Il tiro alla fune russo-saudita fra prezzo del petrolio e guerra siriana

Fra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 l’attuale fase di crisi del mercato e del ridotto consumo globale derivante sia dall’espansione dei “biocarburanti” che dalla contrazione dell’economia mondiale specialmente manifatturiera, ha portato all’abbassamento generalizzato dei prezzi delle materie prime. Precedentemente, per far fronte ad un’evenienza come questa, l’OPEC, l’associazione dei paesi produttori di petrolio ha sempre diminuito la produzione, e quindi la disponibilità del petrolio sul mercato. In PrezziBrentquesto caso, però, l’Arabia Saudita, il maggior produttore di petrolio mondiale ha imposto di mantenere invariato l’attuale livello di produzione. Nessun altro paese dell’OPEC, ovviamente, può permettersi una diminuzione della produzione unilaterale, dato che questo provocherebbe la perdita di importanti quote di mercato a vantaggio proprio dell’Arabia Saudita. La conseguenza di quest’empasse, ha portato all’abbassamento dei prezzi al barile dai quasi 100 dollari dell’anno scorso ai circa 30-40 di quest’anno.
Fattostà che il regno wahabita sta adottando politiche apparentemente controproducenti rispetto alla propria economia in questo periodo. Inizialmente la decisione è stata presa dai dirigenti del ministero del petrolio del regno dei Saud, esplicitamente per far fuori dal mercato gli ingombranti produttori nordamericani di shale gas e shale oil (derivanti da fracking e devastanti cave di sabbie bituminose), prodotti che necessitano di un alto costo del barile (più di 80-90 dollari) per essere remunerative. Una volta messo in difficoltà il mercato statunitense (i casi di chiusura di questo tipo di aziende si sono contati intorno alla decina ogni settimana a partire dalla decisione dell’OPEC), però, l’Arabia Saudita non si è fermata là, ma sta portando avanti questa politica logorante per tentare di mettere in crisi la Russia e l’Iran, anch’essi paesi esportatori di materie prime, per depotenziare il loro aiuto al regime di Damasco. All’incirca dall’anno scorso, infatti, la combinazione di sanzioni occidentali dovute alla questione ucraina e abbassamento del prezzo degli idrocarburi hanno causato una pesante crisi economica in Russia, svalutazione del rublo ed abbassamento degli stipendi generalizzato dell’8% circa. In generale si stima un costo sul bilancio statale di 40 miliardi di dollari. Eppure la Russia si sta concedendo il costosissimo lusso di un intervento militare diretto in Siria. Anche questa decisione, come quella dell’Arabia Saudita sembrerebbe apparentemente controproducente…

La Russia flette i missili

Anche se in periodo di crisi, la Russia sta spendendo 84 miliardi l’anno di spese militari, ne avrebbe spese la metà solamente nei primi tre mesi del 2015, per un peso sul prodotto interno lordo annuale del 3,7%.
A quanto sostiene l’emittente libanese Al-Mayadeen, la Russia si sarebbe vista forzare la mano dall’accordo Stati Uniti Turchia sulla creazione di una no-fly-zone sul nord della Siria, con intervento pesante dell’esercito turco per la creazione di una zona cuscinetto al confine. Stiamo parlando dello stesso accordo con il quale gli USA hanno ottenuto l’utilizzo della base aerea di Inchirlik ed i turchi mano libera per l’annientamento dei militanti curdi del PKK (e annessi compagni turchi dell’HKPD-C). Questa zona cuscinetto sarebbe stata, nei piani turchi, sottoposta all’amministrazione dei papponi del CNS (Consiglio Nazionale Siriano con sede in Turchia) con controllo del territorio delegato alla fumosa organizzazione militare denominata Free Syrian Army (FSA) [1,2]
Tutto questo per la gioia di Arabia Saudita e Qatar, i cui governi richiedevano da tempo questa risoluzione, richiedendola a gran voce dalle proprie emittenti Al-Arabya e Al-Jazeera, appelli a cui si sono nel tempo unite tutte le anime candide della sinistra dirittoumanista occidentale.
Se finora quest’intervento pesante diretto della NATO non è avvenuto è per lo straordinario successo del partito delle minoranze filocurdo HDP che ha destabilizzato politicamente il potere di Erdogan, successo che, nelle intenzioni del suddetto sultano, dovrebbe essere spazzato via dalle prossime elezioni del primo Novembre, polarizzando l’elettorato verso posizioni di estrema destra grazie alla sua pesante campagna militare (e relativa strategia della tensione).
L’interventosukhoi-su-30-750x500 russo di Ottobre, quindi, avrebbe preso la NATO in contropiede, occupando i cieli siriani con la propria aviazione, anche con una certa veemenza, viste le recenti scaramucce fra Mig29 russi e F16 turchi.
Per finanziare quest’impresa militare la Russia starebbe attingendo ad un fondo d’emergenza di 60 miliardi, accumulati nel periodo di vacche grasse fra il 2001 ed il 2013, durante il quale il prezzo degli idrocarburi è schizzato alle stelle [3].

