Sui movimenti ambientali canadesi

Sabato 10 Maggio, mentre a Torino sfilava l’ennesimo grande corteo NoTAV, a Toronto in Canada mi sono trovato in mezzo ad una manifestazione a sostegno della lotta delle nazioni native americane contro fracking, oleodotti e sfruttamento delle sabbie bituminose.
Sembrerebbe una strana coincidenza, ma sappiamo bene che non lo è. Superato oramai da anni il cosiddetto “picco del petrolio”, il sistema economico capitalista mondiale si sta spingendo all’assalto delle residuali fonti di idrocarburi: il gas naturale intrappolato negli strati di terreno argilloso e il petrolio impregnato nelle sabbie bituminose. Se in Europa, quindi questa corsa al metano ha spinto le nazioni del patto atlantico a finanziare il colpo di stato nazista in Ucraina, nel socialdemocratico Canada il nuovo corso dell’economia mondiale va a colpire le comunità delle nazioni nativo-americane, gli ultimi degli ultimi della società canadese, per tenore di vita, per incidenza di obesità e tasso di alcolismo, per aspettativa di vita.

La manifestazione di Toronto si inseriva quindi in una giornata nazionale a sostegno di queste comunità che negli ultimi anni stanno reagendo con forza ai piani di devastazione ambientale in ogni regione del paese. Il corteo in sé era abbastanza piccolo, qualche centinaio di persone, poco meno di mille a voler essere molto ottimisti (quella tenutasi a Vancouver lo stesso giorno è stata invece molto più grande), anche se, stando agli standard del Canada anglofono si è trattato di una mobilitazione eccezionale. La composizione era molto variegata, un po’ come ci hanno abituato le mobilitazioni ambientali in Italia, ho collezionato volantini cattolici, trozkisti, luddisti, di Greenpeace e del Partito Verde. Molti gli interventi di nativi-americani delle varie comunità in lotta: nel New Brunswick (costa atlantica) contro il Fracking, in Alberta contro le miniere di sabbie bituminose e nell’Ontario contro la “Line 9” l’oleodotto di collegamento fra i giacimenti canadesi e gli Stati Uniti.

La piattaforma della giornata contestava le riforme ambientali dell’attuale governo Harper che, perseguendo l’obiettivo di fare del Canada una superpotenza energetica sta demolendo ogni legge di tutela ambientale favorendo speculazioni di ogni tipo; per avere un’idea del livello di assalto speculativo che si sta avendo nel paese basti pensare che escavazione, lavorazione e trasporto delle sabbie bituminose sia la voce di maggior peso fra i consumi energetici del paese e che da un paio d’anni qualunque attività legata all’estrazione ed al trasporto di idrocarburi non deve più sottostare ad alcuna valutazione di impatto ambientale a livello federale. I cortei locali si ponevano quindi l’obiettivo di chiedere ai governi regionali (sempre molto gentilmente non sia mai che si alzi la voce in questo paese di morti di sonno) che adottassero le procedure necessarie per stimare gli impatti ambientali dei vari progetti.

Tirando le somme possiamo comunque dire che il movimento contro le devastazioni ambientali canadese, seppur pervaso da forti connotati sincerodemocratici con petizioni e raccolte di firme ad ogni piè sospinto, mostra parecchi aspetti interessanti. E’ interessante come dopo circa 200 anni di isolamento le comunità nativo-americane stiano riuscendo a riconoscersi assieme in un’unica lotta; è interessante come questa nuovo coordinamento abbia immediatamente ricevuto solidarietà da ogni parte del paese e che non venga messo assolutamente in dubbio che queste comunità possano decidere di adottare le forme di lotta che ritengano necessarie (in New Brunswick si sono registrati molti atti di sabotaggio e scontri con le forze dell’ordine); ed è infine molto interessante che nonostante venga vista di buon occhio l’intromissione di partiti e sindacati vari, l’intero movimento è fondamentalmente nato spontaneamente dall’autorganizzazione di attivisti, ingenui ed educati come è costume qui in Canada.