Per una nuova stagione di lotte

Crisi economica e dominio del capitale

Il ciclo di tre incontri che abbiamo promosso questo autunno è stato un momento di confronto salutare e costruttivo. Il momento storico che stiamo vivendo è del resto straordinario. E non perché, come amano dipingere certi “amici”, vi siano numerosi focolai di insorgenza sociale. Purtroppo, ciò che rende “straordinario” il momento che viviamo è l’inaudito tentativo del capitalismo di costruire sul terreno fertile della crisi nuove modalità di sfruttamento della forza-lavoro e nuovi metodi di gestione della società.

La crisi ha prodotto la scarnificazione dei rapporti sociali e rivelato apertamente il carattere brutale, assassino e nocivo del modello di produzione capitalista. Il capitalismo stesso si va giovando della necessità, a causa delle sofferenze finanziarie, e della possibilità, a causa dell’assenza di conflitto reale, di fare a meno degli strumenti tradizionali di mediazione tra capitale e lavoro. La crisi dello Stato democratico non corrisponde a una crisi del dominio reale del Capitale, che, snellendo l’apparato burocratico, distruggendo il Welfare State, accorpando unità amministrative, riducendo i costi del lavoro, procede a concentrare il potere politico.

In questo processo di riadeguamento del sistema capitalistico, un ruolo per noi fondamentale hanno certamente le istituzioni europee. Le difficoltà di ordine politico che esse attraversano sono la migliore prova di come anche all’interno di uno dei blocchi economici più importanti, la politica sia oramai ineluttabilmente ridotta alla funzione di management aziendale. Il nostrano “partito della nazione” (PD renziano) è in tal senso emblematico: entusiastiche affermazioni, così simili nei modi e nel linguaggio a una réclame pubblicitaria di bassa qualità o a una di quelle agghiaccianti convention aziendali in cui si accetta gioiosamente e ottimisticamente di cedere sé stessi, il proprio tempo e il proprio spazio, a un padrone.

Le vicende ormai tristemente note della Grecia sono però dal nostro punto di vista ancora più significative. I facili entusiasmi che avevano accompagnato la vittoria di Syriza, vista come il naturale compimento istituzionale di una eroica stagione di insorgenze di piazza, ha per diverso tempo illuso i cuori di tifosi esterofili poco propensi al quotidiano e oscuro lavoro militante e più attratti dagli abbagli mediatici.

Messa da parte la piattaforma di Salonicco, il “riformismo” stesso, anche nella declinazione noglobal, ha oramai svelato il suo vero volto. A differenza di quanto accadeva nel passato, o di quanto fatto passare per giustificarlo, il riformismo non è più un processo graduale di affermazione giuridica ed economica del proletariato. Oggi è apertamente un sistema per migliorare il funzionamento del sistema di produzione e consumo e attirare capitali.

Messe definitivamente in soffitta quelle idee circolanti in abbondanza nel movimento antagonista di poter trovare spazi di agibilità nelle istituzioni nazionali e locali o negli organismi sindacali confederali e di base, è la crisi del concetto di “bene pubblico”, a cui si accompagna la contraddizione di un altro concetto, quello di “bene comune”, quando viene connesso all’illusione di poter politicamente dominare i processi reali di sviluppo capitalista.

In una parola, se il capitalismo ha dovuto cedere per decenni parte del suo potere e del suo plusvalore alla classe antagonista, consapevole della necessità di cooptare parte di essa e di creare meccanismi verticali di redistribuzione, oggi, attraverso la gestione della crisi, si riprende il dominio totale.

Quasi vent’anni dopo la “mitica” tre giorni di Genova e dopo decenni di lotta noglobal nelle sue svariate declinazioni, possiamo affermare che la stagione storica dei movimenti antiglobalizzazione è morta. Di fondo, al netto delle valutazioni sulle singole esperienze, emerge il nodo del rapporto perverso tra “riformismo” e “insorgenza”. Apparentemente opposti, dentro quadri analitici che si sono proposti di superare il marxismo e l’analisi classista considerandoli vecchi arnesi, essi si sono ritrovati nel grande cielo dell’immaginario rivoluzionario, indebolendo di fatto gli strumenti reali di difesa e resistenza della classe lavoratrice e non riuscendo – se non in infima parte – a legittimarsi agli occhi della piccola-borghesia, alla quale si facevano gli occhi dolci o della quale si solleticavano gli istinti ribelli e antisistema.

