Basta la salute? Breve storia dello smantellamento della sanità pubblica – Ipotesi di organizzazione delle lotte

INTRODUZIONE

In ognuno di noi la parola Sanità suscita sostanzialmente sensazioni negative. Ognuno di noi sa che se deve accedere ai servizi sanitari dovrà affrontare un difficile percorso che non sempre si concluderà con la fruibilità del servizio.

I media mainstream non fanno altro che sottolineare quanto la sanità pubblica funzioni male. Ma non spiegano mai quali ne siano le cause. Non dicono mai che la sanità pubblica non funziona perché i fondi ad essa destinati vengono tagliati continuamente e pesantemente a vantaggio della sanità privata. Anzi, i loro interventi servono proprio a perpetrare una campagna di demonizzazione della sanità pubblica a tutto vantaggio dei privati, che, dal canto loro, sulla sanità non hanno altri interessi che il profitto. image_sanita_Page_2

Dai bilanci statali è possibile vedere come negli ultimi sei anni il taglio alla sanità pubblica sia stato di 25 MILIARDI di EURO e come quello previsto per il 2016 sia di ulteriori 10-15 MILIARDI di EURO. L’attuale governo Renzi infatti, in piena continuità con i governi di vario colore che lo hanno preceduto negli scorsi 30 anni, prosegue nello smantellamento della sanità pubblica in favore della totale privatizzazione del Servizio Sanitario Nazionale. Il suo sogno è diventare come gli STATI UNITI, dove solo chi ha i soldi per pagarsi un’assicurazione sanitaria ha libero accesso alle cure mediche, mentre chi non se lo può permettere può anche morire.

Ultimo passo in questa direzione è stato il famigerato decreto ministeriale “Condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva delle prestazioni di assistenza ambulatoriale erogabili nell’ambito del S.S.N.”, del dicembre 2015, che prevede l’impossibilità per i medici di base di prescrivere in regime pubblico una serie di esami clinici. Esemplificativo il caso del colesterolo che può essere passato dal servizio sanitario nazionale solo una volta ogni 4 anni. Alla faccia della prevenzione che peraltro, in netta contraddizione con la retorica dominante che la presenta quale “spreco”, non rappresenterebbe solo un miglioramento delle condizioni di salute del paziente ma permetterebbe anche un notevole risparmio da parte dell’amministrazione pubblica. Tale decreto è talmente negativo e genera talmente tante diseguaglianze, che, soprattutto sulla spinta delle associazioni dei medici di base, lo stesso ministero della salute, a marzo di quest’anno, è stato costretto ad emanare una circolare che ne rivede i termini ampliando la possibilità di prescrizione, ad esempio nei casi oncologici, cronici e di invalidità o nei casi di esami di controllo in presenza di patologie già accertate.

Questo genere di politiche non ha origine dalla sola stretta sulla spesa pubblica richiesta dalla cosiddetta austerity, ma trova piuttosto la sua giustificazione nella forma attuale del capitalismo: il neoliberismo che determina larga parte delle politiche italiane e non solo a partire dagli anni ’80. Il che materialmente si è tradotto nel ritiro progressivo del pubblico quale gestore diretto da servizi essenziali come istruzione (e pensare che sarebbe addirittura anticostituzionale sovvenzionare la scuola privata!!!) e sanità, in favore di un finanziamento pubblico a soggetti privati eroganti lo stesso tipo di servizio spesso di peggior qualità e soprattutto la messa a profitto di tutto ciò che essenziale per la vita e il benessere degli esseri umani (pensioni, istruzione, sanità, acqua, ambiente, territori ecc).

La situazione oggi

Dal punto di vista degli investitori privati quello dei servizi sanitari è un campo fruttuoso e di certo profitto, vuoi perché garantito dai fondi pubblici, vuoi perché permette di speculare su un bisogno necessario.

In Italia il 25% delle prestazioni ospedaliere è coperto dall’ospedalità privata, perché le vengono destinati fondi sottratti agli ospedali pubblici e alle ASL; quindi iniziano a chiudere i pronto soccorso e i presidi territoriali, aumentano le liste d’attesa anche per esami di vitale importanza e si resta in una barella nel corridoio per giorni.

I dati Istat relativi alla regione Lazio indicano che dal 2009 al 2012:

– i posti letto per 1.000 abitanti sono scesi da 4 a 3,4

– la degenza media è calata da 9,2 a 8,6 giorni

– il totale delle degenze è calato da 132 a 119

Sempre nella regione Lazio ma dal 2002 al 2012

– i medici generici per 10.000 abitanti sono calati da 9,19 a 8,57 con conseguente aumento degli assistiti per medico curante da 1.015 a 1.073

– i medici pediatri per 10.000 minori di 15 anni sono calati da 10,41 a 10,16 con conseguente aumento degli assistiti per medico pediatra da 747 a 829

– i punti di assistenza specialistica ambulatoriale sono diminuiti da 951 a 814

– la spesa per ricette di specialità medicinali è calata da circa 1.484.000 a 1.159.000.

