Rio de Janeiro, un contraddittorio processo di trasformazione

Città vetrina e illegalità diffusa. Il contraddittorio processo di trasformazione di Rio de Janeiro sede dei grandi eventi sportivi internazionali.

Rio de Janeiro è una città particolare per la sua conformazione geografica. Si sviluppa lungo la costa, tra la laguna, la foresta della Tijuca e i morros, ovvero colline scoscese, enormi sassi impervi dove riesce a crescere anche un po’ di vegetazione, quella più ostinata. Proprio dal nome di queste piante viene quello delle comunità che si sono conquistate spazi abitativi proprio lassù in cima, le famose favelas. L’origine di questi insediamenti, costituiti da scheletriche case di mattoni non rifinite e tetti di lamiera sormontati dai recipienti di plastica blu dell’acqua, risale ai tempi in cui molte persone arrivavano a Rio in catene e venivano vendute come schiavi. Proprio nei pressi della zona portuaria infatti cominciarono ad essere abitati i primi morros, e quindi a sorgere le prime comunidades. Gruppi di famiglie che si caricavano i mattoni fino in cima, costruivano alla bell’e meglio un riparo per non dormire all’addiaccio, prima baracche e poi vere e proprie case. In più lassù, in mezzo agli alberi e ai sassi era anche difficile venirti a prendere, quindi offrivano rifugio a chi per un motivo o per un altro si deve rendere irreperibile. Questi insediamenti si sono sviluppati parallelamente al resto della città normalmente urbanizzata. A Rio il cemento è riuscito a strappare gran parti di territorio a quello che qualche secolo fa doveva essere un paradiso tropicale. Quel che rimane attualmente della foresta lo dimostra chiaramente. Le parti moderne del centro di Rio e tutto ciò che si affaccia sulle famose spiagge di Copacabana e Ipanema è costituito da grattacieli e alveari di cemento, ideati per contenere più persone possibile. Osservando la cidade maravilhosa dall’alto si nota come ogni spazio praticabile sia stato sfruttato al massimo. E le comunidades ne offrono un esempio lampante. Non potendo tendere verso l’alto come edifici, le case si ammucchiano una a fianco all’altra, venendo costruite secondo le mere esigenze dei nuovi moradores, abitanti, senza alcuna regola urbanistica nè registrazione catastale. Le fognature e la luce elettrica sono state rimediate in qualche modo e solo recentemente il servizio publico dell’energia elettrica sta riprendendo il controllo della fornitura. Queste comunità si sono finora autogestite in forma assembleare, come associazione di famiglie abitanti ed in tal modo si sono sempre relazionate, all’occorrenza, con le istituzioni municipali. Da qualche decennio gran parte delle favelas sono passate sotto il controllo militare dei narcotrafficanti, che con armi pesanti in evidenza e sentinelle alle entrate, spaccio all’aria aperta nelle bocas do fumo, hanno alterato gli equilibri della vita di parecchi abitanti. Le sparatorie a Rio de janeiro avvengono con frequenza giornaliera, l’anno scorso solo le balas perdidas, proiettili vacanti, hanno fatto 15 morti e 45 feriti. Le sparatorie avvengono tra bande rivali e tra banditi e polizia.

Nel 2008 è cominciata a Rio l’operazione militare di pacificazione delle favelas, tramite le Unità di Polizia Pacificatrice. Attualmente esistono 35 UPP mentre le comunidades a Rio sono più di mille. Stando ai dati forniti dal Globo, principale testata giornalistica in Brasile, avvengono nel 2016 una media di 4,1 sparatorie al giorno, solo all’interno delle comunità cosiddette pacificate. L’operazione segue i criteri del peacekeeping scuola NATO e si ispira direttamente ai principi del manuale di contro-insurrezione scritto dal generale USA David Petraues. La strategia della polizia quindi consisterebbe nel mostrare il volto umano della democrazia e nel tentativo di civilizzare gli anomali abitanti di questi pezzi di città. Difficile più a farsi che a dirsi dato che i moradores già conoscono bene il vero volto delle forze dell’ordine e soprattutto il loro modo di operare. In Brasile, al giorno d’oggi, la vita di chi abita in una casa pericolante in un posto necessario ad altre destinazioni d’uso, per le istituzioni dello Stato vale ben poco.

Bisogna considerare che nel 2007 è stata assegnata al Brasile la sede della Coppa del Mondo di calcio del 2014 e che di lì a poco Rio sarebbe stata scelta come sede dei Giochi Olimpici e Paralimpici.

