Rivolta di classe a Buenos Aires

Si avvicinano le feste, si comincia a decidere come e con chi fare l’asado natalizio e quello di capodanno. I bambini chiedono i regali a Babbo Natale. Si tirano le somme di un anno appena passato. Malgrado tutto. A parità di lavoro si guadagna praticamente un quarto di meno dell’anno scorso. Tra il tarifazo, che ha fatto schizzare i costi dell’acqua, della luce e del gas, l’aggiustamento all’inflazione dell’affitto e l’inadeguato aumento salariale strappato con le unghie e con i denti.

Arriva il summit dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO in lingua yankee). Alla vigilia del giorno di chiusura qualcuno scende in piazza verso sera e cerca di bloccare una strada del centro. Si è in pochi. Cariche e tre arresti. Il giorno dopo, il 13, si comincia a fare sul serio. Scendono in piazza 60-7Omila persone dei movimenti e delle organizzazioni di base. La polizia comincia a blindare la città con transenne antipanico alte più di due metri che recintano i palazzi del potere da larga distanza.

Il giorno dopo ancora, 14 dicembre, si vota al Congreso il progetto di legge di riforma delle pensioni sociali e dei lavoratori e sulla distribuzione degli assegni familiari. Ovvero, secondo la ricetta del Fondo Monetario Internazionale, un geniale piano per far risparmiare al governo Macri 800 miliardi di pesos, sottratti direttamente dalle tasche dei meno abbienti. La riforma prevede di adeguare trimestralmente all’inflazione le pensioni percepite, basandosi però sui dati del semestre precedente. L’età minima pensionabile è di 65 anni, con minimo 30 di contributi versati, però fino ai 70 si percepirà il 30% in meno di quanto spetterebbe. Queste misure nello specifico, assegni familiari negati compresi, riguarderanno circa 17 milioni di persone.

I sindacati confederati non si vogliono prendere la responsabilità di convocare uno sciopero generale, come richiesto dalla piazza, ma la mobilitazione è massiccia. 300mila persone assediano il Congresso e infuria una battaglia tra i manifestanti che rompono il selciato dei giardini della piazza e la Gendarmeria che spara pallottole di gomma, usa l’idrante e lacrimogeni come se piovesse. Molte persone, tra le quali anziani e una deputata, vengono spruzzate in faccia a distanza ravvicinata con spray al peperoncino. La resistenza è forte e si protrae a lungo. L’arrivo di un numero spropositato di mezzi dei militari determina lo sgombero della piazza e i successivi rastrellamenti in zona. Immagini e video di arresti arbitrari o violenza gratuita sono di patrimonio pubblico nel giro di poche ore. Però la sensazione è che c’è stata capacità di resistenza, di non dover abbandonare la piazza allo scoppiare del primo parapiglia. Anche perchè la misura è colma. Un anno di lotte sul posto di lavoro per ottenere il minimo, rispetto a quello che sarebbe stato giusto. Mentre la CGT e la cupola sindacale, los gordos, si confermano per quello che si sa benissimo che sono, ovvero traditori della classe lavoratrice.

Il ruolo della Gendarmeria il 14 Dicembre a Buenos Aires è chiaro. Reprimere con violenza e mettere paura, aggredendo e arrestando di proposito anche gente a caso. Dentro al Congreso si rendono conto che fuori sta succedendo qualcosa di inaspettato. Ovvero che non sono bastati i cinque minuti preventivati per sgomberare la piazza, come è successo altre volte quest’anno a Plaza de Mayo l’8 marzo e l’1 Settembre. Violenze e brutalità della polizia sono la misura ritenuta efficace e necessaria dal governo per tenere a bada i “pochi violenti” e farli odiare dagli stessi manifestanti, tra i quali viene istillata la paranoia degli “infiltrati”. Però questa volta la gente è scesa in strada perchè pensa che gli stanno letteralmente rubando il futuro. Ci sono i pensionati, accompagnati dai lavoratori, dagli studenti, dagli abitanti delle villas. La piazza è piena e resiste alle cariche della polizia, piovono pietre dall’altra parte delle barriere, dietro alle quali si spara ad altezza uomo. Oggi si dovrebbe votare la riforma delle pensioni e la prossima volta toccherà alla riforma del lavoro. Il 14 dicembre però la votazione salta. L’opposizione critica l’operato della Gendarmeria e la violenza gratuita. Non manca però anche la disapprovazione rispetto all’uso della violenza da parte dei manifestanti. Vengono arrestate più di 30 persone. Si parla di battaglia campale per definire quanto accaduto e i sindacati di base proclamano lo sciopero generale di 24 ore per il 18, giorno a cui è stata rimandata la votazione. La CGT aderisce in parte e senza chiamare la mobilitazione di piazza. Il palazzo del Congreso viene circondato da una sorta di zona rossa ancora più ampia e questa volta l’ordine pubblico sarà gestito dalla Polizia Federale insieme a quella del governo della città.