Forse perché complessivamente siamo più in salute? Non sembra proprio, visto che l’Istat ha calcolato che nel 2015 c’è stato un aumento dell’11,3% del numero di morti in Italia rispetto al 2014.

Semplicemente, chi non ha i soldi ha sempre più difficoltà a curarsi.

È infatti già altissima la percentuale di chi non riesce più ad accedere ai servizi di cura perché impossibilitato a pagare i costi delle visite o perché le liste di attesa sono interminabili, e si ritrova di fatto a rinunciare alla tutela della propria salute (secondo Unisalute ben 1 italiano su 5 nel 2015).

Chi può ancora permettersi di curarsi, si rivolge alla sanità privata. Infatti, stando ad una recente ricerca del Censis, sono sempre di più gli italiani che pagano di tasca propria i servizi sanitari che il pubblico non garantisce più: nel 2013 la spesa sanitaria privata è infatti aumentata del 3% rispetto al 2007 e sono 6 milioni gli italiani che sono iscritti a un fondo sanitario integrativo; questo è dovuto ai contratti nazionali che impongono che una parte del salario sia destinato ai fondi gestiti da aziende e sindacati.

Nella stessa ricerca più avanti si legge che “La crisi economica però sta condizionando la scelta da parte delle famiglie sulle prestazioni sanitarie da sostenere di tasca propria a stretto giro, perché necessarie, e quelle che invece possono essere rinviate”. Son due facce della stessa medaglia: il pressante smantellamento del settore pubblico secondo il ben noto meccanismo della privatizzazione dei guadagni e della collettivizzazione dei costi.

I servizi indispensabili, come mense o pulizie o infermieristici, vengono esternalizzati per ingrassare le tasche dei vertici di cooperative e agenzie interinali e soprattutto per garantirsi una forza lavoro più ricattabile e sfruttata che per la propria condizione di lavoro spesso ha difficoltà a costruire un rapporto fecondo con l’utenza.

Le aziende sanitarie sono di fatto costrette dalle politiche governative – ad esempio a causa del blocco delle assunzioni nel pubblico impiego – ad assegnare tramite bando di gara i servizi di infermieristica, portantinaggio, mensa, pulizie, autoambulanze e persino di sanificazione delle sale operatorie, mentre sarebbe molto più efficiente, e meno oneroso, mantenere tali servizi all’interno. Si pensi che nelle maggiori città metropolitane italiane, il personale infermieristico è al di sotto della media OCSE e a livello nazionale la spesa destinata alle retribuzioni, in percentuale al totale stanziato per il settore sanitario, registra una contrazione di 1,4 punti percentuali (dal 32,8% del 2004 al 31,4% del 2014).

La causa del peggioramento del servizio sanitario nazionale dunque è la sua privatizzazione, la stessa che viene invece paventata come soluzione al problema, e la messa a profitto della nostra salute.

 Come siamo arrivati a questo punto

La situazione, però, non è sempre stata così.

Negli anni ’70, sotto la spinta delle forti rivendicazioni sociali e delle lotte delle lavoratrici e dei lavoratori del settore sanitario, venne varata in Italia una delle migliori leggi sulla sanità di tutta Europa; con la legge n.833 del 23 dicembre 1978, meglio conosciuta come “legge di riforma sanitaria”, si istituì il Servizio sanitario nazionale (S.s.n.), costruito su di una serie di principi e peculiarità, quali l’universalità dei destinatari, la globalità delle prestazioni, l’eguaglianza di trattamento ed inoltre l’unicità dei soggetti eroganti (Soggetto Pubblico), il pluralismo organizzatorio e la partecipazione. Il S.s.n. risulta così costituito dal complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali, e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini nei confronti del servizio. Si da maggior rilievo all’idea di prevenzione come cardine di un S.S.N. moderno in grado di preservare il benessere di tutta la popolazione indipendentemente dalle singole condizioni individuali o sociali.

Ma già nel 1992, a seguito del riflusso delle lotte popolari, il Governo Amato vara la legge delega 23 ottobre 1992 n. 421 che all’art. 1 prevedeva il riordino della disciplina in materia di sanità. Tale decreto fu adottato dal Governo senza il parere obbligatorio della Conferenza Stato-Regioni, le quali, presentarono ricorso alla Corte Costituzionale per illegittimità contro molti articoli del decreto stesso. La Corte Costituzionale nella sentenza emessa riconobbe molte delle fondamentali ragioni del ricorso.