Rio de Janeiro ha venduto quindi la sua immagine e ha dovuto garantire la sicurezza per il regolare svolgimento delle gare e del commercio che ruota intorno ad esse. Dovendo seguire le regole imposte dalla FIFA e dal COI, che in quei periodi di durata dei giochi sarebbero stati a tutti gli effetti i veri e propri padroni di casa. E a loro è andata molto bene. La FIFA ha incassato il doppio rispetto al mondiale organizzato in Germania. I soldi che il Brasile ha speso per organizzare la coppa rappresentano al contrario il record di costo in termini assoluti. Eppure Lula e tutti gli altri politici dell’arco parlamentare avevano promesso che la Copa sarebbe stata a costo zero per le casse pubbliche. Anzi, gli sponsor avrebbero pagato per le opere infrastrutturali che poi sarebbero rimaste a beneficio del popolo. Effettivamente parte del popolo, ovvero la borghesia imprenditoriale e i politici che decidevano a chi dare gli appalti, si sono messi in tasca tutto quello che hanno potuto. La Coppa è costata due miliardi di euro alle casse pubbliche del Brasile. Le imprese che hanno svolto tali lavori sono state agevolate fiscalmente e tutte le imprese straniere che hanno operato non hanno lasciato un centesimo di tasse, prime tra tutte la FIFA.

Lula, accompagnato da Dilma Roussef, nel 2008 ha presentato il PAC, Piano di Accelerazione della Crescita, alla Rochinha, la più grande favela del Brasile con più di centomila abitanti. Si tratta di una serie di interventi urbanistici in tre grandi comunità Rochinha, Manguinhos e Complesso di Alemao. Quello della Rochinha prevedeva una piscina olimpionica e una passerella disegnata da Niemeyer, più l’istallazione di una stazione di polizia , tre scuole, tre posti di salute, tremila case nuove e il restauro di altre seimila. Grandi promesse di nuovi posti di lavoro e futuro benessere per tutti. I posti di lavoro disponibili erano 4mila a fronte dei 16mila iscritti al collocamento di quella zona. Il primo giorno dei lavori le UPP, che avrebbero dovuto garantire la sicurezza dei cantieri, sono state prese a fucilate dai banditi e un poliziotto è stato ucciso.

Che la “pacificazione” non fosse un pranzo di gala, fatta di sorrisi e strette di mano, è stato chiaro da subito. E’ stato l’inizio di una guerra, tuttora in corso. Lo Stato ha approfittato del bisogno securitario determinato dai grandi eventi per sferrare un’avanzata militare volta ad imporre il controllo su pezzi di territorio della città che sono attualmente fuori dalla gestione legalitaria. La polizia militare quindi tratta ora tutti gli abitanti delle comunidades come dei potenziali sospetti. Perquisisce case e persone arbitrariamente, gira con le armi spianate, impone coprifuochi e vieta feste in spazi sia pubblici che privati. Invade pesantemente quindi la vita dei moradores. E questa occupazione non porta benefici, ma aumento del costo della vita. Perchè la gestione legalitaria prevede che si paghino le bollette. Inoltre anche i banditi si armano pesantemente e quando non possono trafficare nei loro posti tranquillamente si dedicano agli assalti per rapinare il primo che capita nelle vie della città “normale”. 

Normalizzazione è il termine più adeguato per definire questo processo, che tra l’altro deriva proprio da quello di standardizzazione mondiale di cui i grandi eventi sportivi sono, insieme alla televisione, agente trainante. In una città come Rio, ben nota per il carnevale, le occasioni di festa, che quotidianamente si creano, sulle spiagge, nei bar e intorno alle rodas di samba nelle strade, sono anche un modo per sbarcare il lunario per tutti quelli che si organizzano per vendere da mangiare, da bere, artigianato, musica. Vendere per strada in forma autorganizzata, fuori chiaramente da qualsiasi logica fiscale, è un modo per guadagnarsi onestamente la vita praticato da gran parte di chi abita in favela. Chiaramente tutto questo cozza contro le direttive del Municipio che invece volgono proprio verso la fiscalizzazione, altra parola chiave. Vietare o imporre una sorta di stecca sul libero commercio, inteso in questo senso, è un duro colpo per chi si sveglia la mattina presto invece di andare a rubare o coinvolgersi nel narcotraffico. Gli abitanti delle comunità sono fieri di essere lavoratori se lo sono, ed altrettanto, in caso, di essere banditi. C’è uno spirito di appartenenza e di orgoglio verso il proprio luogo d’origine che contraddistingue tutti gli abitanti delle favelas. Anche perchè gli abitanti del resto della città spesso usano questo termine in senso dispregiativo.

