Donde está Santiago Maldonado

In questi giorni si terranno numerose mobilitazioni in Europa e in Italia di fronte i negozi di Benetton al fianco del popolo Mapuche. In Argentina non calano le mobilitazioni e l’attenzione per Santiago Maldonado. Nel testo che segue una sintesi di quanto accaduto fino ad oggi in Argentina.

Donde esta Santiago Maldonado?

Venerdì 1 settembre a Buenos Aires c’è stata una manifestazione alla quale hanno partecipato circa 200mila persone che hanno posto a gran voce questa domanda. Durante il deflusso dalla plaza de Mayo, alcune persone hanno lanciato oggetti contro le forze dell’ordine che si trovavano dietro le barriere protettive poste davanti alla Casa Rosada, dal lato della Cattedrale. La polizia ha risposto con il lancio di alcuni lacrimogeni. Questa situazione è durata circa un’ora e mezza finchè la polizia non ha deciso di intervenire in modo deciso e un gruppo di militari in moto con fucili spianati è arrivato nel mezzo della gente, del tutto estranea a quanto stava succedendo, che si trovava nel lato opposto della piazza, verso avenida de Mayo. Nel giro di pochi minuti, verso le 21, la polizia ha caricato violentemente sgomberando la piazza e cominciando ad arrestare persone. Anche giornalisti indipendenti o semplicemente chi stava filmando il loro operato. Un gruppetto ha continuato fino alla piazza del Congreso a mettere cassonetti in mezzo alla strada e incendiare immondizia e cassette della frutta e la polizia ha continuato ad eseguire arresti nelle cariche successive. La maggioranza dei fermi è avvenuta per mano di agenti in borghese, che hanno operato al di fuori dalla legalità. Sono state detenute 31 persone, che sono state successivamente rilasciate tutte senza denuncia perchè non esiste alcuna prova a loro carico. I detenuti sono stati picchiati, minacciati e insultati all’interno delle caserme. Così come molta gente è stata ferita durante le cariche.

Quanto avvenuto segue uno schema simile a quello che era successo lo scorso 8 marzo in seguito a la marcha de las mujeres. Tra le organizzazioni militanti non c’è stata la volontà di arrivare allo scontro con le forze dell’ordine, che però hanno colto in entrambi i casi l’occasione per sgomberare in fretta le persone che si attardavano in piazza, picchiare chi capitava a tiro e arrestare qualcuno.

Dopo la manifestazione del 1 settembre i giornali e la televisione ovviamente non hanno parlato di altro che degli incidenti e chi non era presente si è fatto l’idea che ci sia stata una vera e propria battaglia prolungata ed estesa geograficamente, cosa che però in realtà non è avvenuta.

La polizia al servizio del governo di Macri non sta risparmiando l’uso della violenza anche nel caso delle proteste dei lavoratori. Tra gli episodi vanno citati quello accaduto a plaza del Congreso quando il movimento dei maestri ha istallato il proprio presidio, durato poi circa due mesi, e quello dei lavoratori licenziati dalla PepsiCo che sono stati brutalmente caricati per non permettere l’occupazione della fabbrica.

La violenza dell’apparato repressivo è evidentemente uno dei motivi principali che causano la scomparsa stessa di Santiago Maldonado. Il popolo Mapuche è in lotta contro l’occupazione delle loro terre originarie vendute alle multinazionali dagli stati di Cile e Argentina. La scomparsa di Santiago è avvenuta il 1 agosto nel presidio della comunità Pu Lof nella provincia del Chubut, non lontano da el Bolson, in lotta contro la Benetton. Il giorno prima era stata caricata la manifestazione a Bariloche che richiedeva il rilascio di uno dei leader del movimento Mapuche, Facundo Jones Huala detenuto nel carcere di Esquel, con 13 arresti e vari feriti con proiettili di gomma. Nel giorno della Pachamama, ovvero della Madre Terra, molto importante per i popoli originari, la gendarmeria ha continuato il suo operato dando fuoco alle istallazioni del presidio e disperdendo a fucilate i pochi presenti. Tra questi c’era Santiago. E da allora non se ne sa più nulla.

Dopo tutto questo tempo le speranze di rivederlo vivo sono praticamente inesistenti e la convinzione è che sia avvenuta quella che viene definita desaparicion forzada. La differenza tra questa e una “normale” scomparsa è abbastanza sostanziale a livello giuridico perchè significa che è stata pianificata da apparati statuali e non è prevista prescrizione per questo crimine, che rientra nella violazione dei diritti umani.

Il tema qui in Argentina è ovviamente abbastanza scottante visto che il 24 marzo, come ogni anno è stato ribadito fermamente il concetto di Nunca mas, mai più, rispetto ai 30mila desaparecidos provocati dalla dittatura militare cominciata 41 anni fa. Quest’anno però le forze governative hanno messo in dubbio il numero dei militanti fatti sparire dal regime, dicendo che si trattava “solo” di 8mila e che quindi non si può parlare di genocidio. Lo slogan Ni olvido ni perdòn, né dimenticanza né perdono, è esattamente opposto a quanto sta di fatto proponendo il governo. Da una parte Macri incarna ed esterna letteralmente il concetto di mettere da parte il passato, guardare al futuro con allegria e smetterla con l’intralcio del pensiero critico. Dall’altra la Corte Suprema ha proposto l’uso della legge del 2×1, che significa abbonare la metà degli anni della condanna a chi ha fatto carcere preventivo in attesa di quella definitiva, nel caso di uno dei militari responsabili di crimini durante la dittatura, Luis Muñoz.