La piazza si riempie verso le 12.00 e un paio di ore dopo scoppiano gli incidenti. Una gragnuola di pietre tiene impegnate le guardie per due ore buone fino a che la piazza non viene completamente saturata di gas lacrimogeni e i manifestanti sono costretti a disperdersi nei dintorni. Il gas entra nei condotti di areazione della metro e il campo di battaglia si allarga a tutto il centro della città, con la polizia che in moto e con i blindati si lancia contro ogni potenziale manifestante, ovvero chiunque. Nei quartieri le persone cominciano a scendere in strada con in mano pentole e casseruole da sbattere e con cui fare rumore.

In serata avviene la votazione e la legge passa con dodici voti di scarto.

La gente non ci sta a farsi cacciare dalle strade e i cacerolazos diventano rumorosi cortei con i quali decine di migliaia di persone riconfluiscono dai quartieri al centro della città in piena notte. I manifestanti arrivano a sbattere le loro pentole sulle barriere che proteggono i Palazzi, dietro alle quali è schierata in forze la polizia. Quest’ultima interviene a reprimere e disperdere gli ultimi manifestanti che sono rimasti fino alle 4 del mattino. Il bilancio della giornata è di circa 80 arrestati e quasi 200 feriti, una sessantina dei quali tra le forze dell’ordine.

Deve essere stato impressionante il rumore prodotto dal cacerolazo la notte della battaglia. Il popolo argentino è sceso in strada senza paura, nonostante la repressione subita o vista per immagini, perchè l’attacco in atto alla classe lavoratrice è intollerabile e la vita che questo governo vuole imporre alla maggioranza degli argentini, giovani e anziani, è inaccettabile. Il presidente Mauricio Macri ha parlato di violenze premeditate e organizzate. La realtà è che c’è stata, da parte di chi è sceso in strada, una consapevolezza dell’apparato repressivo che sarebbe stato schierato e una condivisione sulle misure di comportamento di piazza. Soprattutto riguardanti l’autodifesa e la tutela della propria persona, dal punto di vista sia fisico che legale. La coscienza di classe ha permesso ai manifestanti di riconoscere da che parte stanno i comportamenti brutali e violenti, non solo delle guardie, ma più che altro del governo. Che si rivela uno strumento nelle mani del FMI e del OMC, che determinano questo tipo di riforme a scapito delle lavoratrici e dei lavoratori a livello globale.

La notte successiva, il 19 dicembre è stato convocato un cacerolazo su scala nazionale che ha ribadito nelle varie città del paese il fermo dissenso della classe lavoratrice argentina rispetto a quanto sta decidendo il governo e la sua maggioranza alle camere.

In Argentina il governo è storicamente al servizio delle multinazionali, come la Benetton, per le quali difende a fucilate il territorio che gli ha svenduto e accusa di terrorismo i Mapuche che oppongono resistenza. Allo stesso modo chi sciopera e si ribella viene trattato da terrorista dalla polizia e dai giornalisti. Intanto i miliardi di pesos risparmiati con la sofferenza di milioni di persone servono per coprire, per esempio, quelli che sono stati investiti in armi dallo stesso governo. Investimento avvenuto, guardacaso, pochi giorni prima del primo bombardamento USA in Siria dell’epoca Trump e con lo sbandieramento del pericolo del terrorismo e del nemico interno.

Per il resto la riforma del lavoro e delle pensioni che deve passare in Argentina in sostanza è la stessa che conosciamo bene qui in Italia. Ed è la stessa che il governo francese nel 2016 ha dovuto imporre con tanto di strappo alle regole democratiche, viste le durature resistenze di piazza in tutto il paese, che tutti ricordiamo. E’ la stessa poi che sta imponendo il governo Temer in Brasile, alla quale è stata praticata nelle metropoli una significativa resistenza nel corso dell’anno, con manifestazioni, incidenti con la polizia che ha sparato proiettili di piombo ad altezza uomo, autostrade bloccate e svariati autobus incendiati durante gli scioperi generali.

