Democrazia e autoritarismo. Guerra e Pace. Terrorismo e Sicurezza.

Contributo al dibattito sul rapporto tra autorganizzazione e internazionalismo

Democrazia e autoritarismo. Guerra e Pace. Terrorismo e Sicurezza. Armi chimiche e convenzionali.

Dal letame capitalista nascono diamanti, sporchi di sangue e miseria.

Le convulsioni del capitalismo hanno posto al centro della fase storica attuale uno scenario imperialistico del tutto particolare. Senza addentrarci in faticose e avventate analisi dei cicli di economici, è evidente che la diffusione del capitalismo a livello planetario oltre a sconvolgere gli assetti statuali classici ha modificato la concezione stessa del fatto militare.

Pagine e pagine di riflessioni di compagne e compagni hanno fotografato una realtà più o meno correttamente (basti pensare alla leggenda della rapporto tecnico “Land Operation”, prodotto Nato per il 2020, una sorta di fantascientifica predeterminazione  di metropoli ipertrofiche e ultrarepressive capace di sedurre generazioni cresciute tra fumetti cyberpunk, romanzi di Asimov e film di Ridley Scott): la frontiera tradizionale tra guerra e pace che il diritto borghese ha cercato per un secolo di  codificare è stata semplicemente demolita dall’accelerazione della diffusione del capitalismo.

Il fatto bellico è divenuto parte integrante del “normale” ciclo di riproduzione del capitale, portando con sé la mercificazione e la privatizzazione di “beni” considerati  dallo Stato novecentesco esclusivo appannaggio dell’amministrazione militare e di polizia: la sicurezza, il controllo delle frontiere, l’intervento bellico. Gli stessi eserciti nazionali sono costretti a modificare le proprie funzioni professionali, riducendosi a sbirri di strada (Operazione Strade Sicure) o a vigilantes incaricati di proteggere la circolazione delle merci private ad alta velocità (TAV, TAP, ecc.) o a lunga distanza (Marò e affini).

Dietro la retorica del terrorismo, si va dispiegando il più grande, integrato, “intelligente” sistema di controllo individuale e di massa, capace di alternare misure preventive e repressive, di potenziare a dismisura il mercato di armi, attraverso sistemi di puntamento, sorveglianza elettronica e strumenti a pilotaggio remoto.

Con il paradosso che tale processo di privatizzazione, affinamento e potenziamento della forza militare non va di pari passo con la risoluzione dei problemi che si propone di risolvere in termini di sicurezza e di libertà. Semplicemente perché tale processo non intende risolvere nulla, ma riprodurre e  nutrirsi dell’assenza di sicurezza e di libertà, trovando nell’instabilità connaturata alla diffusione interplanetaria del capitalismo il suo brodo di coltura e il suo saggio di profitto. La diffusione mondiale del capitalismo e l’organizzazione militare che ne consegue costituiscono dunque il limaccioso terreno su cui germogliano, favoriti da sfruttamento ambientale e umano sempre più feroce e sfacciato, le merci chimiche e convenzionali che compongono gli attuali panieri della guerra.

A fronte della demolizione del confine tra guerra e pace, le sfide in termini di lotta internazionalista e pacifista contro l’imperialismo e i suoi prodotti sanguinari si potrebbero dunque moltiplicare, esaltando le qualità e  le esperienze dei rivoluzionari di diverse scuole. Eppure, mai come in questi anni, il movimento, finanche nella sua accezione più ampia e disorganica, ha mostrato debolezza e incapacità di intervenire contro la guerra imperialista, sia con moltitudinarie manifestazioni, sia con quelle scoppiettanti azioni dirette, che, pur incapaci di arrestare l’imperialismo, hanno comunque reso più faticoso il trapasso dalla Guerra Fredda all’attuale Pace Calda.

