Movimento antagonista cercasi

Sono passate alcune date presentate come fatali, occasioni di espansione di un nuovo movimento antagonista, le cose però non sono andate in questo verso.
Dopo le improbabili baldorie di Aprile chi si aspettava una diffusione del conflitto presso settori sociali assenti dallo scontro dovrà ricredersi e, se onesto , sottoporsi ad una severa autocritica.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che non basta nominare come sociale una proposta che non vive nella complessità dei settori colpiti dalla crisi per risolvere la questione. La prima data dello sciopero sociale il 16 ottobre è stato nei fatti lo sciopero della logistica, nei magazzini toccati dal S.i. COBAS e annessi e l’incontro di questi lavoratori, per lo meno a Roma, con gli occupanti dei movimenti di lotta per la casa. Si tratta di una frazione di nuova classe operaia con percorso proprio, per lo più lavoro immigrato che si rivolta al banditesco sistema delle cooperative, copertura delle multinazionali del settore, aiutato in maniera generosa da un po’ di compagni, diretto in maniera capace dal S.i. COBAS, ma che fatica ad uscire da una dimensione categoriale e sindacale, sia per limiti propri che per la mancanza di altri settori produttivi significativi in lotta Anche il 14 novembre è trascorso e solo chi si vuole illudere può vederci grandi risultati.

I sindacati di base e il movimento dei cancelletti hanno vantato 60 manifestazioni in tutto il paese, ma anche in questa occasione lo sciopero è stato più astratto che sociale, non ha inciso in nessuna categoria , ne’ di quelle produttive antiche , ne’ tra le fila del proletariato cognitivo. Sessanta piccole manifestazioni, forse con l’unica eccezione di Napoli dove peraltro non ci sono né TAV né un grande movimento di lotta per la casa. Sessanta piccole manifestazioni senza obiettivi , a meno che si voglia sostenere che dire no al jobs act, oppure ” casa ,reddito, dignità” siano piattaforme ovvero obiettivi su cui mobilitare le larghe o le strette masse.

Ora siamo alla vigilia del 12 dicembre, 45 anni dalla strage di Piazza Fontana, sciopero generale della CGIL, anche qui contro il jobs-act e grandi sprechi di dignità, sarà forse uno sciopero vero, ma certo su una proposta sindacale che non cambia in niente la precarietà contrattuale, la miseria salariale, funzionale alla esclusiva riconquista di un qualche ruolo del sindacato concertativo nella gestione della crisi. Ora, se è vero che il jobs act non è altro che il terzo gradino, dopo il pacchetto Treu e la legge Biagi, sulla strada della più completa balcanizzazione del mercato del lavoro e l’azzeramento della capacità contrattuale di lavoratori/trici, non c’è lotta al jobs act senza aggredire , nei fatti non a chiacchiere, quello che lo ha preceduto. ‘E UN PO’ COME PRETENDERE DI GIOCARE UNA PARTITA C0MINCIANDO DAI TEMPI SUPPLEMENTARI. Eppure tutti o quasi in primo luogo i cancelletti sono alla ricerca di uno spazio in questo nuovo evento.

Perché questo movimento è più che altro un organizzazione di eventi. Non è di questo che abbiamo bisogno. Abbiamo invece bisogno di non fuggire di fronte al quotidiano, di guardare in faccia le cose e non nominarle in maniera fantasiosa o presuntamente innovativa. Gli scioperi non hanno bisogno di laboratori, di particolari invenzioni da trovare in laboratorio. Lo sciopero di qualunque tipo è la naturale espressione di un conflitto, di vertenze che già ci sono. Il movimento ha bisogno di continuare a percorrere testardamente la strada dell’autonomia dei settori sociali estranei al profitto , perché questo è il mandato di un secolo storia del movimento operaio internazionale, perché ciò risponde all’attualità dello scontro di classe.
Purtroppo non bastano le occupazioni di case e delegare al primo sindacato che passa le questioni del lavoro. Caliamo un pietoso velo di contrizione sulle occupazioni natalizie delle scuole a base dell’asinino diritto allo studio senza il minimo brandello di analisi di classe dell’istituzione nella quale si vive. Radicare le vertenze nei territori, stabilizzarne i livelli organizzativi, praticare il contropotere e non raccontarlo, far vivere la società nuova nell’opposizione a quella morente. Tutte cose semplici, difficili da realizzare, obbligatorie. Sarà arrivato il momento di chiudere il sipario sul teatrino degli ” eventi”?. Sicuramente sì.