Il capitale è vivo più che mai. È globale. Non ha più bisogno di mediare con i lavoratori. Non ha quindi necessariamente più bisogno dei professionisti della politica, se non come abili agenti di commercio. E a peggiorare la condizione della classe degli sfruttati si aggiungono i conflitti che infiammano diverse aree del pianeta.

Eppure la situazione, se non è eccellente, non è per noi e per coloro che hanno animato le discussioni definitivamente perduta. La crisi sistemica del capitale è lungi dall’essere terminata. I continui sbalzi borsistici, che oramai toccano anche i mercati asiatici, la profonda crisi delle petrol-monarchie, la disperata difesa patrimoniale della vecchia Europa, la perdita di centralità produttiva del moloch statunitense mostrano quanto profonda sia la difficoltà dei padroni di mantenere in piedi un sistema tanto complesso nella sua divisione di lavoro internazionale, quanto semplice nella sua brutale violenza.

Guerra e imperialismo

La conflittualità intercapitalistica trova molteplici nuove occasioni di manifestarsi. È una dinamica che misura al tempo stesso l’incapacità di uscire dalla crisi utilizzando le potenzialità interne del sistema, e il ricorso allo strumento da sempre utilizzato per la riproduzione del capitale, cioè la guerra.

Oggi questo strumento viene utilizzato senza gli “eccessi” della prima e seconda guerra mondiale, ma rimane comunque diffuso e duraturo, purché lontano dai luoghi antichi del dominio, ovvero le capitali occidentali. Anche perché le missioni suicide del Califfato rimangono poca cosa rispetto alle dimensioni dei fenomeni.

La corrispettiva mancanza di contrasto efficace da parte del proletariato internazionale è pure una cosa che ci siamo raccontati in tutte le salse, almeno da quando è cominciato il nostro percorso di confronto e attività comune. Dal punto di vista internazionale, si traduce nell’appoggio incondizionato, da tifosi, a esperienze locali di lotta armata. Se negli anni tali esperienze hanno purtroppo mostrato le loro intime contraddizioni anche nella loro deriva legalitaria (vedi le FARC), anche oggi non si può prescindere da un approccio attento e circostanziato a esperienze di socialismo patriottico.

Dentro specifici contesti di lotta, come la lotta nelle repubbliche popolari della Nuova Russia, nei territori curdi e nei territori Palestinesi – che essendo “non-stati” riscontrano una maggiore simpatia immediata – bisogna sempre cercare uno sforzo di chiarificazione delle parti che compongono il fronte in lotta. In tal senso, il rapporto con gruppi più o meno egemoni legati alla tradizione comunista o libertaria deve andare di pari passo con la ferma denuncia di tendenze protoimperialistiche, nazionaliste o religiose.

In un altro senso, lungi dall’appoggio di presunti fronti imperialisti in lotta fra loro (blocco NATO vs blocco Russia), nostro compito dovrebbe essere sempre quello di denunciare il ruolo più o meno secondario dell’imperialismo di casa nostra, con particolare attenzione alla politica estera italiana e a quella dei partner europei

E, soprattutto, le vicende internazionali vanno ricondotte agli effetti che esse hanno nei nostri territori, con particolare riferimento alla normalizzazione dello stato d’eccezione e all’impatto della crisi dei rifugiati nella gestione dei flussi migratori.

Le lotte sociali

Nei luoghi di lavoro l’offensiva padronale continua su tutti i fronti e le lotte della logistica rappresentano una coraggiosa eccezione della fragilità operaia. La domanda è se questa esperienza sia in grado di resistere a lungo avendo la capacità di svilupparsi e funzionare da aggregazione per altri settori operai. Per ora affoghiamo nel niente del sindacalismo di base e in sorprendenti firme di rinnovi contrattuali di scarso contenuto salariale e di totale cessione di autorità.

Nei territori siamo più o meno fermi intorno ai poli del conflitto sociale, dove non si arretra, ma neanche si conquista granché, senza avere la capacità di intercettare le microconflittualità, quelle denunciate come NIMBY dalle organizzazioni padronali.