Su scala mondiale viene imposto un unico standard produttivo e di sfruttamento, quello che nel 2001 chiamavamo la globalizzazione, all’interno del quale il lavoratore salariato classico è un costo troppo elevato per la spesa pubblica e per i datori di lavoro. I “benefit” come la pensione, le ferie pagate, la tredicesima, le malattie, i pasti, il rimborso dei trasporti pubblici, gli straordinari e i notturni pagati come tali, un numero di ore massimo stabilito in 8 ore, le feste vere e proprie intese come momento di inattività collettiva, tutto questo non sarà più concesso.

Ovviamente al contrario la produttività va incrementata, quindi in Argentina quest’anno hanno proibito i giorni di ponte delle festività e l’aggiustamento all’inflazione annuale bisogna guadagnarselo come premio di produzione. Quindi non possono essere fatte assenze, oppure costano veramente care.

Disciplina del lavoro e massima flessibilità delle lavoratrici e dei lavoratori. Ovvero disponibilità, poche lamentele, devozione all’impresa e spirito di sacrificio.

In Argentina e in Brasile, i governi Macri e Temer stanno facendo passare riforme del lavoro che favoriscono fiscalmente gli imprenditori e gli permettono agevolazioni nel trattamento di fine rapporto, “snelliscono” le dispute nei tribunali del lavoro, permettono maggiore facilità di licenziamento, costringono a straordinari forzati e di fatto quindi aumentano il monte ore settimanale e delle giornate lavorative.

Come sappiamo bene, l’Unione Europea ha imposto il cambiamento in Italia, fin dai Parametri di Maastricht del 1992, che prevede la decostruzione del cosiddetto welfare state. Rendendo di fatto lavoratori autonomi un gran numero di lavoratori subordinati che non godono così delle garanzie di un contratto “normale”. Gli intermittenti, i lavoratori delle cooperative, le partite IVA monocomittente e altri pezzi di carta che non ti riconoscono la dignità di lavoratrice o lavoratore. Ed in tutto questo non è che sia sparito il lavoro nero. In sintesi si è realizzato in pieno lo scenario di quella che già nel 2003, più o meno, chiamavamo la precarietà.

Un numero incalcolabile di persone, tutti i giorni, si scontra con le contraddizioni generate dal sistema produttivo capitalista nel quale gli Stati Nazionali siedono al tavolo del G20 e decidono come dominare il pianeta. L’anticapitalismo è un’attitudine che si pratica non consegnando la propria vita nelle mani di chi prende quelle decisioni. Quando diventa coscienza di classe diventa pericoloso e i governi di tutti gli Stati hanno mano libera sull’uso della violenza, in qualsiasi angolo del globo, come sempre.

Nella rivolta di classe che ha preso vita a Buenos Aires, e che riceve l’appoggio fattivo in altre città argentine, si sta lottando contro l’imposizione dei sacrifici alla classe lavoratrice per garantire la ricchezza a chi trae beneficio dallo sfruttamento selvaggio ed impunito. La lotta del popolo argentino è la stessa lotta nostra, dei francesi, dei greci, dei brasiliani e di tutti quanti praticano il conflitto e la resistenza nelle strade e sui posti di lavoro.

El pueblo no delibera ni gobierna, sino por medio de sus rapresentantes y autoridas creadas por esta Constitucion. Toda fuerza armada o reunión de personas que se atribuya los derechos del pueblo y peticione a nombre de éste, comete delito de sedición” (Il popolo non decide nè governa, se non per mezzo dei suoi rappresentanti e delle autorità istituite da questa Costituzione. Qualsiasi forza armata o riunione di persone che si attribuisca i diritti del popolo e li rivendichi in suo nome, commette delitto di sedizione).

Articolo 22 della Costituzione Nazionale Argentina, che verrà utilizzato per incriminare di sedizione chi sarà ritenuto responsabile degli incidenti. Reato per il quale l’articolo 229 del codice penale prevede la reclusione da uno a sei anni.

 

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