In ricordo di Mauro Gobbini

Mauro Gobbini ci ha lasciati per sempre :è morto con lo stesso stile con cui ha vissuto, con la stessa discrezione: a casa, ha chiuso gli occhi e se n’è andato. È stato il più dolce, il più lieve dei nostri compagni, il più allegro nella sua insuperabile ironia. Per ricordarlo non abbiamo trovato di meglio che le sue stesse parole, l’intervista che rilasciò per il volume “Futuro anteriore”, a cura di Borio, Pozzi e Roggero (realizzata a Roma, 11 dicembre 2000). Dal punto di vista storico è la più precisa e lucida ricostruzione del lavoro fatto dal manipolo di “Classe Operaia” a Milano negli anni che hanno preceduto il ’68.
Sergio Bologna
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Qual è stato il tuo percorso di formazione politica e culturale e quali sono state eventuali figure di riferimento nell’ambito di questo percorso?
Alla domanda risponderò con riferimenti a scelte molto personali e alle esperienze che ho condiviso con altri, per episodi e per fatti più rilevanti, come può essere appunto la ripresa delle lotte operaie a Torino, l’organizzazione del lavoro politico sia a Torino che a Milano e a Roma al di fuori delle organizzazioni tradizionali, partiti e sindacato. Personalmente, io mi sono aperto ai problemi sociali attraverso l’esperienza che ho fatto in Sicilia con Danilo Dolci, questo per me è stato l’inizio. Io ho fatto il liceo ad Arezzo, l’università a Roma e nel periodo finale degli anni del liceo e dei primi anni dell’università sono entrato in contatto, per vari motivi e attraverso Capitini, Calogero e altri, con questa esperienza che era appena cominciata di Dolci che era andato in Sicilia. Sono andato lì già nel ’54-’55 e da allora praticamente fino al ’62-’63 tutti gli anni passavo i miei due o tre mesi in Sicilia.

Prima di allora non avevo avuto nessuna esperienza di lavoro né politico né sociale, non avevo fatto nessuna esperienza di tipo organizzativo. Quindi, i miei primi rapporti con la società civile sono stati rapporti quasi istituzionali, nel senso che essendo in Sicilia e facendo un lavoro sul territorio con queste popolazioni che vivevano nelle condizioni che ben sappiamo in quegli anni lì, ovviamente l’impatto è stato con le istituzioni pubbliche, le organizzazioni sindacali, di partito e via dicendo. In particolare quegli anni mi sono serviti per entrare in contatto con una dimensione per me fino allora sconosciuta non solo istituzionale, ma anche economica e sociale del territorio e del paese.
Lavorando in Sicilia ho fatto per esempio le prime esperienze di analisi del territorio e delle condizioni di vita di singole popolazioni: mi ricordo che ho partecipato ad un’inchiesta che credo sia stata una delle prime, di poco successiva a quella su Orgosolo, sui pastori della Sardegna e che fu pubblicata da Nuovi Argomenti mi pare, e prima ancora di quella sugli edili a Roma. Dunque, facemmo un’inchiesta proprio sulle condizioni di vita della popolazione di un piccolo paese della Sicilia dove si faceva intervento diretto, che consisteva soprattutto nell’assistenza alle famiglie e ai bambini, si faceva doposcuola, assistenza paramedica ecc., proprio per mettere in moto questi meccanismi di socializzazione delle persone che nella realtà siciliana erano tra i problemi più grossi.