 

Le lotte attuali sono comunque riuscite a rompere con l’autorappresentazione tipica della recente stagione antagonista. La lotta degli operai della logistica, grazie al protagonismo dei lavoratori – in gran parte proletariato immigrato – ha scosso i consueti schemi delle concertative vertenze sindacali. La lotta per la casa ha saputo rinnovarsi e incrociare il settore del proletariato immigrato, coinvolgendo finanche quegli stessi lavoratori della logistica in lotta per migliori condizioni contrattuali. Le lotte contro le nocività territoriali (No Tav, lotta contro gli inceneritori, No Triv, ecc.), pur nelle differenti strategie, hanno rivelato il protagonismo di chi i territori li vive per davvero e, in gran parte dei casi, maturato la consapevolezza della necessità di agire fuori delle istituzioni, quando non direttamente contro di esse.

Nonostante le spinte repressive e alcuni nodi problematici sicuramente da affrontare (cittadinismo, sindacalismo di base, immobilismo) c’è dunque la possibilità di approfondire meccanismi di autorganizzazione nelle lotte in corso.

Il nostro si rivela uno strano Paese, dove ci accorgiamo all’improvviso che nel 2015 c’è stato un eccesso (+11%) di mortalità; ci siamo persi circa 65mila decessi. Nella stessa direzione vanno rilevazioni che evidenziano nel primo decennio di questo secolo, una incidenza del carcinoma infantile in Italia (190 casi per milione) largamente superiore a quella dell’Europa centrale e settentrionale (170/150). Una spiegazione possibile potrebbe essere quella che una serie di lavorazioni mortifere degli anni passati insieme a stili di vita pervasivi e molesti cominciano a presentarci il conto.

Ecco allora un tema di lavoro, sempre nella prospettiva di una espansione dell’autorganizzazione sociale: come diffondere il conflitto contro la nocività generale del sistema. In via embrionale, abbiamo cominciato ad affrontare il tema della necessità di una lotta più incisiva e diffusa nel comparto della sanità. Tale settore ha una evidente importanza strategica dal punto di vista della lotta di classe, per quattro motivi tra loro complementari: la nocività progressiva del sistema capitalista (aumento di malattie, mortalità); la medicalizzazione della società (perdita di autonomia sanitaria dell’individuo); la cessione del servizio al privato ai fini del profitto; l’invadenza della morale maschile e religiosa nella cura della persone.

Che fare?

A fronte di queste riflessioni sullo stato delle cose sia in termini di fase che di lotte esistenti, in questi incontri ci siamo soffermati sulle forme di organizzazione e i metodi di lavoro che permettono la costituzione di settori proletari indipendenti. Ovviamente non abbiamo una formula buona per tutte le occasioni ma dalle riflessioni prodotte negli incontri, alcune linee guida sono emerse chiaramente:

  • Privilegiare il lavoro di massa, quotidiano, certosino, stabile, paziente e incisivo rispetto alla spettacolarità e visibilità mediatica;

  • Percorrere i sentieri della vertenzialità diretta che permette ai soggetti interessati la piena assunzione di responsabilità, decisionalità e messa a disposizione delle proprie capacità piuttosto che allusioni a “rivolte, riot, insurrezioni” che rimangono vuoti desideri delle menti “degli attivisti”;

  • Ricercare terreni comuni di attivazione di settori diversi del proletariato per la ricomposizione della classe (il permesso di soggiorno per lavoratori della logistica e occupanti di casa; l’assemblea dei consultori per operatori sanitari e utenza, etc) piuttosto che “alleanze” fra micro e macro “organizzazioni rivoluzionarie”;

  • Costruire processi di organizzazione e ricomposizione dei settori sociali in lotta attraverso percorsi stabili di pratica comune, piuttosto che lanciare grandi appuntamenti nazionali e locali di nuovo frontismo ritenuti erroneamente rappresentativi di settori significativi della società;

  • considerare le relazioni di genere e le forme del dominio patriarcale non come un particolare settore di intervento ma come una contraddizione presente in ogni aspetto del processo umano e in ogni lotta che produciamo e un terreno di conflitto permanente con cui fare i conti. Non può darsi autorganizzazione e lotta per la trasformazione sociale senza fare i conti in noi con il sistema patriarcale!

Crediamo che queste poche righe rappresentino in maniera esaustiva quanto emerso nel ciclo di incontri ma soprattutto vogliono essere uno strumento a disposizione di tutte e tutti per arricchire, praticare e sviluppare il movimento dell’autorganizzazione per la trasformazione dello stato di cose presenti.