L’opposizione a questa decisione è stata fortissima e a Buenos Aires c’è stata una manifestazione che ha portato in piazza più di mezzo milione di persone capeggiate simbolicamente dalle madri di Plaza de Mayo ed adottando il loro foulard bianco come simbolo. In seguito alle mobilitazioni avvenute in tutto il paese il Senato ha stabilito definitivamente per legge che coloro che hanno commesso crimini di lesa umanità non possono in alcun caso beneficiare di questo tipo di sconto di pena.

Le dichiarazioni della ministra della Sicurezza Patricia Bullrich e degli altri rappresentanti del governo hanno teso sempre a negare la responsabilità della Gendarmeria rispetto alla scomparsa di Santiago e a screditarne la figura. Così come è stato tentato di criminalizzare i manifestanti e i Mapuche in lotta. Facundo Jones Huala per esempio è accusato di terrorismo dallo Stato cileno, che ne ha chiesto l’estradizione, negata dallo Stato argentino negli ultimi giorni. Durante la sua detenzione ad Esquel il Lonko ha risposto alla provocazione di Lanata, uno dei più importanti opinionisti del Clarin, la testata più autorevole e reazionaria in Argentina. Questo giornalista accusa i Mapuche di terrorismo perchè negli anni sono avvenuti una settantina di sabotaggi ed incendi, attributi o provocati dal popolo in lotta, che non mai hanno causato un solo morto.

Huala, sdegnato dalla falsa informazione provocata dall’opinionista lo ha sfidato ad intervistarlo in carcere e l’intervista che ne è conseguita è molto significativa. Huala si dichiara prigioniero politico e si definisce apertamente anticapitalista. Lanata fa di tutto per mettere a paragone la lotta dei Mapuche al terrorismo dell’ISIS e cerca di farlo entrare nella contraddizione di voler limitare la libertà altrui. Cioè la libertà di accaparrarsi terre, venderle a imprese straniere per sfruttarle e sloggiare a fucilate chi le abita da secoli. Ovvero Lanata difende l’operato storico del capitalismo al quale Huala oppone una società comunitaria non basata sulla proprietà privata, inconcepibile per il suo avversario dialettico.

L’opinionista accusa il Mapuche di essere in realtà ultraconservatore perchè vuole che le terre ritornino allo stato in cui si trovavano prima dell’arrivo di argentini e cileni, lo interrompe spesso e senza veli gli ricorda che gli sta dando l’opportunità di essere ascoltato da due milioni di persone e che per questo ha il diritto lui di condurre i turni di parola e di porre le questioni.

In sostanza però il leader Mapuche è riuscito a far passare alcuni contenuti, nonostante il pubblico che si nutre della propaganda ufficiale facilmente coincida nel pensiero con le banalità e le provocazioni sostenute dal giornalista, il quale ci teneva soprattutto a specificare che la desaparicion non fosse forzada, in quanto non preventivamente pianificata da un servizio di intelligence ma casomai contestualmente, e che addirittura nemmeno si poteva ancora parlare di scomparsa, come se Santiago se ne fosse andato in vacanza in Cile senza dare notizie di sè per manie di protagonismo.

Questa situazione va inquadrata in ciò che sta accadendo in Argentina con gli attacchi continui alla classe lavoratrice perpetrati dal governo Macri, tangibili nell’aumento del costo dei servizi essenziali, il cosidetto tarifazo, nel mancato adeguamento salariale all’inflazione e nell’abolizione dei ponti legati alle festività. Tendenzialmente il risultato di questa politica consiste nel lavorare di più e guadagnare di meno.

Inoltre sul piano repressivo, oltre all’uso deliberato della violenza poliziesca in piazza, al quale sembra che il popolo argentino non sia stato abituato perlomeno negli anni di governo kisnerista, è da segnalare come si stia attuando un piano preventivo in vista del G20 che si terrà qui l’anno prossimo. Il lunedì prima della manifestazione per Santiago, a Cordoba c’era stata quella contro il Gatillo facil, grilletto facile, ovvero contro la quotidiana violenza della polizia. Pochi giorni dopo le forze dell’ordine hanno effettuato perquisizioni in alcune sedi e centri culturali della città. Sulle pagine de La Nacion, è stata sbandierata la notizia della presenza di “una cellula del black block” presente tra le organizzazioni anarchiche di Cordoba. Notizia alla quale si è puntualmente sommata quella del giorno successivo della “devastazione” nel centro di Buenos Aires prodotta dai manifestanti per Santiago Maldonado. Il gioco mediatico e repressivo messo in campo è abbastanza evidente, e risulta necessario ad un governo autoritario che sta trovando una forte opposizione praticata dai lavoratori, che va ben oltre gli argini posti dalle grandi organizzazioni sindacale.

Va ricordato infatti che il 6 marzo la base che richiedeva una data dello sciopero generale ha cacciato a bottigliate dal palco i leader sindacali che tentennavano e non la proponevano. Lo sciopero generale c’è stato esattamente un mese dopo, con il 90 per cento di adesioni ma senza che fosse convocata la mobilitazione nel centro di Buenos Aires e quindi limitando il potenziale dell’espressione della volontà di lotta che le compagne e i compagni stanno dimostrando di voler mettere in campo.