Anche nelle comunità più piccole dove la conoscenza diretta tra le persone era sicura, c’era però sempre una specie di rigidità incredibile nei rapporti soggettivi, per cui c’erano livelli di “tolleranza” sia della violenza sia della povertà che erano assolutamente impensabili: per me, ad esempio, che venivo dalla Toscana e anche da Roma l’idea che delle persone e delle famiglie con bambini potessero vivere in quelle condizioni veramente da Terzo Mondo senza una forma di ribellione e di insubordinazione era una cosa straordinaria.
In più, guardando questa realtà, era evidente il potere delle strutture pubbliche, a cominciare dalla Chiesa e via via poi fino ai partiti, il sottobosco degli enti locali, ecc. Fu la scoperta di un’Italia che era completamente diversa da quella che io conoscevo. La cosa importante, almeno per quello che riguarda la mia esperienza, è che la riflessione su questa condizione sociale, di vita delle piccole comunità agricole, di pescatori ecc., si sposò immediatamente con un discorso che andava in prospettiva verso il ragionare sulle condizioni della popolazione del Terzo Mondo: erano gli anni della conferenza di Bandung, gli anni in cui Myrdal pubblicava le sue ricerche sull’India. Quindi, diciamo che ci si trovò intellettualmente e culturalmente con Dolci e i suoi amici (che poi dirò chi erano) a mettere insieme per una riflessione più approfondita il discorso su quello che vedevamo e constatavamo in Sicilia e quello che poteva essere il corrispettivo a livello mondiale.

Infatti, un altro dei momenti per me fondamentali è che in quegli anni con Dolci si cominciò a parlare di necessità di fare un’inchiesta sulle condizioni della popolazione siciliana (inchiesta a Partinico e poi a Palermo): per fare queste inchieste ci si rivolse, per avere anche un’indicazione di metodo, a quelli che allora erano i personaggi più illuminati, da Calogero per quello che riguardava il discorso generale fino agli economisti, Steve, Lombardini, Sylos Labini. Erano tutte persone con cui Danilo Dolci aveva un rapporto quasi costante di consiglio e di suggerimento, e furono anche le persone che lo sostennero a livello nazionale rispetto alla guerra che gli facevano le istituzioni.
In Sicilia per quanto riguarda le istituzioni ho già detto della Chiesa, ma anche le amministrazioni vedevano questa attività di Danilo Dolci come una cosa assolutamente deprecabile e da bloccare: io mi ricordo che noi avevamo costantemente visite della polizia, perché allora c’era il problema dei permessi di soggiorno, le carte di identità, i vari documenti, insomma tutta una serie di vincoli e di freni incredibili. La cosa era tanto più pesante perché ovviamente venivano in Sicilia da tutta l’Europa, infatti questa è stata l’altra dimensione dell’esperienza, cioè che l’avere pensato di applicare allo studio e alla ricerca sulle condizioni di vita di questi paesi della Sicilia i metodi che venivano applicati dalla sociologia anglosassone ai paesi del Terzo Mondo comportò l’arrivo giù in Sicilia (nelle zone tra Peto, Partinico e via dicendo) di giovani ricercatori svedesi, inglesi, francesi e ovviamente vennero anche i torinesi, infatti io Mottura, Rieser, Soave li ho conosciuti lì.

Questo avvenne esattamente nell’anno e mezzo che precedette il famoso convegno sulla pianificazione che si fece in Sicilia e che fu un evento culturalmente molto rilevante, perché allora praticamente la pianificazione era identificata con la pianificazione socialista e quindi l’idea che si potesse fare un discorso di intervento pubblico e di pianificazione al di fuori degli schemi del socialismo realizzato era assolutamente un dato inaccettabile. Questo convegno fu praticamente svolto sulla falsariga dello schema che aveva fornito Alfred Sauvy, demografo ed economista francese di cui proprio allora erano apparse le sue ricerche sulla crescita della popolazione mondiale e sui problemi dello sviluppo. Insomma, i due referenti a cui si guardava in quel momento per capire quali potessero essere gli strumenti per capire in maniera più generale quello che succedeva in Sicilia erano Myrdal e Sauvy. Ovviamente c’erano economisti italiani come Sylos Labini di cui mi ricordo che a quel tempo era uscito il suo libro sullo sviluppo e la tecnologia. Quindi, questa esperienza aveva sì risvolti di tipo assistenziale, alla maniera dei “medici scalzi”, ma aveva anche questa prospettiva meno riduttiva e aperta a conoscere quello che avveniva socialmente ed economicamente nel mondo.