Dei pacifisti ci interessa poco, disarmati e impotenti di fronte al ciclo attuale del capitalismo proprio perché concepiscono in termini esclusivamente morali e\o religiosi l’opposizione alla guerra. Fatta salva la complessiva debolezza delle soggettività, non si può però tacere di alcuni macroscopiche lacune dell’analisi che permeano i suddetti “rivoluzionari”, riconducibili a due visioni principali.

La prima fatica ad allontanarsi da uno schema figlio della guerra fredda e individua ancora nella responsabilità pressoché esclusiva dell’imperialismo yankee lo stato di destabilizzazione internazionale, con un pregiudizio politico che porta compagni e compagne a sostenere gli Stati apparentemente più deboli, assegnando loro sempre il rango di vittima e offrendo sostegno, spesso solo a parole, a un indifferenziato proletariato del Terzomondo e ai regimi autoritari che spesso ne sono a capo.

La seconda invece proietta la sua concezione in un distopico futuro (che chiama però presente, purché non sia passato) composto da masse altrettanto indistinte, portate quasi di inerzia a ribellarsi e a generare conflitti sparsi in diverse parti del globo, unite dall’odio contro un potere tecnocratico, militare e burocratico.

Se la prima concezione si commenta da sola, essendo obsoleta probabilmente già prima della nascita di chi la sostiene, la seconda merita una riflessione più articolata, perché ha la colpa di rendere la categoria del conflitto pressoché astorica, priva di connotati di classe, ubiqua, rivelandosi infine incapace di contrastare con efficacia il processo di normalizzazione della guerra e di mercificazione delle forze armate perché di fatto, si iscrive nella sua stessa logica.

La diffusione mondiale del capitalismo utilizza le rivolte populiste e libertarie, perlopiù convulsioni di classi medie in ascesa o in crisi, la sfida interimperialistica che caratterizza lo scontro tra i blocchi che operano “dentro” il ciclo economico attuale.

A distanza di oltre un lustro dovrebbe far sorridere – se non avesse portato a tragiche conseguenze  in termini di incomprensione della realtà e di demoralizzazione – il facile entusiasmo con cui molti compagni e compagne, specie di sensibilità socialdemocratica, paratroskista o paralibertaria, hanno accolto le varie rivoluzioni colorate o le primavere dei popoli, quasi fossero autonome e scisse dagli interessi imperialistici (e dalla funzione che hanno assolto in termini di riproduzione ed espansione del capitale) che sostenevano coloro che le hanno incoraggiate o combattute.

Tale versione aggiornata dell’ “esportazione di democrazia”, che fa perno su minoranze borghesi interne a singole frazioni nazionali finanziate da imperialismi “esterni”, ha generato a cascata un drammatico morbo che infesta il movimento antagonista, evidentemente stordito dall’assenza di un dibattito collettivo sui caratteri della trasformazione in atto: la logica dello schieramento applicato alla geopolitica.

Figlio degenere della stagione zapatista, Il sostegno acritico e fanatico per esperienze di resistenze antimperialistiche o di offensive partigiane (curdi, palestinesi, donbass, ecc.), sebbene comprensibili sentimentalmente e giudicabili solo nei contesti dove nascono, nascondono l’impotenza sociale e militante, la cessione della possibilità rivoluzionaria a esperienze aliene dalla propria vita concreta, disinteressate delle contraddizioni di classe interne a ogni fazione in lotta e, infine, subalterne a un’agenda dettata dai grandi media internazionali e dalle emittenti del capitalismo diffuso.

Non sembra infatti casuale che gli stessi tradizionali canali di informazione militante (radio, blog, giornali) si dimostrino impreparati a promuovere a livello generale una riflessione e un dibattito quando viene a mancare la “notizia”. Ma ora la notizia c’è. Gli Stati Uniti dell’era trumpiana inaugurano la nuova stagione bombardando una base militare (e uno stato ufficialmente sovrano), come rappresaglia per un attacco aereo contro fazioni ribelli che ha prodotto direttamente o indirettamente poco importa l’ennesima orribile strage.