Rio, che ha ospitato la finale della Coppa del Mondo e le Olimipiadi, è stata tirata a lucido, nascondendo l’immondizia sotto il tappeto, evacuando con i bulldozer migliaia di abitanti di “zone pericolanti” e deportandoli altrove, cercando di pacificare pezzi di città strategicamente importanti per varie speculazioni anche future. Un esempio su tutti è l’interesse per il complesso di Marè, una zona all’inizio dello sconfinato suburbio di Rio Nord, molto vicina all’isola sulla quale si trovano l’università e l’aeroporto. Oggi è zona di guerra, ma domani potrebbe essere perfetta per costruire studentati, alberghi cinque stelle, villoni e i soliti centri commerciali. Un’altra zona di guerra è il Complesso di Alemao, la cui invasione e presa di un morro con tanto di carri armati è stata trasmessa in diretta televisiva. Anche questa zona era soggetta al PAC per la costruzione di un costosissimo sistema teleferico, che sorvola l’intera zona ed è il sogno di chi viene a Rio per provare il brivido di un bel favela tour. A questa triste realtà da safari si accompagna il ben più contraddittorio processo di gentrificazione delle comunità tradizionalmente più pacifiche, soprattutto quelle della zona sud, nelle quali il basso costo delle case e le viste mozzafiato hanno spinto vari gringos, stranieri, ad acquistare abitazioni, aprire ostelli, bar e ristoranti o semplicemente ad abitare nella comunidade.

I grandi eventi ospitati da Rio hanno provocato un impennata notevole ai costi degli affitti delle case. La crisi economica che sta coinvolgendo il Brasile del dopo Coppa ha causato un’inflazione notevole, che unita alle speculazioni dei commercianti in vista del maggiore afflusso di turisti, ha provocato un evidente aumento del costo dei generi alimentari. Le bollette della luce sono salite, e molti onesti cittadini puntano il dito su chi non paga le forniture come se fossero loro la vera causa di tali prezzi. Il costo dei trasporti pubblici è aumentato notevolmente dal 2013 e sono previsti aumenti programmati per i prossimi cinque anni, giustificati dalla costruzione della linea di metro che ora collega anche la Barra de Tijuca, sede di gran parte degli impianti delle Olimpiadi, al resto del trasposrto urbano. Di fatto i trasporti, di cui va pagata ogni corsa e non esiste forma di abbonamento mensile, hanno un costo estremamente elevato per gran parte della popolazione. Proprio contro questi aumenti dei costi si è sviluppato nel 2013 il Movimento Passe Livre che ha dato luogo a forti proteste e scontri nelle maggiori città del paese nel periodo della Confederation Cup, ovvero le prove generali del Mondiale che si svolgono un anno prima per testare gli impianti sportivi.

Nel giugno 2013 le proteste in Brasile contro la Coppa del Mondo hanno avuto eco internazionale e sono avvenute contemporaneamente a quelle in Turchia. C’è un fattore comune individuabile in entrambe. In tutti e due i paesi sono fondamentali nella quotidianità la vita in strada e il commercio selvaggio. Le città trasformate in centri commerciali e vetrine per turisti non offrono più spazi per questo tipo di vita sregolata e informale. Tutto deve essere pulito e sotto controllo. E questo avviene con la forza attraverso operazioni militari della polizia o espellendo la gente per insostenibilità economica dal centro delle città.

Questo è avvenuto anche da noi e nel resto di tutta Europa. Ora grazie ai mondiali, alle visite del papa, a eventi sportivi di qualsiasi tipo in ogni città si ha l’occasione per speculare sul riammodernamento urbano e grazie a un’ingente quantità di appalti da assegnare. In Brasile, proprio nel 2015, l’operazione Lava Jato ha scoperchiato il vaso della corruzione dilagante che ha contraddistinto l’ultimo decennio di boom economico del paese. Le inchieste hanno portato all’impichment della presidente Roussef, all’incriminazione di Lula e Cunha, all’arresto dell’ex governatore dello Stato di Rio Sergio Cabral, che inaugurò le opere pubbliche previste dai PAC a Rio insieme all’attuale presidente subentrato a Dilma, Michel Temer.

Lo scandalo FIFA, sempre dell’anno scorso, ha portato all’incriminazione dei vertici della Confederazione Brasiliana de Futebol per corruzione, frode e riciclaggio di denaro. Ricardo Teixeira e Jose Maria Martin sono stati tra i primi arrestati dell’operazione condotta dal FBI che ha portato all’incriminazione di Blatter e Platini e di decine di altri personaggi del gotha del calcio mondiale, per non parlare di Havelange, vecchio presidente brasiliano della FIFA che però ormai si è ritirato da tempo a vita privata. L’inchiesta ha mostrato come il processo di assegnazione delle sedi dei mondiali sia frutto di un sistema di compravendita di voti, costruito su falsi progetti sociali basati sullo sport nei paesi poveri, partite create ad hoc, riciclaggio di denaro e favori politici.

In Brasile la recente inchiesta giudiziaria condotta da Sergio Moro dimostra palesemente come il mondiale e le Olimpiadi siano state il veicolo di arricchimento individuale di imprenditori, politici e mafiosi vari che si sono spartiti la torta insieme alla FIFA, al COI e ai grandi marchi che hanno finanziato gli eventi sportivi. La popolazione brasiliana in cambio ha ricevuto un bel debito pubblico che si porterà sul groppone per svariati anni e nessun miglioramento delle proprie condizioni di vita, anzi, perchè purtroppo gli effeti concreti delle misure emergenziali decretate nei periodi in vista dei grandi eventi sono destinati a permanere negli anni a venire.