Dunque, io mi sono formato così, cioè il mio primo impatto con il sociale – come si dice oggi – è stato un impatto in cui ci poteva essere il rischio del sociologismo e del pauperismo che, invece, il confronto con questi personaggi ha evitato. Vivendo a Roma e cercando di fare con Dolci, Calogero, Capitini ed altri un lavoro di promozione e sostegno dell’iniziativa di Dolci, sono entrato in contatto all’università con i compagni che poi hanno formato il gruppo romano dei Quaderni Rossi, soprattutto con Asor Rosa.
Infatti, siccome io facevo Lettere, il primo incontro con Alberto avvenne proprio in occasione di una di queste presentazioni in facoltà dell’attività di Dolci per promuovere la conoscenza di questo lavoro e per trovare sostenitori, finanziatori e giovani volontari. Così sono entrato in contatto con questi compagni.
Io non ero iscritto a nessun partito e lavorando con loro poi ho cominciato a frequentare tutti quelli del gruppo, Tronti, De Caro, Coldagelli, la Salvetti, la Di Leo e tutti gli altri. Loro in parte, almeno per quello che ne so io, si erano conosciuti all’università, il gruppo era cresciuto proprio nella relazione giovanile dello studio e dell’università, e poi molti di loro erano anche quadri di partito, o comunque erano intellettuali di partito, come Tronti, Coldagelli, poi più tardi Aris Accornero.
In questa situazione ho conosciuto personalmente Panzieri: io di lui avevo già una conoscenza indiretta perché Danilo lo aveva incontrato più volte quando era stato in Sicilia come responsabile del Partito Socialista di allora. Poi, ovviamente avevo letto le cose che scriveva sulle riviste del PSI e della sinistra.

L’esperienza dei Quaderni Rossi io l’ho vissuta in parte più come osservatore che come attore, perché intanto le discussioni che seguivo a casa della Rita Di Leo quando Panzieri veniva a Roma mi interessavano moltissimo dal punto di vista culturale, ma, data la mia esperienza siciliana ancora così viva, pratica e concreta, non riuscivo a vederne molto il lato politico pratico. Poi per me, ma credo per la gran parte di noi che vivevamo a Roma, la presenza e il peso in questa città della classe operaia era difficile valutarlo.
Tanto è vero che poi i Quaderni Rossi sono nati pensando a Torino, non pensando alla Fatme o agli edili di Roma: che poi queste fossero realtà operaie, sociali, di classe è un altro discorso, però di fatto, volendo quella esperienza dei Quaderni Rossi indicare una via di uscita dalla rigidità del Movimento Operaio organizzato tradizionale e la ripresa delle lotte, il punto di riferimento per tutti quanti noi era il punto più alto dell’organizzazione capitalistica. Questo discorso allora era pacifico, era lì che bisognava agire, Lenin in Inghilterra diciamo.
Questa esperienza dei Quaderni Rossi, dal punto di vista proprio del laboratorio scientifico, l’ho vissuta più come testimone delle discussioni, tanto è vero che io non vi ho mai scritto niente, avevo fatto solo quando ero a Milano delle note per le Cronache dei Quaderni Rossi. Infatti, io allora da Roma ero andato a Milano perché nella mia vicenda privata a Roma per un po’ di anni avevo insegnato storia e filosofia, poi dopo, per ragioni anche di sopravvivenza, ho fatto un concorso e sono andato a lavorare alla Rai di Roma da dove ho chiesto il trasferimento a Torino, proprio per la prospettiva del lavoro con i compagni torinesi.
Invece mi mandarono a Milano e infatti la mia esperienza di tipo politico, operaista e autonomo, è stata divisa tra Milano e Napoli. Dal ‘63-’64 fino al ’70 a Milano e dalla fine del ’70 a tutto il ’74 a Napoli. Quindi la mia esperienza politica più personale e profonda è cominciata a Milano attraverso la conoscenza e l’amicizia con i vari compagni che operavano sia a Torino che a Milano; qui c’erano Pierluigi Gasparotto, Giairo Daghini, Neri, poi c’era il gruppo di Como.
A Milano io ho fatto proprio l’esperienza di lavoro politico di base, di fabbrica, nel senso che con Pierluigi, con gli altri, con lo stesso Romano che per un periodo ha fatto la spola tra Torino e Milano, abbiamo messo in piedi l’intervento in alcune situazioni che allora erano essenzialmente l’Alfa Romeo di Portello (Arese ancora non c’era), l’Innocenti che era già in crisi, la Pirelli di viale Sarca, la Siemens, la Bianchi di Desio, la Snia Viscosa, eccetera: lì appunto il lavoro è stato proprio quello di base. A Milano noi facevamo un lavoro di presenza continuativa e giornaliera davanti a queste fabbriche, successivamente poi anche alla Farmitalia, dove c’erano dei quadri tecnici che poi sono entrati dentro Classe Operaia, come Alberto Forni.
Noi intervenivamo lì, la nostra linea politica nasceva da una riflessione critica sulle proposte sindacali e sulla linea politica del partito, e soprattutto dalle discussioni dirette con operai e impiegati che contattavamo ogni giorno. Quindi ci siamo trovati a discutere le ipotesi politiche e le analisi di Tronti, di Romano e degli altri contemporaneamente al fatto che volevamo mettere in piedi o mantenere un intervento in queste situazioni operaie.

