Referendum costituzionale: una campagna per il No o gli interessi e l’autonomia di proletari e proletarie ?

locandina_referendumDal post elezioni amministrative di giugno l’interesse del “movimento antagonista” si è indirizzato al referendum costituzionale, prima previsto per inizio ottobre e poi definitivamente fissato al 4 dicembre.
In sostanza si assiste ad uno spreco di energie ed intelligenze per una campagna, il “NO sociale”, che sull’onda dei risultati elettorali di Napoli, Roma e Torino individua nella vittoria del No al referendum la maniera per far dimettere il governo Renzi.
E così si susseguono scioperi generali (che però interessano un infima minoranza di lavoratrici e lavoratori), manifestazioni nazionali e varie altre iniziative che dovrebbero distinguere il No sociale dagli altri NO – quelli dei politicanti di vario colore – ma che inevitabilmente finiscono per essere subalterni ai giochi di palazzo con buona pace dell’autonomia dei proletari e delle proletarie.

Nel merito il referendum riguarda alcune modifiche alla struttura amministrativa dello Stato, al gioco parlamentare e ai rapporti fra Stato centrale e Regioni. Come si intuisce non c’è nessun intervento sulla parte I della Costituzione quella che indica principi e valori della stessa.
C’è chi dice che però (abbinata alla legge elettorale, che è legge ordinaria e quindi non interessata dal referendum) indica una svolta autoritaria; c’è chi dice che mina il rapporto diretto dei cittadini con le amministrazioni territoriali minando, dunque, l’efficacia delle mobilitazioni nei territori; c’è chi dice che al di là del merito è un’occasione per cacciare il governo Renzi.
Ora al di là della debolezza di queste motivazioni quel che ci sembra evidente è che si vuole difendere uno strumento, la Costituzione, che non ci è mai appartenuto e infatti a Costituzione vigente: si partecipa alle guerre di rapina almeno dal 1991; si discriminano le persone per provenienza geografica e appartenenza di classe almeno dalla legge sull’immigrazione del 1990; si precarizza il lavoro ponendo l’impresa al centro dell’interesse “generale” almeno da…. sempre; si privatizzano e tagliano i servizi sociali almeno dagli anni ’80 e potremmo continuare l’elenco.

Allora perchè sprecare tempo e energie per giochi di palazzo che ci fanno trovare dalla stessa parte di Monti o D’Alema?
Per altro nei documenti e nelle prese di parola pubbliche delle componenti di movimento si oscilla fra chi convintamente vuole essere partecipe del conflitto di palazzo (è bene ricordare che si va a referendum solo perché in Parlamento non è stata raggiunta una sufficiente maggioranza qualificata) e chi dice è solo una scusa per cacciare Renzi (anche se non ci dice con chi lo vuole sostituire). Eppure l’esperienza dovrebbe insegnare: c’è chi ha festeggiato in piazza le manovre di palazzo per cacciare Berlusconi e poi si è ritrovato il macellaio sociale Monti.
Allora quando si leggono parole come queste “Partiamo da presupposto che l’antagonismo su cui ci siamo tanto dilungati esiste solo in tendenza. Ci piacerebbe essere smentiti ma siamo convinti che esso rimarrà troppo debole per creare altro che sconforto se vincesse il partito trasversale del SI. Perché si aprano spazi di conflitto deve vincere il NO. Non il NO sociale: deve vincere il NO al referendum sulla riforma costituzionale. Solo qui, sul corollario tradito di un “tutti a casa”, potremmo contribuire a dare alla storia la necessaria spintarella. Una soggettività comunista autonoma oggi deve lavorare in ogni dimensione possibile contro le istituzioni. È questa rigidità strategica che struttura il dispiegarsi delle nostre scelte tattiche. Se crediamo sia importante riuscire a bloccare un passaggio di innovazione sistemica giudicato fondamentale dalla nostra controparte (e lo crediamo), bisogna essere coscienti che la prima tappa passa per le urne. Votare NO fa male alle istituzioni.” (Infoaut 24/10/2016), ci sorge forte il “sospetto” che il voto referendario sia solo una scorciatoia per ricostituire una sponda partitica ai movimenti (magari a partire dalle “giunte anomale”) – che per noi non è mai esistita – perché si ritiene impossibile: l’organizzazione autonoma dei settori proletari in lotta. Lo si dica, ci sarebbe più chiarezza. Tutta la storia di questo paese però, da ultimo la vicenda del referendum dell’acqua e delle giunte arancioni, ci dimostra che non ci può essere una scorciatoia istituzionale per gli interessi proletari.
Noi siamo sempre pervicacemente per l’Autonomia Proletaria, convinti che gli interessi delle sfruttate e degli sfruttati non possono trovare rappresentanza nelle istituzioni fondate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione ma solo nella propria autorganizzazione.
C’è chi dice No, c’è chi dice Si, noi diciamo che i nostri interessi sono estranei a questo teatrino.

Per confrontarci su questi temi e i compiti che ci aspettano abbiamo convocato due dibattiti:
6 novembre 2016 ore 17 presso il CSOA “I Pò” a via del Giardino Vecchio, 1 a Marino;
13 novembre 2016 ore 17 presso il Nido di Vespe a via dei Ciceri, 131 (Quadraro)

ASSEMBLEA PER L’AUTORGANIZZAZIONE