’imperialismo che sotto diverse casacche e divise, estende il dominio del capitale e, nel foraggiare violenze settarie, nazionali e religiose, aggredisce e tenta di soggiogare direttamente le masse proletarie dei paesi colpiti. Le masse arabe e, nello specifico, il popolo palestinese soffrono non da oggi la cappa di oppressione, segregazione, sfruttamento e pratica omicida da parte dei cosiddetti paesi civili e democratici, compreso il nostro, tanto quanto le lotte per l’egemonia da parte delle potenze d’area.

L’infausta entità sionista, subdolamente scomparsa dalla scena del conflitto e dall’agenda politica anche di parte del presunto “movimento contro la guerra” (troppo spesso arruolato nel campo del sensazionalismo antiterrorista), continua indisturbata la sua opera di annientamento di ogni forma di resistenza armata e civile alla sua cinica e spietata brutalità quotidiana.

Tale violenza ha certamente un obiettivo di massa, ma colpisce anche singole personalità che per vicinanza politica ed esempio individuale riteniamo dover sostenere con particolare e sentita solidarietà.

Ma chi è Omar Nayef Zayed? Omar è innanzitutto un compagno, un combattente per la libertà che in prima persona ha portato avanti una lotta durissima contro il regime sionista nella sua Palestina Occupata: diversi arresti fin da giovanissimo, uno sciopero della fame durato 40 giorni, l’esperienza dell’isolamento. Omar, ex-detenuto politico palestinese, riesce nel ’94 a fuggire in Bulgaria dove si costruisce una nuova vita. Dopo oltre 20 anni, viene però raggiunto (lo scorso dicembre 2015) dalla vigliacca vendetta dell’ambasciata israeliana a Sofia, la quale inizia a fare pressione sul governo bulgaro affinché ne conceda l’estradizione. Un’estradizione, ci teniamo a ribadirlo, criminale, abusiva e contraria ad ogni convenzione internazionale in quanto esercitata su di una detenzione vecchia di 25 anni (precedente tra l’altro all’amnistia generale prevista dai ridicoli Accordi di Olso), irregolare, decisa da un tribunale militare su un campionario di prove indimostrabili (provenienti dall’intelligence) e confessioni estorte con la tortura. Omar si trova da circa un mese all’interno degli uffici dell’Ambasciata palestinese nella capitale bulgara, da dove resiste all’estenuante stillicidio di ultimatum e promesse disattese, sia da parte del Paese ospitante, sia da parte dei rappresentanti dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Ad Omar non è stato riconosciuto il diritto di parlare con gli avvocati della rete Samidoun né di incontrare alcuni esponenti di organizzazioni politiche solidali; proprio per questo, in tutto il mondo (Bruxelles, New York, Gaza, Ramallah, Berlino; Londra…) si sono moltiplicate le mobilitazioni a suo favore.

Oggi, come ieri, al fianco di chi affronta in prima persona imperialismo e sionismo, questa è la nostra ricetta: un internazionalismo che rifiuta di obbedire alla propaganda borghese che sempre tenta di innescare/soffocare a comando l’eterno sentimento di solidarietà tra i proletari di ogni Paese.

22/01/2016

Assemblea per l’Autorganizzazione