E ora tutto è chiaro: siamo in ritardo. Inutile girarsi intorno: il conflitto in Siria e le posizioni espresse in seno al movimento hanno contenuto in sé tutte le contraddizioni e le debolezze sopraindicate e hanno rappresentato il punto più basso della capacità del movimento antagonista europeo di comprendere e conseguentemente rispondere alle nuove sfide della Pace Calda.

Per quanto di riguarda, riteniamo imprescindibile ribaltare la tendenza all’appiattimento antagonistico all’agenda del capitale e la conseguente scissione dalla democrazia e dai suoi miti a partire dal rilancio di una prospettiva genuinamente internazionalista e di una pratica quotidiana di solidarietà internazionalista.

Occorre ribadire che il nemico (e l’amico) è prima di tutto in casa propria, perché il capitalismo diffuso permea ogni angolo del sistema mondo e soprattutto sul territorio rivela il carattere mortifero  e disumano del suo ciclo produttivo. Serve rafforzare e sostenere tutti gli sforzi dei compagni e delle compagne in termini di valorizzazione dell’unione fra lavoratori immigrati e italiani nelle lotte sociali (casa, servizi, territorio, sfruttamento del lavoro agricolo, logistico, terziario, industriale). Urge uscire dalla logica del tifo, disertare dal sostegno indiretto a uno o all’altro fronte imperialista, smarcarsi dal geopoliticismo senza negare la centralità della questione internazionale, interrogarsi con maggiore attenzione sulle responsabilità omicide del blocco imperialista europeo.

E, a tale proposito, occorre riconoscere il fallimento indecente delle ultime manifestazioni in occasione delle celebrazioni per i Trattati di Roma, caratterizzate da due blocchi di movimento: uno addentellato alla sfera istituzionali europee, di cui denuncia solo una presunta debolezza dell’establishment, schiavo di interessi finanziari esogeni e di classi dirigenti nazionali, auspicandone una improbabile quanto retorica democratizzazione; l’altro ancora ascritto a uno schema antimperialista classico, incapace di riconoscere l’inevitabilità del processo di costituzione imperialistica dell’Europa e piena di rimpianti per la sovranità nazionale, per motivi di interessi corporativi, di rappresentanza sindacale e di riconoscimento del ruolo a loro congeniale di intellettuali “eretici”.

In quella giornata, schiacciati dalla lotta per l’egemonia di questi due blocchi  e anche visivamente isolati e sotto pressione della sbirraglia le uniche vere possibili alternative alle barbarie, ovvero il proletariato italiano e immigrato, femminile e maschile, contadino e urbano, occupante e lavoratore, e le componenti giovanili, che rischiano di essere assorbite da una logica di autorappresentanza e di simulazione di conflitto, che può piacere agli esteti del movimento, ma che non riesce a tradurre lo spontaneo desiderio di distruggere questo mondo di merda in una pratica quotidiana di sovversione e in progetto collettivo di trasformazione umana.

A FRONTE DEI VENTI DI GUERRA CHE SIBILANO SOPRA LE TESTE DI MILIARDI DI UOMINI E DONNE.

RIPRENDERE L’INIZIATIVA INTERNAZIONALISTA. PROMUOVERE AZIONI DIRETTE E MANIFESTAZIONI CONTRO LA GUERRA E CONTRO TUTTI I CARNEFICI.

PER UNA DURA OPPOSIZIONE ALL’IMPERIALISMO, SOPRATTUTTO IN SALSA EUROPEA.

PRATICARE LA SECESSIONE DALLA RETORICA DEMOCRATICA O DALLA PROPAGANDA TERZOMONDISTA.

RICOMINCIARE A RESPIRARE L’ARIA PURA DEL DISFATTISMO.

RICOSTRUIRE, RAFFORZARE, ORGANIZZARE LA PRATICA DI AUTORGANIZZAZIONE E LOTTA QUOTIDIANA NEI NOSTRI TERRITORI.

Roma, aprile 2017. Dal ventre dell’Autonomia. Comitato di Lotta Quadraro