Mi ricordo che c’era un problema che cercavamo tutti quanti di risolvere, anche se poi è una cosa che non ha mai una soluzione definitiva: noi dovevamo riuscire a mediare il discorso della presa del potere, di Lenin in Inghilterra, con un discorso di intervento quotidiano con una classe operaia che si capiva che si muoveva, che non era sempre la stessa, che un giorno condivideva o perlomeno ci sembrava che capisse il discorso che noi proponevamo attraverso i volantini, e invece questa presenza del partito e del sindacato che comunque in quelle situazioni di fabbrica rappresentava una resistenza molto forte.
Noi avevamo proprio il problema di trovare una mediazione e una via per legare questa idea dello sviluppo della forza della classe operaia e l’intervento quotidiano. Si tenga sempre presente che noi, almeno per quello che mi ricordo, non abbiamo mai pensato che il salto potesse essere la fondazione di un nuovo partito.

Per noi l’organizzazione della lotta di classe, dell’insubordinazione doveva avere caratteri pratici nel momento in cui effettivamente avveniva la lotta, ma nessuno mai ha pensato che avremmo dovuto creare una struttura con segretario, responsabile ecc. Poi nella pratica c’era il compagno che coordinava l’intervento alla Pirelli, un altro che coordinava quello all’Alfa Romeo, nella pratica queste cose qui si danno, ma questo non è stato mai un riferimento per un’idea di organizzazione di partito.
Quindi, avendo questa esperienza a Milano, stando dentro a questo tipo di lavoro, ovviamente la cosa a cui ho più direttamente partecipato è stata proprio la costruzione del nucleo di Classe Operaia. Effettivamente c’è stata anche una crescita dell’esperienza politica e di intervento, perché a Torino si sono aggiunte realtà lavorative di altre città e situazioni di sfruttamento.
Durante il periodo dei Quaderni Rossi, perlomeno dei primi, pare quasi che il discorso sia tutto rivolto esclusivamente su Torino, la Fiat e l’Olivetti; solo successivamente, appunto con Classe Operaia, il discorso si allarga e allora c’è Milano, c’è Roma, Genova e poi c’è soprattutto il polo veneto.
Infatti, l’arrivo del gruppo veneto all’interno di Classe Operaia, anche se già aveva avuto le prime avvisaglie con i Quaderni Rossi, ha significato per essa un ulteriore sviluppo in maniera completamente diversa dal precedente, tanto è vero che quando Classe Operaia è morta, sono nate le esperienze specifiche dell’area veneta, è nato Potere Operaio.

Fino a Classe Operaia l’egemonia della Fiat, come punto di analisi e di riferimento era indiscussa, quella era la realtà a cui dovevamo guardare, su quella dovevamo misurare l’efficacia dell’intervento. Con l’arrivo dei veneti e del polo di Porto Marghera questo “monopolio” si infrange, il discorso si allarga, tanto è vero che poi comincia a venire fuori il discorso sul territorio, sul piano del capitale che si inventa altre forme di sfruttamento a livello planetario, altri modi di controllare la dinamica salariale, eccetera. Queste cose qui secondo me nascono proprio dalla rottura di questo schema rigido iniziale che era centrato sulla Fiat. E non è un caso che Romano, per esempio, dal punto di vista dell’analisi della situazione di classe generale, rimane un punto di riferimento, ma è un po’ appartato rispetto ai vari Magnaghi, Cacciari, Toni Negri.