Ciò che probabilmente il governo russo sta puntando sono cinque obiettivi a medio-lungo termine:
1) il controllo del prezzo del petrolio con una presenza più diretta nei paesi del Golfo per ridare ossigeno alla propria economia;
2) un incremento dell’esportazione di armi per le commesse militari di eserciti come quello iraqeno e quello siriano che dovranno essere ricostruiti da zero, una volta sgominati i tagliagole del Daesh;
3) mettere con le spalle al muro i governi occidentali, intervenendo direttamente per impedire il flusso di profughi dal medio oriente verso l’europa, per costringere questi ultimi,come contropartita, ad alleviare se non eliminare le sanzioni economiche. Non a caso l’intervento russo ha una durata prevista di 4-5 mesi, data in cui si dovranno riunire le principali potenze occidentali per confermare le suddette sanzioni…
4) Schermare dall’espansione “jihadista” le repubbliche tagika, uzbeka e kirghisa per attrarle nell’unione doganale promossa dalla stessa russia, e depotenziare le spinte centrifughe caucasiche (si stima che in siria siano stati addestrati alla guerriglia circa 5000 jihadisti ceceni);
5) la ridefinizione dei rapporti di forza fra gli imperialismi dove usa-israele hanno tutto l’interesse a mantenere in una condizione di “guerra civile permanente” l’area mediorientale cosa che al contrario è ostile agli interessi russi e non a caso l’Egitto – che pure combatte in Yemen e in Libia al fianco dell’Arabia Saudita – si è subito schierato a favore dell’intervento di Putin.

E’ ovvio che quelle russe sono scommesse e che se qualcosa andasse storto nei piani di Mosca il paese sarebbe costretto ad un lento logoramento, una volta esauriti i fondi di emergenza. D’altra parte molti paesi occidentali (fra cui l’Italia) non sono per nulla contenti delle sanzioni che sono stati costretti ad imporre per accontentare gli USA e anche l’apparentemente inscalfibile alleato Saudita mostra segni di cedimento [4].

Piccole crepe nel monolita saudita

L’economia dell’Arabia Saudita, seppure la famiglia reale stia tentando di ammodernare il sistema produttivo del paese con pesanti investimenti in infrastrutture e centri di ricerca, continua a dipendere per il 90% dall’estrazione di petrolio. A pesare sulle casse del regno è anche il conflitto aperto in Yemen dove l’esercito saudita sta intervenendo pesantemente, devastando il paese, ma subendo al contempo gravi perdite. A sua volta per finanziare le sue imprese belliche l’Arabia Saudita sta procedendo a ritirare le proprie riserve di valuta estera per circa 70 miliardi di dollari. Secondo il sito “Middle East Eye” il regno non può resistere che per pochi anni (e due sono già passati) a questo tasso di emorraggia finanziaria, dato che solamente a Luglio 2014 le riserve si erano ridotte a 669 miliardi di dollari, a partire dai 746 degli anni precedenti. Il deficit fiscale dell’Arabia Saudita ammonterebbe, quindi, per quest’anno al 20% del prodotto interno lordo.SabbiaArabia
L’Arabia Saudita è considerato uno dei più grandi consumatori di energia nella regione, la domanda interna è aumentata del 7,5% negli ultimi cinque anni, crescita in gran parte dovuta all’aumento della popolazione ed anche per l’importante esposizione a fluttuazioni climatiche drastiche, oltre al fatto che le sue risorse idriche rinnovabili sono limitate e la sua economia dipende fortemente dalle esportazioni di combustibili fossili.
Altri punti deboli del paese sono: la sua estrema dipendenza dall’importazione di prodotti alimentari, l’80% del consumo totale; il tasso di disoccupazione al 12% e che un quarto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà (fonte The Guardian), nonchè alcuni segni di mal di pancia interni al regime dei Saud.