ULSS Azienda, Aziende ospedaliere, Rapporti S.S.N. e Università, superamento del regime convenzionale e attivazione di un sistema più flessibile e discrezionale fondato sulla stipulazione di specifici protocolli d’intesa fra regione ed Università e sulla stipulazione di appositi accordi tra Università, Aziende ospedaliere ed ULSS; è modificata la linea d’intervento rispetto all’impostazione assunta dalla legge 833 che riconduceva alla normativa “centralistica” tutta la disciplina dei rapporti per l’erogazione delle prestazioni al fine di garantire omogeneità di trattamento giuridico ed economico ai soggetti convenzionati con il SSN.  E’ esteso al medico convenzionato l’obbligo di contenimento della spesa nell’ambito dei livelli programmati d’assistenza; possono essere istituiti fondi integrativi sanitari finalizzati a fornire prestazioni aggiuntive rispetto a quelle assicurate dal SSN mediante contratti ed accordi collettivi, accordi fra lavoratori autonomi o fra liberi professionisti, mediante associazioni senza scopo di lucro, società di mutuo soccorso, enti, aziende, o enti locali.

Con legge 30 novembre 1998 n. 419 il Parlamento delega al Governo l’emanazione di un decreto per la razionalizzazione del SSN e per l’adozione di un testo unico in materia d’organizzazione e funzionamento del SSN.

Il provvedimento prevede che i livelli d’assistenza siano fissati contestualmente alle risorse da assegnare al sistema sanitario e la contestualità dei finanziamenti sia legata al Documento di Programmazione Economica e al Piano Sanitario Nazionale.

Il rapporto pubblico-privato è ricondotto all’interno della programmazione regionale. Economicità nell’impiego delle risorse , nuovo ruolo delle autonomie locali, rafforzamento dell’autonomia delle Regioni (con evidente aumento del divario di trattamento tra regioni del nord e del sud). I medici sono chiamati a scegliere fra il rapporto di lavoro esclusivo e la libera professione fuori dal SSN.

Sono disciplinati gli ambiti e le modalità di esercizio della libera professione per i medici di medicina generale e per i pediatri di libera scelta, prevedendo che il tempo complessivamente dedicato all’attività in libera professione non rechi pregiudizio al corretto e puntuale svolgimento degli obblighi del medico, nello studio medico e al domicilio del paziente.

Tutte norme che indirizzano verso un concetto di sanità non più come un servizio pubblico, ma come un qualcosa da cui trarre profitto, in cui pareggiare i bilanci, insomma come un’azienda privata. Si da ai medici la possibilità di lavorare sia nel pubblico che nel privato. Per “diminuire i tempi delle liste” si introduce il concetto di intramoenia, cioè strutture pubbliche possono erogare lo stesso servizio a pagamento, riducendo ovviamente il tempo dedicato alle prestazioni in regime di servizio sanitario nazionale.

Si arriva persino – attraverso l’articolo 5 del piano casa del governo Renzi – a negare l’accesso ai servizi sanitari a quei soggetti, immigrati e non, che per stato di necessità non hanno la possibilità di stipulare un contratto d’affitto o di acquistare casa.

 Conclusioni

Per tutte le esigenze della classe lavoratrice, le leggi seguono sempre un bisogno espresso dalla popolazione e mai lo precedono. Esemplificative in Italia le leggi sul divorzio e sull’aborto, imposte dalle mobilitazioni dei movimenti sociali dell’epoca, in particolare delle donne.

Secondo una ricerca dell’OMS, risalente al 2000, l’Italia aveva il secondo sistema sanitario migliore del mondo in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i cittadini.

Questo è stato possibile non per la lungimiranza delle istituzioni, ma grazie alla fortissima pressione popolare per ottenere un servizio sanitario efficiente e degno.

Allo scemare delle lotte è corrisposto un arretramento del servizio sanitario, fino ad arrivare alla drammatica situazione odierna.

Per questo crediamo che per invertire la tendenza ed ottenere dei miglioramenti non si possa far altro che ricominciare ad occuparsi insieme del problema, puntando alla costruzione di assemblee territoriali in cui utenti ed operatori del settore si confrontino, si organizzino e lottino insieme per ottenere un servizio sanitario pubblico che funzioni e sia accessibile a tutti e per impedire che chiunque faccia profitto sulla nostra salute.

Come modello si possono prendere le assemblee delle donne dei consultori, istituite dalla legge 405 del 1975 ed ancora in vigore, che in relazione con le operatrici svolgono la funzione di controllo e indirizzo sui servizi sanitari territoriali.

Crediamo che nessuno in questo momento possa rappresentare i nostri interessi, sia esso un partito, un sindacato, un associazione di consumatori o chi per loro. Ognuna e ognuno di noi deve impegnarsi in prima persona, organizzandosi collettivamente, per rivendicare i propri bisogni e primo fra tutti quello della propria salute.

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