Questo avviene proprio verso la fine degli anni ’60 e inizio anni ’70, quando a Milano nelle realtà di fabbrica in cui noi stessi si interveniva erano cominciate ad affiorare le situazioni di organizzazione alternativa ai sindacati e al partito, i famosi collettivi. In quel periodo io sono stato trasferito a Napoli, per ragioni politiche, perché avevamo fondato il primo comitato di base dentro la Rai, l’industria della formazione come già allora la chiamavamo.
A Napoli sono stato quattro anni, dal ’70 al ’74, e lì ho vissuto la parabola di Potere Operaio, il mensile, il settimanale, il quindicinale, e Napoli era la città più industrializzata di tutto il Meridione.

Mi ricordo per esempio che lavoravo alla Rai che è a Fuorigrotta, quindi praticamente a due passi da Bagnoli, e noi per circa un anno e mezzo, un giorno sì e uno no (io poi ero nel consiglio di azienda) ricevevamo le delegazioni degli operai. E lì, in quella fascia del golfo di Pozzuoli c’erano fior di fabbriche siderurgiche, chimiche e metalmeccaniche come l’Italsider, la Sofer, l’Olivetti, e sull’altro lato, verso San Giovanni al Teduccio, c’erano le altre fabbriche petrolchimiche e soprattutto, dai primi anni ’70, c’era l’Alfa Sud.
Quei quattro anni li ho vissuti come uno sfrangiamento del lavoro e della riflessione politica che avevamo fatto con molto rigore sia con i Quaderni Rossi che con Classe Operaia.
Si andò infatti verso un tipo di riflessione politica che guardava più all’egemonia del gruppo che non alla volontà di capire esattamente come stavano le cose.

Infatti, mi ricordo che c’erano penose discussioni con Lotta Continua, con frazioni e con singoli militanti, e poi le divisioni all’interno dello stesso Potere Operaio, per cui c’era Potere Operaio di Marghera, quello di Roma, di Bologna, di Napoli e poi dentro ad esso c’erano quelli che erano d’accordo con Roma e quelli che erano contrari: insomma, se uno dovesse non dico dare dei giudizi ma comunque esprimere delle valutazioni su quello che stava succedendo, bisognerebbe dire che si stava distruggendo tutto quello che avevamo costruito come gruppo politico di intervento in fabbrica e sul territorio.
Quello che è avvenuto dopo aveva le premesse in quegli anni lì. E’ vero, io sono convinto che dentro Potere Operaio, anche nelle aree più estreme, non c’è stata mai l’idea della lotta armata come pratica di avanguardia, come poi è stato accusato: mentre è vero che c’era un impoverimento dell’analisi di quello che avveniva, il che era distante anni luce dal rigore con cui alcuni compagni avevano riflettuto su quello che succedeva nella classe operaia negli anni torinesi dei QR e in quelli milanesi di Classe Operaia.

Ovviamente questa deriva organizzativa dei gruppi ha pesato sulla serietà della riflessione e sulla pratica dell’intervento in fabbrica e sul territorio. Siamo approdati ad un concetto di classe operaia approssimativa generica che non ci ha aiutato a capire la rivoluzione del lavoro e del capitale che avveniva proprio in quegli anni. Poi, certo, le istituzioni (partito e sindacato) erano finite come sono finite, però diciamo che forse questa caduta verticale è dovuta più a un processo che si è svolto oggettivamente al di fuori delle nostre iniziative, che non per via di queste; io penso che noi non siamo riusciti a rendere efficace il movimento antagonista rispetto a queste cose, perlomeno non gli abbiamo dato continuità. Ci sono stati sicuramente dei momenti in cui abbiamo capito lo sviluppo dell’antagonismo dentro il sindacato, fuori dal partito e anche dentro di esso, ma questo antagonismo a un certo punto è andato avanti da solo, noi lo abbiamo solo cavalcato.