Per far fronte ai problemi economici interni e stabilizzare la propria moneta che rischiava l’erosione per l’abbassamento delle riserve in valuta estera, il regno wahabita si è visto costretto a emettere buoni del tesoro per 27 miliardi di dollari, in via puramente provvisoria.
Questa situazione riporta l’Arabia Saudita indietro di decenni, visto che nel 1990 il debito pubblico del regno aveva raggiungere il 100% del PIL, ma dopo il boom del petrolio e l’aumento dei prezzi all’inizio del 2000 (ci par di ricordare un evento in particolare nel Settembre 2001 ma non vorremmo sbagliare…), Riyadh era riuscita a ridurre il suo debito fino a farlo divenire il più basse al mondo.

Guerra siriana e propaganda

Questo approfondimento è utile a mostrare come sullo scenario siriano, si combattono guerre di logoramento su scala ben più ampia. La vittoria della Russia nei piani del Cremlino potrebbe far uscire il paese dalla propria pesante crisi economica, mentre un impantanamento delle truppe russe significherebbe l’espansione dell’influenza saudita sulla regione mediorientale ai danni dell’Iran. Non serviva uno sguardo così ampio, dopotutto per caratterizzare la piccola guerra mondiale post-guerra fredda che si sta combattendo nel paese levantino, in cui le proteste di parte della popolazione siriana nel 2011 – che pure avevano al suo interno anche significative spinte sociali se non proprio classiste – sono state infiltrate e sovradeterminate da un assalto jadhista al potere del Baath siriano, da parte della fratellanza mussulmana, appoggiata da potenze occidentali e regionali. Gran parte dei combattenti sullo scenario siriano, del resto, proprio siriani non sono: basti pensare che le magiori fazioni armate dei cosiddetti ribelli, Daesh e Al-Nousra (che assieme ne rappresentano circa il 70% del totale) [5, 6] sono composte al loro interno per circa il 60% da combattenti provenienti dall’estero e da percentuali inferiori, ma non trascurabili di stranieri sono composti anche Harakat Ahrar Al-Shaam (un altro 20% dei combattenti) e cosiddetto FSA (il restante 10%). Tutte queste fazioni hanno peraltro goduto dell’appoggio logistico e militare (attraverso la fornitura di armi e mezzi) da parte di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Israele. Dall’altra parte l’esercito siriano si avvale della collaborazione delle Forze di Difesa Nazionale formate dalle popolazioni delle diverse regioni (di volta in volta palestinesi, druse, assire, ecc.), di milizie iraqene sciite coordinate dai Guardiani della Rivoluzione iraniani, dalle truppe di Hezbollah libanesi ed ultimamente dall’aviazione russa.
In questo sovrapporsi di interessi in campo e rimescolarsi di alleanze è molto difficile districarsi nonchè impostare un’analisi sensata, scevra di isterismi e tifoserie varie. Occorre, quindi, riflettere, comprendere e definire con attenzione le categorie che si utilizzano, sopratutto rendersi conto che quelle suggerite dalla propaganda “mainstream” possono essere fallaci e fuorvianti, come quella di “rivoluzionario ribelle antiregime” o come quella dell’identificazione di un “male assoluto” in qualunque dei protagonisti sopraelencati.
Come compagni la nostra responsabilità sarebbe di fare chiarezza sulle basi materiali dei conflitti in atto -come abbiamo tentato di fare in quest’articolo- e non alimentare queste tendenze irrazionali e dannose, perchè dobbiamo tener sempre presente che da grandi interessi deriva un grande battage pubblicitario.

[1]http://espanol.almayadeen.net/news/external_news-e_DISd5zaEKKu6UpAGKCGg/the-financial-times–rusia-abort%C3%B3-creaci%C3%B3n-de-zona-de-exclus

[2]http://aranews.net/2015/08/president-of-syrian-interim-government-we-will-run-a-safe-zone-free-of-isis-nusra-and-pyd/

[3]http://www.aljazeera.com/programmes/countingthecost/2015/10/russia-economy-war-syria-151003113105759.html

[4]http://espanol.almayadeen.net/Article/FD,WKDeupUeysqUoAKQ1Fg/arabia-saudita-y-el-retiro-de-activos-en-el-extranjero—ser

[5]http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/10/08/siria-russia-nato

[6]https://www.youtube.com/watch?v=mnTQbIFX5qw